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mercoledì 10 gennaio 2024

Video della Settimana: Ty Segall - My Best Friend

A pochi giorni dall'uscita del nuovo album 'Three Bells', Ty Segall pubblica un divertente video ufficiale per il brano My Best Friend. Enjoy!



lunedì 1 gennaio 2024

Playlist Gennaio 2024

Ecco la Playlist di Gennaio. Link diretto

Buon 2024!

 


mercoledì 27 dicembre 2023

Video della Settimana: W.Haynes & Playing for Change - Soulshine

Chiudiamo bene l'anno con questa splendida versione di Soulshine che il buon Warren Haynes re-interpreta con alcuni musicisti del progetto Playing for Change. Enjoy!



martedì 26 dicembre 2023

The Felice Brothers - Asylum on the Hill (Self)


di Chris Airoldi

La fine del 2023 è stata decisamente prodiga di buona musica: ci ha regalato il grande ritorno di alcuni nomi illustri, diverse solide conferme e qualche stuzzicante nome nuovo che sarà il caso di tenere d'occhio nel prossimo futuro. In piena zona Cesarini è saltato fuori a sorpresa questo 'Asylum on the Hill', pubblicato il 15 Dicembre nel solo formato liquido, scaricabile dalla pagina Bandcamp dei Felice Brothers, un disco che arriva a due anni di distanza dall'ottimo 'From Dreams to Dust' (Yep Roc 2021), da molti considerato tra i migliori lavori della band da Catskills, NY. 

Registrato come il precedente nella vecchia chiesa di Harlemville che i fratelli hanno trasformato in studio, vede alla consolle e alla co-produzione il fido Nate Wood, sempre più a proprio agio coi suoni minimali e intensi, spesso flebili, della band di Ian e James Felice. Solo dieci giorni di lavoro, per 12 brani decisamente belli, dai quali traspare una stramba atmosfera di rilassatezza, probabilmente frutto della totale mancanza di pressioni discografiche o produttive. Ma attenzione: non si tratta di un disco leggero e spensierato, bensì di un lavoro ispirato e concreto, estremamente maturo, che allinea una prodigiosa serie di racconti in musica, con qualche momento lieve ma in prevalenza temi molto profondi e affascinanti. 

Ian Felice lo ha definito: "un disco sul fare musica perché amiamo farla; (un disco) che parla di gerani rossi che diventano mostruosamente grandi e potenti, di varie deformità del cuore e della mente, e del ritorno inaspettato di un musicista di strada, morto da tempo e dimenticato". Un miscuglio dunque interessante e peculiare, tutto da assaporare, che già dopo pochi ascolti riesce a farci ammettere di aver chiuso forse troppo presto la lista dei migliori dischi dell'anno: 'Asylum on the Hill' vi si colloca senza dubbio a pieno titolo, e siamo certi non saremo i soli a rimettere mano alle nostre classifiche per una irrinunciabile variante in corso d'opera. 

L'intensa ballad iniziale Candy Gallows è tanto profonda nel testo quanto riuscita nell'arrangiamento; semplice per approccio ma carica in fase strutturale, con le voci (un amico direbbe: "hanno portato i Beach Boys in chiesa") usate alla perfezione per sostenere l'andamento generale e sottolineare un crescendo centrale/finale molto emozionante. Un'apertura di lavoro intrigante, che fa da apripista all'apparente frivolezza musicale di una ritmica Strawberry Blonde, la quale volutamente richiama melodie pop pre-masticate per infilarsi agilmente sottopelle e rilasciare il carico pesante di un testo assolutamente amaro. L'illusoria leggerezza resta solamente nella banale dichiarazione contenuta nel ritornello ("Strawberry Blonde, I love you"), ma tutto il resto delle liriche ci parla di un amore deluso, disperato e bistrattato, mentre un piano beffardo e le voci in qualche modo se la ridacchiano in sottofondo.

Abundance è una gemma oscura che apre come una soul ballad d'altri tempi, con il basso a dettare il ritmo, per poi sputare fuori un ritornello corale, sgangherato ma potente, che dà ancora più forza ad un testo sulla solitudine e il disincanto. Fisarmonica e piano allestiscono una struttura musicale solida, sulla quale prospera una coralità forte e incisiva, quasi broadwayana, per un brano strepitoso. Teeth in the Tabloids è invece una piano ballad che assieme alla successiva Macrame ci porta alla mente i territori cari a The Band o ai migliori Jayhawks, ma in un'ottica dimessa. Le voci a duettare, il piano in contrappunto, la batteria quadrata, per un tuffo in piena atmosfera No Depression, Roots Rock o Americana, chiamatela come diavolo vi pare. 

C'é spazio anche per qualche momento più scanzonato, con la movimentata Green Automobile e la sincopata When Susie Was a Skeleton; la prima è introdotta da un piano verticale con un suono da saloon che trova la complicità nella gestione del ritmo in una cowbell, mentre la seconda è una sorta di filastrocca divertita con un testo molto acuto. Entrambe, pur avendo una natura acustica, mostrano uno spirito vicino a quello di certa new wave anglo-americana degli '80-90. I bei cori fanno la differenza e rendono questi brani godibili, qualcosa di più di semplici riempitivi, utili a far sì che il disco diventi decisamente più eterogeneo, pur senza abbassarne la tensione generale. 

Spring Gazing è un breve intermezzo con una voce di bimbo a recitare un estratto dal testo della poetessa cinese Xue Tao su una base di armonici di chitarra, invero un po' inquietante, ma perfetto per introdurre l'evocativa Long Dead Street Musician, ennesima ballad del disco, con un peculiare ritmo marziale che esalta un retrogusto di folk britannico che si esplicita soprattutto nel ritornello corale, uno dei momenti migliori di tutto il disco. Si torna in territori più rock con l'upbeat di Birds of the Wild West, brano con ancora la fisarmonica a farla da padrona. Un bel testo, le acustiche a macinare chilometri, la ritmica a far battere il piedino e le solite belle voci; ci sono tutti gli ingredienti per un brano che dal vivo si farà certamente apprezzare. 

La title-track ci trasporta inaspettatamente nella fredda atmosfera della Seconda Guerra Mondiale. È un brano splendido, inutile girarci attorno; qualcuno probabilmente dirà fin troppo Dylaniano, ok, ma avercene di brani così. Testo bellissimo, arrangiamento perfetto, è puro oro liquido. E se ancora non bastasse c'é la conclusiva What Will You Do Now, una commovente composizione per piano, voce e poco altro, anch'essa a livelli sublimi; la cantasse Tom Waits, tanto per dire, si urlerebbe al capolavoro. Da sole queste ultime due composizioni valgono il costo dell'album, fidatevi.

Disco dell'anno? Chi l'avrebbe detto? (8,5/10)

The Felice Brothers su Bandcamp
The Felice Brothers

venerdì 15 dicembre 2023

Harp - Albion (Bella Union)

 



di Chris Airoldi

Gradito ritorno quello di Tim Smith, ex-vocalist e principale autore dei texani Midlake, band che a seguito della dipartita del leader ha alternato uscite molto buone a momenti decisamente interlocutori e tuttora è alla ricerca di un colpo di reni che la faccia uscire da un preoccupante stallo creativo.

Smith si è invece preso tutto il tempo, una decina di anni buoni, per creare insieme alla compagna Kathi Zung il progetto Harp, artefice di un lavoro che farà felici i fans del combo da Denton ma anche coloro che amano le atmosfere intrise di malinconia e le reminescenze di certo soft-rock degli anni '70 e '80 che, va detto, trovavano ampio spazio già nei lavori della band, la quale ha sempre palesato una propensione per certi suoni, più europei che americani.

Ecco dunque 12 brani nei quali a farla da padrone è ovviamente la voce ora dolcemente eterea ora lascivamente lirica di Smith, che molto spesso è doppiata o triplicata con quel pizzico di dissonanze sparse che da sempre fanno parte del lessico del musicista texano insieme ai temi agro-dolci dei testi, ancora incentrati sulla difficoltà dell'essere umano e sulla ricerca di una sorta di redenzione dai passi falsi che la vita ci porta inesorabilmente a fare.

Si potrebbe pensare che ispirazione e temi abbiano dato vita ad un album dalle tinte invernali e dalle atmosfere fredde; in realtà, al di là della copertina e di una certa iconografia medioevale utilizzata, il lavoro ci trasporta in una dimensione avvolgente che sfugge dal pessimismo o da qualsiasi emozione negativa, per mantenerci in una sorta di caldo giaciglio in cui regna una sognante consapevolezza.

I suoni sono accuratamente centellinati, non ci sono guizzi dinamici o vibranti colpi di scena, ma un insieme solido di brani che all'impatto sonoro privilegiano quello emotivo. Dalla splendida apertura con la strumentale The Pleasant Grey, che con un gioco di pitch va a trasfigurare nel brillante singolo I Am the Seed, brano sicuramente tra i migliori dell'anno, si arriva fino alla ritmata ballata onirica A Fountain, per un trittico iniziale di straordinaria bellezza.

Daughters of Albion è una cadenzata soft ballad forse un tantino più risaputa di ciò che la precede, ma è un buon viatico per la successiva Chrystals, tanto lieve quanto breve episodio, che ha nel DNA l'essenza di ciò che erano i Midlake di Tim Smith: purezza e inquietudine. Country Cathedral Love si regge su un arpeggio semplice ed efficace e su un morbido tappeto di voci, ha un andamento quasi da mantra e assieme alla successiva Shining Spires costituisce il cuore di questo lavoro, in un connubio di luci ed ombre molto suggestivo.

Silver Wings ci riporta nei territori cari ai Midlake; è un brano che non avrebbe affatto sfigurato nella tracklist dello splendido 'The Trials of Van Occupanther' (2006), così come il seguente Seven Long Suns, nel quale la voce e il flauto si rincorrono su territori brumosi per poi affacciarsi su un ritornello con le voci dominanti, gran pezzo. Moon è un altro strumentale che mantiene alto il pathos del lavoro accompagnandoci verso i due brani finali. 

Throne of Amber, ritmato e ossessivo, con quel peculiare suono di chitarra che per una scelta di arrangiamento forse un po' avventata mette in ombra la vocalità di Smith, ha bisogno di più ascolti per essere apprezzato. Herstmonceux si apre invece con un coro registrato in una cattedrale scozzese e chiude il cerchio riprendendo il testo di I Am the Seed con lo splendido verso finale "quietly the sorrow flees from me, bright as day the soul no longer grieves" che ribadisce il senso di questo lavoro, l'intenzione dell'autore di scavare nel profondo dell'ascoltatore, per trarne una morbida sensazione positiva che riscaldi questi tempi freddi e bui. (8,5/10)

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Harp su Instagram

venerdì 31 luglio 2020

Cory Wong - Trail Songs: Dusk (Roundwound Media)


di Chris Airoldi

Straordinario chitarrista con una bella serie di collaborazioni eccellenti a curriculum, noto ai più principalmente per il lavoro svolto sul palco di Vulfpeck e Fearless Flyers, Cory Wong abbandona momentaneamente la vena funk e sincopata che lo ha reso celebre, per addentrarsi in un progetto che lo vedrà pubblicare a distanza di poche settimane uno dall'altro due brevi album, per certi versi speculari -il secondo si intitola infatti 'Trail Songs: Dawn'-, coi quali si propone di allineare tutte le sfaccettature del proprio linguaggio sonoro, evidentemente non solo caratterizzato dai virtuosismi sulla Stratocaster, ma in questo caso epigono di un folk acustico con velleità orchestrali, decisamente interessante, lontano anni luce da ciò a cui il suo nome viene generalmente associato.

'Dusk' è dunque un album nel quale regnano le atmosfere acustiche strumentali, dettate da una chitarra pizzicata, accarezzata con intima delicatezza e circondata da archi pastorali e languidi, forse in alcuni casi un po' manieristici, ma resi gradevoli da una sorta di innocenza di fondo, che aggiunge sincerità ad un progetto di certo non nato per cercare i favori delle classifiche. Ne è esempio lampante il brano di apertura, Tomorrow and Forever, piccolo affresco costruito a partire da un picking quasi incerto, sul quale viole e violini tracciano evoluzioni ora a rinforzo, ora verso traiettorie deviate, con un crescendo centrale che mette in mostra oltre alle ottime doti di chitarrista acustico di Wong anche quelle di arrangiatore, che non si limita solo ad imbastire un'orchestrazione drammatica per il pezzo.

In First Time I Saw the Milky Way, Wong crea un'introduzione mantrica, con chitarra circolare, piano sussurrato e piccoli solismi di requinto, che dopo un breve stop trasfigurano in un brano dal ritmo sostenuto, con andamento sincopato, non originalissimo ma molto godibile. La seguente One Man's Treasure è una composizione breve, costruita su un bell'arpeggio di chitarra, con gli archi che battuta dopo battuta crescono di importanza, e la voce di Phoebe Katis a moltiplicarsi in un variopinto tessuto corale che dona al brano un denso inprinting mistico.

The Life Cicle of a Butterfly è caratterizzata da un'atmosfera iniziale decisamente più malinconica rispetto a quella dei brani che l'hanno preceduta. Le poche note di piano si sovrappongono agli archi nella descrizione sonora della vita di una farfalla, per un brano che riporta a certe atmosfere di un gigante della chitarra acustica come Bert Jansch, ma che resta in bilico tra lirismo e manierismo. La successiva Aurora è invece più meditativa, giocata sui fraseggi e ben sostenuta dalla sezione archi, con violino e viola a prendersi piccoli spazi solistici apprezzabili. Anche in questo caso si percepiscono sapori che riportano al folk acustico degli anni '70, soprattutto nel botta e risposta centrale tra chitarra e archi.

Trail End conclude il viaggio all'apparire delle prime luci dell'alba, con le delicate evoluzioni delle corde e un ampio respiro nel generale andamento tenue; uno sguardo di speranza per un disco concepito in pieno lockdown, che ovviamente riflette le atmosfere del periodo in cui è stato composto. Discorso a parte merita la rilettura della immortale Blackbird di Lennon/McCartney, brano ovviamente rischioso: Wong lo porta a casa discretamente, non allontanandosi dalle atmosfere beatlesiane originali, ma presentandolo con innocenza ed onestà, aggiungendo solo una dose di ritmo che non intacca lo spirito del brano. Forse inserire un'altra composizione originale sarebbe stata una scelta più azzeccata, ma in fin dei conti è un omaggio che non sfigura in questo lavoro pulito e gradevole, che ci mostra un lato di Wong che speriamo non resti confinato in un espisodio isolato. (7/10)

Molto interessante il video di presentazione dell'album, pubblicato in diretta lo scorso 11 Luglio da Wong sul proprio canale YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=3p0Tfsanp60 


martedì 29 gennaio 2019

Recensioni Brevi: Six Mile Grove, Júníus Meyvant

Six Mile Grove - Million Birds (Renas Kitchen)













Con soli sette album pubblicati in ventuno anni di carriera discografica, non si può certo affermare che il quintetto dal Minnesota sia il combo più prolifico del movimento Alt-Country; di sicuro possiamo considerarlo uno dei più apprezzabili per coerenza e continuità nella proposta. Roots-rock, Americana, chiamatela come volete, la musica dei Six Mile Grove è questo: un condensato apprezzabile di rock venato di country, con qualche sfumatura folk. Non aspettatevi dunque un viaggio nella sperimentazione sonora più estrema, ma gustatevi questo bell'album nel quale le chitarre la fanno da padrone, con solide armonie vocali, un gusto apprezzabile per le ballate e, cosa più importante, una manciata di canzoni oneste e ben scritte. Per chi rimpiange i bei tempi all'esordio del movimento No Depression o addirittura certi stilemi del Paisley Underground, questo è un lavoro capace di rinverdire i fasti dell'epoca, dando parecchie soddisfazioni. Un disco che chi scrive farebbe ascoltare a quelli che ciclicamente, con presuntuosa sicumera, danno il rock per morto e sepolto. (7,5/10)



Júníus Meyvant - Across The Borders (Record Records)

La piccola Islanda è da sempre una fucina di talenti inesauribile: non c'é paese nella vecchia Europa che possa vantare una presenza di artisti altrettanto alta in proporzione al numero di abitanti. Se da decenni ci siamo abituati a sentir parlare di Sigur Ròs, Björk e discendenti assortiti, un soul singer ancora mancava all'appello; ecco dunque Unnar Gìsli Sigurmundsson aka Júníus Meyvant andare ad occupare la posizione vacante con questo bell'album, secondo in carriera, che in alcuni momenti pare uscito dai vecchi studi Motown, per le atmosfere vintage ma soprattutto per l'uso di orchestrazioni che richiamano i grandi classici dell'etichetta del Michigan, sebbene adeguatamente inserite in un tessuto sonoro con ampi slanci verso la modernità, e sta tutta qui la forza del disco. Dopo un piccolo straniamento iniziale, la naturalezza con cui Meyvant interpreta i brani fa scorrere l'album in maniera fluida, e ci porta ad attendere ogni traccia con curiosità. Sulle alte, la voce del nostro deve qualcosa a Rod Stewart, per il timbro, quella pasta un po' sgranata e quel graffio, fin troppo riconoscibili, ma nel corso del disco possiamo apprezzarne le sfumature. C'è qualche momento un po' ridondante negli arrangiamenti di archi e ottoni ma per il resto il disco si fa ascoltare con piacere, una bella sorpresa. Brani migliori: Love Child, Let It Pass, Carry on with Me. (7/10)


venerdì 18 gennaio 2019

Steve Gunn - The Unseen in Between (Matador)


di Chris Airoldi

Cantautore e chitarrista dalla Pennsylvania con alle spalle una lunga militanza nei Violators di Kurt Vile, Steve Gunn arriva al quarto full-lenght da solista, a tre anni dall'ottimo 'Eyes on the Lines', debutto su Matador la cui promozione a pochi giorni dall'uscita fu funestata dalla notizia della morte del padre di Steve. Questo 'The Unseen in Between' muove i propri passi proprio da quell'evento, ma senza volerne essere cronaca o tragico compendio, tanto da suonare come un tenero tributo, soprattutto nella dolce malinconia di alcuni testi e nell'approccio spesso tenue e per nulla negativo.

Gunn è un autore molto ispirato e per questo disco sceglie di farsi produrre dall'amico James Elkington, cantautore e chitarrista altrettanto ispirato, del quale abbiamo già parlato in più di un'occasione (consigliato l'ascolto dell'ottimo 'Wintres Woma' del 2017). Elkington pennella i suoni attorno alla chitarra, e non poteva essere altrimenti, mettendo in gran luce le suggestioni europee e meticce insite nella musica di Gunn, dando al disco una connotazione lontana dall'Americana e dallo svagato lo-fi dei lavori con Vile. Merito di Elkington ma anche di Tony Garnier, l'altro ospite illustre del disco, sodale di Bob Dylan ma soprattutto bassista straordinario che arricchisce con il proprio contrabbasso il parco suoni dell'album.

Album che si apre con New Moon, ballad tremolante ben sostenuta da una batteria sincopata e dal contrabbasso, con un inciso che porta con sè i sapori dell'oriente, una armonica che modula in sottofondo e la bella voce di Gunn che pare sempre messa lì un po' in bilico, a reggere la parte principale fino al bel solo finale di chitarra. Vagabond è più sostenuta, si basa su un bell'arpeggio che in qualche modo ci riporta alle atmosfere down under dei Midnight Oil di Golden Age. Il pezzo è decisamente orecchiabile e gradevole; belle le chitarre, così come l'uso delle voci (con l'ospite Meg Baird) e l'arrangiamento, pieno ma non invadente. Chance non è da meno, siamo sempre immersi in scenari chitarristici, con la voce che resta indietro quasi a volersi inserire nel pieno strumentale, dopo due ascolti è un brano che convince.

Il brano cardine del disco è però Stonehurst Cowboy, splendida elegia per acustica e contrabbasso, che ci riporta al folk inglese degli anni '70, con reminescenze di Bert Jansch e dell'amato John Fahey. Garnier affila gli artigli e il brano si gusta dalla prima all'ultima nota. Luciano prosegue ad alto livello, con un bel lavoro di arrangiamento, tra reverberi e contrappunti e le voci a costruire trame notevoli; va ascoltata più volte, per godere appieno del lavoro delle chitarre, soprattutto nel catartico finale. Il suono meticcio torna prepotentemente nella successiva New Familiar, lunga galoppata dal retrogusto psichedelico, forse meno incisiva di ciò che l'ha preceduta, soprattutto per l'arrangiamento un po' caotico. Meglio la seguente Lightning Fields, con le tante chitarre ad inseguirsi tra arpeggi e soli.

L'album si chiude con le atmosfere desertiche folkie e il bel picking di Morning is Mended, brano che pare arrivare da un'altra epoca, seppur fresco e godibile, tra voci doppiate, bordoni di contrabbasso e un sentore di Nick Drake tutt'altro che spiacevole, e con l'up-tempo di Paranoid, ballad pianistica che per suoni e soluzioni stilistiche starebbe bene in un album di Father John Misty. Gunn ci regala un buon lavoro, con poche ombre e molte luci, nel quale come detto non troviamo gli stilemi Americana consueti, ma molto gusto e grande capacità di mettere in risalto gli elementi cardine del proprio stile; un lavoro che, come spesso diciamo, merita più di un ascolto. (7,5/10)

mercoledì 12 dicembre 2018

Paint - Paint (Mexican Summer/Goodfellas)


di Luca Salmini

“...Abbiamo già sentito tutto, lo ripetiamo solo per esserne certi...” canta Pedrum Siadiatan in Daily Gazette, la prima canzone del suo esordio solista a nome Paint: un verso che potrebbe spiegare le ragioni di un disco che pare un nitido riflesso dell'estasi psichedelica che illuminò la California tra il 1965 e il 1968 e che oggi continua a pervadere le traiettorie di una band come gli Allah-Las, il collettivo in cui Siadiatan suona la chitarra come fosse ormai passato oltre le porte della percezione.

Sebbene l'idea di un debutto fosse in gestazione da qualche tempo, le canzoni di 'Paint' hanno cominciato ad affiorare solo nel 2016 al termine della realizzazione di 'Calico Review', l'ultimo lavoro di studio degli Allah-Las, quando Siadiatan le ha incise con in mente le poesie di Gregory Corso e John Lennon e le ballate di Kevin Ayers e Syd Barrett: materiale troppo freak anche per una banda di hippie come gli Allah-Las, che comincia a coagularsi in canzoni quando ci mette le mani il produttore Frank Manton e quando il batterista Matthew Correia (Allah-Las) e il multistrumentista Nick Murray (White Fence, Thee Oh Sees) entrano a far parte del progetto Paint.

Sospeso tra le stralunate melodie di Skip Spence, i barocchismi degli Strawberry Alarm Clock e le slabbrate visioni dei Velvet Underground, 'Paint' è composto da oniriche ballate folk-rock dal respiro lisergico e da aciduli acquerelli elettrici in cui echeggiano chitarre fuzz e organi Farfisa dall'affascinante suono vintage, retaggio del periodo più prospero e creativo attraversato dall'intera storia della musica.

I Paint esplorano il lato più dolce e sognante della musica psichedelica con canzoni che evocano l'inquietante atmosfera idillica di Sunday Morning dei Velvet Underground e il tintinnare jingle jangle dei Byrds, come accade in una loureediana Daily Gazette, in un'incantevole e riverberata Plastic Dreams, nei saliscendi melodici di Moldy Man, nel mantrico refrain della velvettiana Silver Streaks, nella marcetta beatlesiana di Just Passin' Through, nello sfasato pop di Wash o negli arrangiamenti orchestrali dello stupefacente strumentale Heaven In Farsi. Pervaso dall'acerba innocenza dei sixties, 'Paint' è un disco pieno di “buone vibrazioni”, che è bene perpetuare e piacevole riassaporare, soprattutto considerando i tempi che corrono. (7/10)

domenica 9 dicembre 2018

Jon Spencer - Spencer Sings The Hits (In The Red/Goodfellas)


 di Luca Salmini

“...Ti dico cosa c'è di sbagliato nel rock di oggi...E' musica per persone adulte, è rispettabile, è perbene, è arte ed è tutto quel genere di cose. Ciò è positivo per la musica, ma la gente non capisce la differenza tra rock'n'roll – che è stile di vita, è moda, è musica, è un'amplesso, è un sacco di cose - e “rock”, che è solamente musica...”: non sono rimasti in molti oggi a pensarla come Lux Interior dei Cramps, ma di certo Jon Spencer è tra questi, almeno a giudicare dallo psicotico rifferama che riempie il suo esplosivo debutto solista 'Spencer Sings The Hits'. 

Da quando raschiava la sporcizia dai bassifondi con i Pussy Galore fino al successo conquistato dai Blues Explosion nei tardi anni '90, senza contare la parentesi anni '50 degli Heavy Trash e l'affare di famiglia Boss Hog, Spencer ha sempre trattato il rock'n'roll come una questione di vita o di morte, con una devozione che non è mai venuta meno, nemmeno ora che lo spirito non è più quello di un adolescente e le giunture non hanno più l'elasticità di un tempo. Messa da parte la sigla Blues Explosion dopo il caotico 'Freedom Tower – No Wave Dance Party' del 2015, Spencer ne rifonda un surrogato per questo debutto a proprio nome, arruolando Sam Coomes dei Quasi e il batterista M. Sord, per rispolverare tutta l'euforia degli esordi e quell'approccio grezzo, nevrastenico e selvaggio che faceva suppore ci fosse in ballo una rivolta: materiale che non poteva che attrarre l'attenzione della In The Red Recordings, l'etichetta che aveva tenuto a battesimo alcuni dei primi singoli della band. 

Per questo 'Spencer Sings The Hits' suona da un lato come un ritorno alle origini, quando la febbre del rock'n'roll si insudicia con il frastuono del punk e le canzoni prendono la deriva di malsani e esaltati sproloqui da ospedale psichiatrico, come succede nelle isteriche sfuriate elettriche di Do The Trash Can e della nevrotica scheggia I Got The Hits, in anfetaminici boogie come Overload o blues degenerati come Time 2 Be Bad; dall'altro pare quasi recuperare i momenti migliori delle passate esperienze quando partono incandescenti funky come Hornet e Wilderness, sovraccarichi rhythm'n'blues come Love Handle o allucinati country&western come Cape. Sarà forse tutta una questione di feeling o di istinto, ma a cinquant'anni suonati Jon Spencer pare ancora il più cool tra i Peter Pan del rock e questo 'Spencer Sings The Hits', che incarna tutto quello che Lux Interior pensava rappresentasse il rock'n'roll, ha tutta l'aria di uno di quei dischi che per un motivo o per un altro non possono passare inosservati. (7,5/10)

domenica 11 novembre 2018

Recensioni brevi: Midnight Oil, Jim Moginie

Midnight Oil - Armistice Day - Live at the Domain Sydney (Sony)













di Chris Airoldi

Ancora non è dato sapere se il lungo tour mondiale che ha visto i Midnight Oil attraversare tra Aprile e Novembre 2017 i cinque continenti, con 74 date tutte sold out, sia stato il preludio ad un ritorno all'attività anche in studio o solamente il definitivo canto del cigno per la storica band australiana. Quel che è certo è che sul palco abbiamo potuto ammirare cinque musicisti ancora in grado di dare forma e potenza alle istanze di una band il cui impegno sociale fino a qualche anno fa poteva sembrare destinato all'anacronismo, ma mai come oggi sarebbe necessario riportare in auge, vista la decadenza politico/umana alla quale stiamo assistendo. Questo corposo doppio disco dal vivo ci mostra dunque Peter Garrett e soci ripercorrere interamente la propria carriera, dall'urticante punk degli esordi (Stand in Line, Bus to Bondi, Don't Wanna be the One), alla oscura e disincantata contaminazione degli ultimi lavori discografici (Redneck Wonderland, Golden Age), passando per le anthem songs degli anni '80 (Beds Are Burning, The Dead Heart, Read About It). Una testimonianza che speriamo abbia un seguito, c'é ancora bisogno di brani come Dreamworld, Sometimes o Short Memory. (7/10)



Jim Moginie - Bark Overtures (Hudson Records)













di Chris Airoldi

I chitarristi australiani sono spesso ignorati dalle classifiche delle riviste di settore: al di là dei soliti Tommy Emmanuel o Angus Young, è molto raro trovare tra i più applauditi solisti delle sei corde un nome proveniente dal continente down under, nonostante per decenni la musica australiana sia stata etichettata come prettamente di stampo chitarristico. Uno dei nomi che meriterebbero più attenzione è quello di Jim Moginie, chitarrista/autore che coi suoi Midnight Oil ha avuto un ruolo da protagonista nell'epopea del rock australiano, dando un apporto fondamentale in termini compositivi ma anche di suono, visto che le sue sei corde, tra fascinazioni vintage, divagazioni surf e sventagliate noise, sono decisamente riconoscibili e hanno caratterizzato la cifra stilistica della band. In questo quarto album a proprio nome, Moginie torna al primo amore, tra jingle-jangle e surf, con qualche accelerazione punk, aiutato da un bel trio di amici: Kent Steedman e Paul Loughhead dai Celibate Rifles e Tim Kevin dei La Huva. 'Bark Overtures' è un disco molto dinamico, dove non c'é traccia di ricerca o sperimentazione ma gran voglia di creare atmosfere desertiche (Samhadi Dog, Journey to the Inner Stick), psichedeliche (Arseholes, Space Moment) o garage (0 to 110, Destination Afghanistan); uno di quei dischi senza troppi fronzoli ma pieni di sostanza che stanno diventando sempre più rari. (7/10)

giovedì 8 novembre 2018

Ryley Walker - The Lillywhite Sessions (Dead Oceans)


di Chris Airoldi

A sei mesi dall'ottimo 'Deafman Glance' il talentuoso cantautore dall'Illinois riprende posto sugli scaffali dei negozi con quella che, al momento dell'annuncio, in tanti avevano considerato poco più che una boutade da social network: una rivisitazione in toto di quelle fantomatiche 'Lillywhite Sessions' che la Dave Matthews Band mise in calendario tra il 1999 e il 2000 allo scopo di dare un seguito al riuscito 'Before These Crowded Streets' (1998), ma finirono per portare Matthews e soci ad un passo dallo scioglimento, e che ancora oggi qualcuno considera il meglio della produzione in studio della band. Grazie all'intraprendenza di alcuni fans le session diventarono in breve pubbliche, tanto da costringere la band a chiudere entrambi gli occhi, accettandone la diffusione virale ormai divenuta inarrestabile.

I brani, considerati all'epoca dalla label e da alcuni dei componenti del gruppo troppo cupi e intrisi del pessimismo alterato dai fumi dell'alcool del leader, vennero poi ripresi ed inseriti in opere successive, quando la band si trovò a dover recuperare il passo falso pop di 'Everyday', album prodotto in soli sette giorni con Glen Ballard, risposta scialba ed affrettata alle difficili session con Steve Lillywhite. Ryan Walker, da sempre die hard fan della band, ci ha tenuto subito a specificare che questa ripresa è un omaggio sentito e non un "fuck you record"; da lungo tempo progettava infatti di rivisitare completamente uno dei lavori della band dalla Virginia e quando la Dead Oceans, confortata dal buon risultato di 'Deafman Glance', gli ha fatto capire che ci sarebbe stato il budget per realizzare l'impresa, non se l'è lasciato ripetere due volte.

Entrato in studio con il fidato bassista Andrew Scott Young e l'eccezionale batterista Ryan Jewell, in pochissimo tempo ha ri-arrangiato 12 brani facenti parte delle session, talvolta avvicinandosi alle versioni originali, in altri casi stravolgendole completamente. Ne è uscito un lavoro molto interessante che, seppur non scevro dai limiti propri dei cover album, ci mostra chiaramente la bontà delle composizioni, esaltandone la cupa malinconia esistenziale ma anche le notevoli dinamiche musicali, tra spunti di grande qualità stilistica, virtuosismi mai spinti all'eccesso e interpretazioni convincenti. In qualche momento la sperimentazione pare inoltrarsi in territori fin troppo tortuosi, pensiamo a brani come Monkey Man o Sweet Up And Down, ma il mood generale dell'album non è mai pesante o involuto.

L'interpretazione di Walker in alcuni episodi è chiaramente figlia della particolare vocalità di Matthews (Big Eyed Fish, Grace is Gone, JTR), mentre risulta più libera di esprimersi, soprattutto nei brani il cui arrangiamento si discosta maggiormente dall'originale, come Captain, Bartender, Raven o Busted Stuff. Come detto Walker e soci hanno colto al volo l'occasione offerta dalla Dead Oceans, e la scelta di riprendere queste session oscure e dalla storia travagliata si è rivelata vincente (in partenza Walker aveva ipotizzato di rivisitare il fortunato 'Crash'), regalandoci un lavoro certo non semplice al primo ascolto, ma nel quale la grande perizia tecnica e l'eccezionale capacità interpretativa del trio forniscono nuova linfa alle composizioni. Un disco che pensiamo piacerà sia ai fans di Walker sia a quelli della DMB ma potrà soddisfare anche coloro che non hanno dimestichezza con le discografie di entrambi. (7,5/10)

lunedì 5 novembre 2018

The Cordovas - The Santa Fe Channel (ATO Records)


di Luca Salmini

Figlio di una cantante d'opera e di un campione di scacchi, Joe Firstman è quello che si dice un talento naturale, visto che ha appena 12 anni quando comincia a suonare il pianoforte e nemmeno 20 quando guadagna una certa attenzione con l'omonima band Firstman, giusto prima di saltare sull'autobus che da Charlotte in Nord Carolina porta dritto in California, dove gli basta poco per ricevere il premio di “cantautore dell'anno” ai Los Angeles Music Awards del 2001. L'anno successivo debutta su Atlantic con l'EP 'Wives Tales' e successivamente con l'album 'The War Of Women', lavori accolti positivamente dalla critica, che tuttavia non fanno partire una vera e propria carriera ma gli garantiscono sufficiente esposizione per trovare un'impiego come direttore d'orchestra del programma televisivo della NBC Last Call With Carson Daly. 

Quando l'emittente riprogramma il palinsesto, come niente fosse Firstman ricomincia a scrivere canzoni e a pubblicare dischi in proprio fino al 2011, quando a Nashville fa confluire tutte le precedenti esperienze nel nuovo progetto The Cordovas, formazione oggi all'esordio su ATO Records con il secondo album di studio “That Santa Fe Channel”, prodotto da Kenneth Pattengale dei Milk Carton Kids. Composti da Firstman al basso e alla voce, dai chitarristi Lucca Soria e Toby Weaver, dal tastierista Sevans Henderson e dal batterista Graham Spillman, i Cordovas resuscitano il suono caldo e affascinante della California dei seventies, intrecciando rock, country, folk, blues e deliziosi impasti vocali come succedeva nei dischi di Crosby, Stills & Nash, dei Flying Burrito Bros., degli Eagles o della Nitty Gritty Dirt Band. 

La rivista Rolling Stone li ha già segnalati tra “...i nuovi 10 artisti country da conoscere...” e a giudicare dall'incantevole circuitare di chitarre, tastiere e armonie vocali che riempie 'The Santa Fe Channel' è molto probabile che non si sbagli nel consigliarli a chi adora 'American Beauty' dei Grateful Dead, 'Dixie Chicken' dei Little Feat e 'North Hills' dei Dawes, in linea di massima punti di riferimento pertinenti con la fragrante dinamica delle melodie dei Cordovas e con l'attitudine da jam band che in qualche modo si respira nel fluido rimescolarsi degli strumenti. In fondo, i Cordovas sono dei romantici sognatori: gente che condivide le cose della vita e della musica come una comune hippie ed è in questo contesto idillico e fuori dal tempo che sono sbocciate le canzoni di 'The Santa Fe Channel', un'ammaliante collezione di solari midtempo elettrici venati di blues e di country, in cui si colgono l'atmosfera rilassata delle sessions e l'immediatezza delle performance dal vivo in studio. 

Almeno è questa la sensazione che suscita la freschezza delle nove tracce di 'The Santa Fe Channel' e in particolare il fluido intercalare di una deaddiana I'm The One Who Needs You Tonight, l'ariosa west coast di This Town's A Drag, il country cosmico di SelfishLoner e della spaziosa Santa Fe, i toni bluesy di una littlefeatiana Talk To Me o i cambi di tempo della neworleansiana Step-Back Red. Con uno splendido interplay tra il piano e le chitarre, eccellenti armonizzazioni tra le voci, brillanti sincronismi tra gli strumenti e canzoni decisamente sopra la media, magari i Cordovas non inventano niente, ma se non altro dimostrano che senza particolari colpi di genio, con tanto buon gusto e il giusto feeling è ancora possibile fare grande musica oggi: può sembrare ovvio, ma non è sempre del tutto scontato, così come non lo è la meraviglia che si leva da 'The Santa Fe Channel', una delle novità più accattivanti e seducenti degli ultimi tempi. (8/10) 

mercoledì 31 ottobre 2018

The Burned - Blood of the Land (Self-Released)


di Luca Salmini

Per farsi un'idea di quali e quante suggestioni riempiano la musica di The Burned, bastano forse le parole del bassista Kevin Colomby: “...le sue canzoni evocano ardori selvaggi e braci morenti e quei pensieri che vengono in mente quando si sta svegli tutta la notte, sotto un grande cielo di stelle...”, ma è molto difficile capire come, dopo un mezzo capolavoro come “Blood Of The Land”, la celebrità della band sia ancora tanto effimera, se non proprio pari a zero. Forse saranno gli otto anni trascorsi tra l'esordio omonimo del 2010 e i due EP pubblicati solo oggi, 'Dark Red Sun' e appunto l'ultimo 'Blood Of The Land', o magari il tenore di canzoni troppo country per il pubblico rock e viceversa, sta di fatto che Kurt Baumann e i suoi The Burned rimangono uno dei segreti meglio custoditi d'America, per usare una trita locuzione spesso in uso presso la stampa d'oltreoceano. 

E dire che i presupposti per suscitare un minimo di interesse non mancano affatto, visto che Baumann vanta una biografia che pare la trama di un romanzo e che le sue fonti d'ispirazione (Willie Nelson, Kriss Kristofferson, Johnny Cash) rappresentano da sole una bella fetta della storia della musica statunitense, anche se a dire il vero è solo in 'Blood Of The Land' che la loro influenza ha una forte incidenza sulla forma più asciutta dei suoni e sul maggior risalto conferito al songwriting. Per usare un'espressione di Baumann “...per me la musica assomiglia all'incrocio tra Johnny Cash e i Pink Floyd...”, ma 'Blood Of The Land' sembra piuttosto sospeso tra il lato fuorilegge del country (quello battuto dai nomi sopracitati e da spiriti ribelli come Townes Van Zandt) e le narcolettiche malinconie di Bill Callahan, segnando un netto distacco dalle sonorità art-rock e dark-wave che caratterizzavano i lavori precedenti con una manciata di ballate lente, profonde e d'ambientazione western, che profumano di deserti e praterie quanto un romanzo di Cormac McCarthy. 

Baumann imposta il baritono come un solitario cowboy in una serenata alla luna e la band lavora per sottrazione, mescolando acustico ed elettrico e alzando suoni come manciate di polvere nella meravigliosa marcia funebre di A Man Who Knows, nello spettrale rallenty honky tonk di una quasi caveiana Old Bones, nel lirismo coheniano di una grandiosa Hangman, nel romantico dondolio country&western di un'incantevole Trigger e nelle minuzie acustiche di una ispiratissima A Whisper To The Wind. Solo cinque canzoni, ma che a questo punto valgono un'intera carriera o addirittura una vita come quella intensissima di Kurt Baumann, che, come per magia, sembra essere tutta qui racchiusa nelle pieghe più profonde e poetiche del canto e nel contemplativo movimento degli strumenti di 'Blood Of The Land'. (8/10) 

martedì 23 ottobre 2018

Murder By Death - The Other Shore (Bloodshot Rec)


di Luca Salmini

Quando hanno cominciato a scrivere decadenti murder ballads con lo spirito dei fuorilegge e i toni di un romanziere dell'800, i Murder By Death erano ancora un gruppo di studenti del college che provava a smaltire le sbronze intonando qualche strofa e strimpellando uno strumento, con in mente il boom-chica-boom di Johnny Cash e le tetre atmosfere di Nick Cave. Ad un certo punto qualcuno deve averli convinti che in quelle baldorie c'era del talento ed è così che i giovani danno un taglio alla bottiglia e iniziano a fare sul serio. 

Non ci vuole molto perchè qualcun'altro gli offra un ingaggio per un paio di serate in qualche locale nei dintorni di Bloomington, Indiana e in quei primi passi di una carriera che dura ormai da un ventennio, si rendono conto di piacere ad un piccolo pubblico e perfino di poter sognare un possibile futuro in cima ad un palcoscenico. Il debutto discografico vero e proprio risale al 2002 e da quel momento i Murder By Death non si sono più fermati, mettendo in fila altri sette album compreso il nuovo 'The Other Shore', pubblicato dall'etichetta di Chicago Bloodshot Records. 

Di quelle prime esibizioni etiliche oggi rimangono solo il cantante e chitarrista Adam Turla e la violoncellista Sarah Balliet, mentre a completare l'attuale formazione ci sono il batterista Dagan Thogerson, il bassista Tyler Morse e il multistrumentista Davin Fountain alle tastiere, alla tromba, al mandolino e alle percussioni, impegnati a pennellare le sfumature di un gotico indie rock che incorpora elementi di folk, country e pop orchestrale. 

Nelle varie fasi di una discografia piuttosto inafferrabile almeno quanto quella dei The Decemberists, i Murder By Death hanno mantenuto una certa passione per un'immaginario noir e il gusto per canzoni dal carattere letterario, virando appena verso una maggiore immediatezza melodica ed una teatrale ricercatezza, come succede in questo nuovo lavoro, un disco in cui produzione e arrangiamenti sembrano voler smussare gli spigoli e tenere a bada lo sconquasso degli strumenti. 

Non è sempre facile data la vulcanica verve dei Murder By Death, che si muovono con un certo savoir faire e una bella carica tra seducenti ballate notturne come Only Time e Last Night On Earth, epiche sarabande folk come Alas, urgenti scossoni folk'n'roll come True Dark, affascinanti sinfonie dagli sfondi western come Stone, pezzi d'antiquariato new wave come Bloom e ariose schegge pop come la remmiana I Have Arrived. Abbandonandosi alla fantasia il sito PureVolume scrive in proposito “...Canzoni che sono l'equivalente sonoro di No Country For Old Men...”: in verità i Murder By Death sembrano abbracciare una visione più artistica e romantica della materia e magari l'iconografia di una pellicola di Tim Burton renderebbe meglio l'idea. (7/10)

mercoledì 10 ottobre 2018

Spain - Mandala Brush (Glitterhouse)


di Chris Airoldi

I lettori più vecchi ricorderanno come in passato, sulle coste degli album in vinile, le case discografiche usassero inserire la dicitura "file under..." seguita dal genere, per facilitarne l'inserimento a scaffale nei negozi. Al di là dell'utilità o meno, questa usanza serviva per definire in qualche modo il suono di un lavoro, senza perdersi in troppe iperboli stilistiche. Questo nuovo album degli Spain arriva nelle nostre mani accompagnato da una cartella stampa che recita:"indie pop slow-core Americana free jazz", una definizione che per quanto dica tutto e niente (potrebbe essere di ispirazione per un testo di Franco Battiato), ci fa capire quanto complicato sia incasellare in un solo ambito la musica di Josh Haden e famiglia.

Contaminazione, libertà espressiva, ricerca stilistica, chiamatela come volete: nei solchi di questo lavoro c'é un mondo di sonorità che affascina, magari non al primo ascolto, ma lentamente ci avvolge e ci trasporta, quasi fossimo attratti magneticamente dallo stilizzato mandala in copertina che, seguendo la stessa linea della musica, racchiude il simbolo di Venere, del rame e del sesso femminile, nonché le trame dei dreamcatcher dei nativi. Un chiaro messaggio di universalità che va di pari passo con il misticismo dei testi e l'onestà delle intenzioni.

Come detto è un lavoro dalle trame oscure, che potremmo inserire nel filone del gotico americano più di sostanza, sebbene infarcito di influenze globalizzanti, pensiamo all'iniziale ossessivo mantra con sapori latini di Maya in The Summer, alla splendida elegia minimale di Holly, o ai quindici minuti catartici di God is Love, composizione da viaggio psichedelico nella quale l'intro è affidata al suono di uno strumento ad ancia battente (le nostre launeddas, per intenderci), brani che di anglosassone hanno solo linee e testi. C'è il profumo del jazz, che ovviamente è nei geni degli Haden, soprattutto nell'uso libero dei fiati, i quali si muovono con grande agilità anche nei contesti più folk-oriented, come Folkstone, Kent, Tangerine o The Coming of The Lord.

Ma il lavoro regala altre gemme: il coinvolgente up-tempo di Sugarkane, brano dove ogni cosa è al posto giusto, soprattutto le splendide chitarre; la languida visceralità di Rooster Cogburn, con organo, basso e batteria sugli scudi, e la sostanza della desertica Laurel, Clementine, brano dai toni vicini al pop. Su tutto la voce di Haden, con quella fragilità intrinseca che la fa percepire così umana e credibile, sia quando racconta storie della suburra americana, sia quando liricamente si spinge verso la spiritualità. La musica degli Spain è tutto questo, una sorta di amorfo gospel, in perfetto equilibrio tra l'intimo e l'universale che in questo disco si esprime ai massimi livelli. Non fermatevi al primo ascolto. (8/10)

Josh Haden e soci approderanno in Italia nei prossimi giorni, per esibirsi il 12 Ottobre all'1e35 Circa di Cantù e la sera successiva al FreakOut Club di Bologna. Non perdeteli!

mercoledì 19 settembre 2018

Dan Baird - All'Una e Trentacinque Circa, Cantù - 17/09/2018


Il primo evento internazionale nel programma settembrino del bel live club di Carlo Prandini porta sul palco la coerenza rock di Dan Baird, 64enne ex-leader di quei Georgia Satellites che per un buon decennio furono tra i migliori rappresentanti del rock'n'roll a stelle e strisce, piazzando tre album ai piani alti delle classifiche ed infiammando i palchi con esibizioni muscolari e prive di fronzoli, fino a che il Nostro non decise di dedicarsi a una carriera solista per la quale a breve celebrerà l'anniversario dei 30 anni.

Baird si presenta a Cantù accompagnato dai fedelissimi Homemade Sin, tra le cui fila militano il vecchio compagno di avventure coi Satellites Marco Magellan alla batteria, il pittoresco Warner E.Hodges (da Jason & The Scorchers) alla chitarra e l'ipercrinito bassista Sean Savacool. Una band dal suono solido e potente, tanto compatta nel far deflaglare le sventagliate elettriche dei brani più rock di Baird quanto precisa nell'assecondare le dinamiche delle ballate e dei brani più tendenti alla jam. Gli strumenti sono quelli che ci si aspetta di trovare tra le pagine di un bignami del rock americano: Gibson, Fender e Ludwig. Baird imbraccia la fidata Danocaster, chitarra del liutaio Dan Strain che da qualche tempo sostituisce nelle esibizioni live la preziosa Fender Esquire che fu di Steve Marriott.

Dopo essersi sistemato il top hat d'ordinanza, il Nostro mette subito le cose in chiaro: saranno due ore tirate di sano rock, con una set list equamente divisa tra brani nuovi e successi del passato. Ecco dunque alternarsi composizioni storiche come I Love You Period, Julie + Lucky e Crooked Smile e brani più recenti, come Bust Your Heart o Something Better, dal nuovo album 'Screamer' (JCPL Records), fresco di pubblicazione. Tra riff poderosi e fervore elettrico, con Hodges che si diverte a lanciare in spin la propria chitarra mentre si esibisce in spericolati assoli, e Baird che dimostra di non avere perso né un grammo di carisma né l'inconfondibile voce con quella sua mediosa strafottenza, la serata fila come un treno, per la gioia del numeroso pubblico sotto il palco, tra scorribande rock, citazioni zeppeliniane, derive southern e ballate straccia-mutande.

Personaggi come Baird e soci sono autentici libri di testo viventi per tutti i musicisti che si approcciano al sano vecchio rock; hanno ancora molto da insegnare e, disco dopo disco, tengono degnamente in vita quel dinosauro che tutti i critici musicali danno ormai per estinto ma che quando meno te l'aspetti assesta colpi di coda devastanti, come quello di ieri. Gran serata.

martedì 11 settembre 2018

Andy Jenkins - Sweet Bunch (Spacebomb/Caroline)


di Luca Salmini

“...Sweet Bunch nasce con tutte le cose al posto giusto, piazzandosi all'incrocio tra modernismo e atemporalità, sensibilità e determinazione, con l'estroversione e gli accenti musicali dei Big Star, il temperamento di John Prine e le melodie ricercate e perfette di George Harrison...”: sono più che sufficienti queste poche parole estrapolate dalle note stampa del suo debutto per intuire che Andy Jenkins è un cantautore con le idee piuttosto chiare fin dal principio o quantomeno un artista con dei punti di riferimento che sono praticamente storia della musica. 

Originario di Richmond in Virginia, Jenkins è sbucato dal nulla nel 2016 con il singolo Lazy Coast, che non gli è valso alcun posto in classifica e nemmeno un titolo di next big thing, ma ha almeno fatto intravedere il suono che aveva in mente ed attirato l'attenzione di Matthew E. White, che oggi produce 'Sweet Bunch' e lo pubblica attraverso la sua etichetta Spacebomb Records. Realizzate con il supporto della Spacebomb House band composta da Alan Parker alle chitarre, Phil Cook alle tastiere, Cameron Ralston al basso, Pinson Chanselle alla batteria e le sei voci femminili dello Spacebomb Choir, le sessions per 'Sweet Bunch' si sono risolte in un lampo di soli tre giorni di studio, in cui i nastri giravano ininterrottamente e i musicisti suonavano dal vivo seguendo l'ispirazione del momento: il risultato è quel melodico e solare condensato di pop, rock, country e southern soul che, con le dovute differenze, negli anni '70 riempiva ad esempio i dischi di Leon Russell e che oggi è diventato praticamente il chiodo fisso di Matthew E. White e il marchio stilistico di un'etichetta come la Spacebomb Records. 

Nulla di particolarmente alternativo o per così dire indie, 'Sweet Bunch' è composto giusto da una manciata di belle canzoni dalla melodia cristallina e dagli arrangiamenti vintage come quelle che passavano in radio negli anni '70, che si tratti di innocenti ballate pop dall'aria vagamente psichedelica come Get Together, di soffici country rock come Hazel Woods e Ascendant Hog, di frizzanti funky come Illuminated, di stilose soul ballads come la titletrack e White Linen o di contagiosi ritornelli retrò da cantare in coro come Song For Me. Curatissimo gioiellino pop, 'Sweet Bunch' è un disco che comunica gioiosa spensieratezza e da cui irradia tutto il piacevole calore dell'estate: una stagione che per Andy Jenkins e i musicisti della Spacebomb Records parrebbe non finire mai. (7/10)

lunedì 28 maggio 2018

Raindance Kid - Swayer (Time Zone Records)


di Luca Salmini

Dici Germania e la prima cosa che ti viene in mente non sono certo cowboy, praterie e serpenti a sonagli; enormi boccali di birra semmai, la cancelliera Angela Merkel e magari la marca di un paio di auto di lusso, ma ad Amburgo vivono degli studenti di cinema che devono aver trascorso giorni, settimane, mesi, se non proprio l'intera adolescenza a fantasticare sui classici di John Ford, Sam Peckinpah e Sergio Leone. Il primo della classe è Nicolas Kuhl e quando con cinque amici, decide di plasmare delle musiche proprie intorno a quelle sequenze, è a quell'immaginario mitico e leggendario che si ispira. Il nome della band potrebbe essere il titolo di una di quelle pellicole e la musica che comincia a delinearsi fin dal 2004, è molto meno banale di quanto potrebbe far sospettare una ragione sociale come Il Ragazzo della danza della pioggia, perchè i Raindance Kid sembrano cominciare esattamente dal punto in cui i Sixteen Horsepower si erano interrotti, intrecciando epica western e urgenze rock'n'roll in un country gotico oscuro e affascinante. 

I Raindance Kid hanno iniziato scrivendo per il cinema ovviamente e dopo un paio di singoli, arrivano oggi al debutto con il meraviglioso 'Swayer', un disco che profuma di quell'America periferica, dannata e selvaggia che si trova nelle pagine di Cormac McCarthy e nella febbrile miscela di Hank Williams, Creedence Clearwater Revival e Joy Division che riempiva un disco come 'Sackcloth 'n' Ashes', esordio lungo della mitica band di David Eugene Edwards. Non sono magari i passi del Vecchio Testamento ad ispirare i testi che Kuhl scrive e canta con devozione, isteria e carisma da predicatore pentecostale, ma l'idea di un Ovest lontano, spietato e seducente che riempie l'immaginazione di qualsiasi romantico sognatore o almeno è questa l'impressione che si delinea dalle cinematografiche scenografie tracciate dai riverberi di chitarre elettriche e acustiche, dall'inquieto rollio del banjo, dalle ariose partiture del violino, dalle planimetrie orizzontali delle tastiere e dalla spinta di basso e batteria che riempiono le splendide canzoni di 'Swayer', a partire dalla turbolenza di un'apocalittica Winterland, passando per il folk rock di una morriconiana e bellissima Song To The Mountain, fino alle cupe ombre della magnifica Black River. 

Capita che i ritmi diventino concitati e quasi furiosi come in Anthem, una riscrittura più o meno fedele di American Wheeze dei Sixteen Horsepower, o che le chitarre sanguinino elettrizzante dolore nemmeno si trattasse di un disco dei Bad Seeds, come succede in una solenne Dead Hearts Choice, ma per lo più il folk rock dei Raindance Kid nasce da affascinanti e spaziose foschie elettroacustiche come quelle che si ascoltano in una desertica The Road, in una sulfurea titletrack, in una ispiratissima Letter To David o in una sciamanica e spettrale Last Song. Chiunque provasse nostalgia pensando a quanto i Sixteen Horsepower seminarono negli anni '90 o i Gun Club nel decennio precedente, potrà trovare consolazione in un disco come 'Swayer', che ne resuscita nitidamente poetica e immaginario. (9/10)

venerdì 25 maggio 2018

Mudlow - Waiting for the Tide to Rise (Stag-o-Lee)


di Luca Salmini

Nel Regno Unito, sono davvero tanti i musicisti che nel corso degli anni hanno riscritto la calligrafia del blues delle origini secondo una sensibilità e un'estetica tutte inglesi e molti di essi sono addirittura delle superstar di caratura internazionale, ma la stessa fortuna non è purtroppo toccata ai Mudlow, seppure gli intenti e le prospettive fossero più o meno identiche. Formatisi a Brighton nel 2002, tra album, singoli ed EP, i Mudlow hanno alle spalle una discreta discografia ma davvero meno celebrità di quanta ne meriterebbero: una situazione d'impasse a cui tentano di porre rimedio con la pubblicazione di 'Waiting For The Tide To Rise', la prima antologia realizzata dalla band. 

A vederli in qualche foto o nei video che girano in rete, i Mudlow hanno l'aria vissuta dei veterani: Tobias (voce e chitarra), Paul Beat (basso) e Matt (batteria e percussioni) non sono dei ragazzini con l'argento vivo addosso (anche se suonano come tali), ma tre working-class heroes dal basso profilo che battono il lato più oscuro, visionario e selvatico del blues, quello infestato dagli spettri del Delta, dalle ombre elettriche delle Mississippi Hills e dal whiskey dei Nighthawks At The Diner. Nulla a che vedere con divinità griffate della chitarra e nemmeno con i velluti della Royal Albert Hall, la musica dei Mudlow è la colonna sonora di una rissa da bar o di una sbornia colossale: un suono sudicio e malato che fa bollire il sangue e imperla di sudore la fronte come una febbre. 

Quanto si ascolta in 'Waiting For The Tide To Rise', un titolo che sembra parafrasare le aspettative della band, sarebbe capace di commuovere un tipo tutto d'un pezzo come Seasick Steve o almeno è questa l'impressione quando partono lo sciamanico boogie di una zztoppiana Codename: Toad, l'urlo di disperazione di una nervosa So Long Lee, l'ipnotico maleficio di Evol o il melmoso giro d'accordi dell'elettrizzante MadMary Lou. Del resto il blues è sempre stato espressione di malessere o di una qualche forma di dolore ed è esattamente l'impressione che suscitano il sofferto dondolio notturno di una waitsiana Red Ribbon, il ruggito memphisiano di una Down In The Snow con tanto di fiati, il lamento lacerante di Damn Your Eyes, lo swingare soul di una fin troppo elegante The Jester, l'intensità di ballate acustiche come la bellissima Snowhill Farm o di scenografici downtempo come Crackling e Minnesota Snow. Non bisogna cercarli ai vertici delle classifiche o in qualche enciclopedia del rock, perchè i Mudlow sono tipi da bassifondi, dove la vita è un gioco d'azzardo e il blues è più profondo e viscerale. (7,5/10)