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martedì 26 dicembre 2023

The Felice Brothers - Asylum on the Hill (Self)


di Chris Airoldi

La fine del 2023 è stata decisamente prodiga di buona musica: ci ha regalato il grande ritorno di alcuni nomi illustri, diverse solide conferme e qualche stuzzicante nome nuovo che sarà il caso di tenere d'occhio nel prossimo futuro. In piena zona Cesarini è saltato fuori a sorpresa questo 'Asylum on the Hill', pubblicato il 15 Dicembre nel solo formato liquido, scaricabile dalla pagina Bandcamp dei Felice Brothers, un disco che arriva a due anni di distanza dall'ottimo 'From Dreams to Dust' (Yep Roc 2021), da molti considerato tra i migliori lavori della band da Catskills, NY. 

Registrato come il precedente nella vecchia chiesa di Harlemville che i fratelli hanno trasformato in studio, vede alla consolle e alla co-produzione il fido Nate Wood, sempre più a proprio agio coi suoni minimali e intensi, spesso flebili, della band di Ian e James Felice. Solo dieci giorni di lavoro, per 12 brani decisamente belli, dai quali traspare una stramba atmosfera di rilassatezza, probabilmente frutto della totale mancanza di pressioni discografiche o produttive. Ma attenzione: non si tratta di un disco leggero e spensierato, bensì di un lavoro ispirato e concreto, estremamente maturo, che allinea una prodigiosa serie di racconti in musica, con qualche momento lieve ma in prevalenza temi molto profondi e affascinanti. 

Ian Felice lo ha definito: "un disco sul fare musica perché amiamo farla; (un disco) che parla di gerani rossi che diventano mostruosamente grandi e potenti, di varie deformità del cuore e della mente, e del ritorno inaspettato di un musicista di strada, morto da tempo e dimenticato". Un miscuglio dunque interessante e peculiare, tutto da assaporare, che già dopo pochi ascolti riesce a farci ammettere di aver chiuso forse troppo presto la lista dei migliori dischi dell'anno: 'Asylum on the Hill' vi si colloca senza dubbio a pieno titolo, e siamo certi non saremo i soli a rimettere mano alle nostre classifiche per una irrinunciabile variante in corso d'opera. 

L'intensa ballad iniziale Candy Gallows è tanto profonda nel testo quanto riuscita nell'arrangiamento; semplice per approccio ma carica in fase strutturale, con le voci (un amico direbbe: "hanno portato i Beach Boys in chiesa") usate alla perfezione per sostenere l'andamento generale e sottolineare un crescendo centrale/finale molto emozionante. Un'apertura di lavoro intrigante, che fa da apripista all'apparente frivolezza musicale di una ritmica Strawberry Blonde, la quale volutamente richiama melodie pop pre-masticate per infilarsi agilmente sottopelle e rilasciare il carico pesante di un testo assolutamente amaro. L'illusoria leggerezza resta solamente nella banale dichiarazione contenuta nel ritornello ("Strawberry Blonde, I love you"), ma tutto il resto delle liriche ci parla di un amore deluso, disperato e bistrattato, mentre un piano beffardo e le voci in qualche modo se la ridacchiano in sottofondo.

Abundance è una gemma oscura che apre come una soul ballad d'altri tempi, con il basso a dettare il ritmo, per poi sputare fuori un ritornello corale, sgangherato ma potente, che dà ancora più forza ad un testo sulla solitudine e il disincanto. Fisarmonica e piano allestiscono una struttura musicale solida, sulla quale prospera una coralità forte e incisiva, quasi broadwayana, per un brano strepitoso. Teeth in the Tabloids è invece una piano ballad che assieme alla successiva Macrame ci porta alla mente i territori cari a The Band o ai migliori Jayhawks, ma in un'ottica dimessa. Le voci a duettare, il piano in contrappunto, la batteria quadrata, per un tuffo in piena atmosfera No Depression, Roots Rock o Americana, chiamatela come diavolo vi pare. 

C'é spazio anche per qualche momento più scanzonato, con la movimentata Green Automobile e la sincopata When Susie Was a Skeleton; la prima è introdotta da un piano verticale con un suono da saloon che trova la complicità nella gestione del ritmo in una cowbell, mentre la seconda è una sorta di filastrocca divertita con un testo molto acuto. Entrambe, pur avendo una natura acustica, mostrano uno spirito vicino a quello di certa new wave anglo-americana degli '80-90. I bei cori fanno la differenza e rendono questi brani godibili, qualcosa di più di semplici riempitivi, utili a far sì che il disco diventi decisamente più eterogeneo, pur senza abbassarne la tensione generale. 

Spring Gazing è un breve intermezzo con una voce di bimbo a recitare un estratto dal testo della poetessa cinese Xue Tao su una base di armonici di chitarra, invero un po' inquietante, ma perfetto per introdurre l'evocativa Long Dead Street Musician, ennesima ballad del disco, con un peculiare ritmo marziale che esalta un retrogusto di folk britannico che si esplicita soprattutto nel ritornello corale, uno dei momenti migliori di tutto il disco. Si torna in territori più rock con l'upbeat di Birds of the Wild West, brano con ancora la fisarmonica a farla da padrona. Un bel testo, le acustiche a macinare chilometri, la ritmica a far battere il piedino e le solite belle voci; ci sono tutti gli ingredienti per un brano che dal vivo si farà certamente apprezzare. 

La title-track ci trasporta inaspettatamente nella fredda atmosfera della Seconda Guerra Mondiale. È un brano splendido, inutile girarci attorno; qualcuno probabilmente dirà fin troppo Dylaniano, ok, ma avercene di brani così. Testo bellissimo, arrangiamento perfetto, è puro oro liquido. E se ancora non bastasse c'é la conclusiva What Will You Do Now, una commovente composizione per piano, voce e poco altro, anch'essa a livelli sublimi; la cantasse Tom Waits, tanto per dire, si urlerebbe al capolavoro. Da sole queste ultime due composizioni valgono il costo dell'album, fidatevi.

Disco dell'anno? Chi l'avrebbe detto? (8,5/10)

The Felice Brothers su Bandcamp
The Felice Brothers

venerdì 15 dicembre 2023

Harp - Albion (Bella Union)

 



di Chris Airoldi

Gradito ritorno quello di Tim Smith, ex-vocalist e principale autore dei texani Midlake, band che a seguito della dipartita del leader ha alternato uscite molto buone a momenti decisamente interlocutori e tuttora è alla ricerca di un colpo di reni che la faccia uscire da un preoccupante stallo creativo.

Smith si è invece preso tutto il tempo, una decina di anni buoni, per creare insieme alla compagna Kathi Zung il progetto Harp, artefice di un lavoro che farà felici i fans del combo da Denton ma anche coloro che amano le atmosfere intrise di malinconia e le reminescenze di certo soft-rock degli anni '70 e '80 che, va detto, trovavano ampio spazio già nei lavori della band, la quale ha sempre palesato una propensione per certi suoni, più europei che americani.

Ecco dunque 12 brani nei quali a farla da padrone è ovviamente la voce ora dolcemente eterea ora lascivamente lirica di Smith, che molto spesso è doppiata o triplicata con quel pizzico di dissonanze sparse che da sempre fanno parte del lessico del musicista texano insieme ai temi agro-dolci dei testi, ancora incentrati sulla difficoltà dell'essere umano e sulla ricerca di una sorta di redenzione dai passi falsi che la vita ci porta inesorabilmente a fare.

Si potrebbe pensare che ispirazione e temi abbiano dato vita ad un album dalle tinte invernali e dalle atmosfere fredde; in realtà, al di là della copertina e di una certa iconografia medioevale utilizzata, il lavoro ci trasporta in una dimensione avvolgente che sfugge dal pessimismo o da qualsiasi emozione negativa, per mantenerci in una sorta di caldo giaciglio in cui regna una sognante consapevolezza.

I suoni sono accuratamente centellinati, non ci sono guizzi dinamici o vibranti colpi di scena, ma un insieme solido di brani che all'impatto sonoro privilegiano quello emotivo. Dalla splendida apertura con la strumentale The Pleasant Grey, che con un gioco di pitch va a trasfigurare nel brillante singolo I Am the Seed, brano sicuramente tra i migliori dell'anno, si arriva fino alla ritmata ballata onirica A Fountain, per un trittico iniziale di straordinaria bellezza.

Daughters of Albion è una cadenzata soft ballad forse un tantino più risaputa di ciò che la precede, ma è un buon viatico per la successiva Chrystals, tanto lieve quanto breve episodio, che ha nel DNA l'essenza di ciò che erano i Midlake di Tim Smith: purezza e inquietudine. Country Cathedral Love si regge su un arpeggio semplice ed efficace e su un morbido tappeto di voci, ha un andamento quasi da mantra e assieme alla successiva Shining Spires costituisce il cuore di questo lavoro, in un connubio di luci ed ombre molto suggestivo.

Silver Wings ci riporta nei territori cari ai Midlake; è un brano che non avrebbe affatto sfigurato nella tracklist dello splendido 'The Trials of Van Occupanther' (2006), così come il seguente Seven Long Suns, nel quale la voce e il flauto si rincorrono su territori brumosi per poi affacciarsi su un ritornello con le voci dominanti, gran pezzo. Moon è un altro strumentale che mantiene alto il pathos del lavoro accompagnandoci verso i due brani finali. 

Throne of Amber, ritmato e ossessivo, con quel peculiare suono di chitarra che per una scelta di arrangiamento forse un po' avventata mette in ombra la vocalità di Smith, ha bisogno di più ascolti per essere apprezzato. Herstmonceux si apre invece con un coro registrato in una cattedrale scozzese e chiude il cerchio riprendendo il testo di I Am the Seed con lo splendido verso finale "quietly the sorrow flees from me, bright as day the soul no longer grieves" che ribadisce il senso di questo lavoro, l'intenzione dell'autore di scavare nel profondo dell'ascoltatore, per trarne una morbida sensazione positiva che riscaldi questi tempi freddi e bui. (8,5/10)

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domenica 12 dicembre 2021

David Allred - Driving Through the Aftermath of a Storm on a Clear Day (Dauw)

di Chris Airoldi

Prolifico compositore dall'Oregon, in bilico tra fascinazioni folk e deviazioni sperimentali nell'ambito di quella che il recensore a corto di definizioni cataloga in genere come contemporary classical, David Allred è polistrumentista dotato e autore raffinato; nelle sue composizioni, anche le più complesse, si percepisce una semplicità formale che le rende fruibili a qualunque pubblico, spesso con un inaspettato sentore pop.

In poco più di cinque anni Allred ha dato alle stampe una quindicina di album, tra lavori solisti e collaborazioni (Allred & Broderick, Good Enough for Grandpa), mantenendosi sempre a una certa distanza dal mainstream, ma costruendosi una solida reputazione come musicista e ampliando le proprie influenze in molteplici direzioni. 'Driving Through the Aftermath of a Storm on a Clear Day' prosegue in questo interessante percorso ed è, a parere di chi scrive, uno degli album più riusciti del musicista da Portland.

Il disco è breve, circa trenta minuti per undici brani, molti dei quali della durata di poco più di due minuti, ma la sostanza è decisamente tanta ed il disco entra subito sotto pelle insinuandosi ascolto dopo ascolto nell'animo dell'ascoltatore. I temi sono minimali, sospesi, a volte inquieti, con strutture rette da piano e archi, passaggi ripetuti che creano una sorta di base ritmica sulla quale Allred, fautore di tutti i suoni presenti nel disco, inserisce melodie ora solenni, ora eteree. 

Oltre al linguaggio musicale, c'é in questo lavoro un uso peculiare delle imperfezioni, dei rumori; la ricerca di una sorta di disturbo che si trasforma in musica, penetrando nel tessuto sonoro dei brani per amplificarne la personalità. Esemplare in questo senso la composizione che apre il lavoro, la quieta Wave, che vive del contrasto tra il suono di un timido piano, sporcato dai rumori stessi dello strumento, escamotage che sarà ripreso anche in alcuni dei brani successivi, e una sovrastruttura di archi e voci sospesa in un crescendo molto affascinante. 

Ma c'é grande sostanza anche in brani come New Gravity, per chi scrive il pezzo migliore dell'album, costruito su un inquieto arpeggio dispari che introduce un mood nel quale il sussurro si fa potente e cinematografico, con i bassi ad insinuarsi drammatici tra i riverberi di piano ed archi, in Portland Nursery, brano folk-oriented impreziosito da suono di ottoni e ritmica solenne, nelle atmosfere pastorali di Potato e nelle splendide cadenze della conclusiva Daylight, alla quale una tromba sordinata regala un retrogusto jazzy.

Un lavoro breve e conciso ma decisamente interessante; Allred non aspira certo al grande successo commerciale, ma un posticino nella nostra discografia se lo merita, andate a scoprire anche i suoi lavori precedenti. (8,5/10)




venerdì 26 novembre 2021

Ben Chasny - The Intimate Landscape (Drag City)


di Luca Salmini

Secondo una voce autorevole, in quanto a chitarre e a solisti dello strumento quale senza dubbio è Buck Curran, che tra l'altro conosce bene il personaggio, Ben Chasny sarebbe “...uno dei cantautori e dei chitarristi più peculiari d'America...” e basta ascoltare il nuovo album 'The Intimate Landscape' o uno qualsiasi dei dischi del suo progetto di lungo corso Six Organs Of Admittance, per intuire cosa possa ispirare tali complimenti, come abbia guadagnato la stima e l'ammirazione di amici e colleghi e perfino un contratto che lo lega ormai da anni a una prestigiosa etichetta indipendente come la Drag City. 

Nato in seguito a un'insolita proposta della storica etichetta britannica KPM Music, finora specializzata in sonorizzazioni di materiale cinematografico e televisivo, 'The Intimate Landscape' è un disco esclusivamente strumentale e per sola chitarra, un lavoro in cui Ben Chasny lascia da parte le interferenze rumorose e le derive elettriche e psichedeliche dei Six Organs Of Admittance per suonare poetiche e pastorali melodie acustiche sospese tra bucoliche atmosfere folk e una vaga aura new age. 

In linea di massima si direbbe che 'The Intimate Landscape' riesca a evocare l'incanto dell'opera di eccelsi solisti come John Fahey, Leo Kottke, Jack Rose o William Tyler (solo per citarne alcuni), ma ancora una volta sono forse le percezioni e le parole espresse da un artista sulla stessa lunghezza d'onda come Buck Curran a rendere meglio l'idea: “...Attraverso tutto l'album la musica è pervasa da un feeling gioioso diverso dalla maggior parte dei lavori dal carattere mistico e umorale del passato. In questa collezione di strumentali il suo fingerpicking è pacificato e le sue cascate di note tanto meravigliose da farmi venire in mente le immagini di un fiume e delle sue rapide...le cui acque paiono talmente scintillanti da sembrare diamanti che rifrangono la luce del sole...”. 

In effetti, che evochino scene d'acqua, terra o cielo a seconda dello stato d'animo di chi ascolta, le musiche di Ben Chasny sono altamente scenografiche e sebbene il titolo sottintenda un carattere introspettivo e meditativo, non è difficile immaginare la meraviglia degli sconfinati paesaggi naturali della wilderness americana, abbandonandosi all'echeggiare di basici folk come la splendida The Many Faces Of Stone o la bucolica Waterfall Path, all'aura ambientale di Six Diamonds, dove affiorano un'alito di sintetizzatori e i lievi contrappunti di un piano elettrico, al sentire blues di una sinistra Water Dragon, alle suggestioni psichedeliche di Star Cascade, alla malinconia autunnale di una meravigliosa Where Have All The Summers Gone o al ricercato fingerpicking di Circular Road. Un sognatore e un visionario, Ben Chasny si conferma compositore ispirato e fantasioso anche in solitaria e 'The Intimate Landscape' è un disco affascinate e poetico che susciterà entusiasmo e empatia non solo tra competenti addetti ai lavori come Buck Curran. (8/10)



mercoledì 17 novembre 2021

Rick Deitrick - Coyote Canyon (Tompkins Square)


di Luca Salmini

...Credete nel vostro sound...” predicava il celeberrimo Miles Davis ai suoi musicisti e, nonostante fama e successo non l'abbiano mai nemmeno sfiorato, non sembra aver fatto altro il chitarrista di Los Angeles Rick Deitrick, fin da quando appena adolescente iniziava a suonare lo strumento come farebbe un naufrago su un'isola deserta, cercando la propria “voce” e senza alcun punto di riferimento. 

Nel 1978, quando uscì l'esordio 'Gentle Wilderness', la sua ricerca naif sembrava finalmente soddisfatta, ma il disco, stampato privatamente in sole 500 copie e con una distribuzione locale, non ricevette l'attenzione che avrebbe meritato, e il nome dell'autore finì immediatamente nell'oblio, solo per essere riscoperto di recente dall'etichetta Tompkins Square Records, che qualche anno fa ha ristampato il debutto insieme all'inedito River Sun, River Moon e oggi pubblica il nuovo 'Coyote Canyon', che raccoglie incisioni mai pubblicate, effettuate tra il 1972 e il 1975. 

Anche considerando l'abbondanza di solisti che caratterizzava gli anni '70, Rick Deitrick suona come la voce fuori dal coro (e Three Sisters, la traccia registrata nel '99 che conclude il disco, conferma come non abbia mai smesso di credere in quanto stava facendo), più vicino all'estetica misticheggiante della new age che agli accordi gutturali dei primitivisti, con una musica quieta e melodiosa che trae ispirazione dalla contemplazione della natura e di luoghi affascinanti come deve esserlo Coyote Canyon. 

Sebbene precedano di qualche anno il debutto, le tracce, solo strumentali e per sola chitarra acustica di 'Coyote Canyon', svelano già tutto l'estro con cui Rick Deitrick trasformava in accordi e fraseggi le macchie di colore del pittore o i versi del poeta in Gentle Wilderness, esprimendo l'amore per una donna nelle dolci note di Emma, la magia del deserto in una sinistra Tumbleweedin' o l'incanto di un paesaggio incontaminato nella spaziosa e bucolica Little Tujunga

Alcune idee gli venivano in mente passeggiando tra le colline di Los Angeles o riposandosi accanto a un torrente, ma la maggior parte di 'Coyote Canyon' nasce da improvvisazioni di studio, mentre Deitrick assecondava il corso dei propri pensieri e seguiva l'ispirazione del momento, come sembra accadere nella meditativa To Martha, nella melodia circolare di una effimera Going Home o nel lento e narrativo svolgersi di una splendida e immaginifica Three Sisters. Vate per certi versi di quello che sarebbe diventato il fenomeno new age, Rick Deitrick è un chitarrista d'ispirazione folk con una propria voce espressiva, magari non particolarmente originale in questo caso, ma decisamente unica e personale. (7/10)


 

martedì 9 novembre 2021

Devin Hoff - Voices From the Empty Moor (Kill Rock Stars)

 


di Luca Salmini

Lo statunitense Devin Hoff non è esattamente una celebrità, ma per intuire che non si tratti di un bassista come tanti altri basta scorrere i crediti dei dischi di Julia Holter, Nels Cline, Deerhoof, Marc Ribot, Carla Bozulich e Steven Bernstein oppure considerare che il suo esordio 'Solo Bass' del '09 finì tra i cinque dischi preferiti da Laurie Anderson in quel periodo. Dopo l'incoraggiante esito del debutto, Hoff ha pubblicato altri tre album in cui espandeva la funzione del basso trasformandolo da elemento ritmico in strumento armonico come poteva succedere nei dischi di Jaco Pastorius: il nuovo 'Voices From The Empty Moor' rappresenta un ulteriore progresso in questa direzione e allo stesso tempo una celebrazione del repertorio della schiva folksinger britannica Anne Briggs, materiale che il contrabbassista ha attentamente studiato, trascritto, arrangiato e spesso eseguito nel corso dell'ultimo decennio. 

Sedotto dalla bellezza e dall'aura di mistero che aleggiano nella musica della Briggs, Devin Hoff la reinterpreta in maniera intensa e personale con l'aiuto di illustri collaboratori come le cantautrici Sharon Van Etten, Julia Holter e Shannon Lay, lo straordinario batterista Jim White, il sassofonista Howard Wiley o il chitarrista Emmett Kelly, che aggiungono voci e sfumature ai basici arrangiamenti per solo o multipli contrabbassi concepiti dall'autore del progetto. 

Sospesa tra cameristico folk e jazz d'avanguardia, 'Voices From The Empty Moor' è un'opera di grande fascino e delicatezza che reimmagina il repertorio della Briggs in una serie di tracce cantate o solo strumentali straordinariamente aderenti al vago senso di solitudine e malinconia che pervade gli originali o almeno è l'impressione che suscitano la splendida Let No Man Steal Your Thyme, in cui la voce angelica della Holter volteggia sulla sinfonia di un quartetto di contrabbassi e infine su una tribale coda di percussioni e cori; l'intensissima Go Your Way in cui il canto sussurrato della Van Etten si distende lirico su un tappeto di vibrazioni di corde e fraseggi d'archetto o la bellissima e atmosferica Blackwater Side, dove è Emmett Kelly a intonare le strofe in maniera profonda e emozionante come se Bonnie “Prince” Billy gli avesse insegnato a cantare. 

Non sono meno d'effetto brani strumentali come l'incantevole Willy O' Winsbury in cui i contrabbassi suonano come violoncelli accompagnati dal drumming discorsivo di White, come Maa Bonny Lad dove il sassofono di Wiley urla come in un assolo free, come nel medley The Snow It Melts The Stones/ My Bonny Boy dove le corde dell'oud di Alejandro Farha evocano effimere arie d'oriente, come la grave revisione per solo contrabbasso di She Moves Through The Fair o ballate senza tempo come la bucolica Living By The Water a cui le sovrapposizioni della voce di Shannon Lay conferiscono un magico effetto corale. Prodotto e mixato dall'autore, 'Voices From The Empty Moor' è un omaggio che coglie l'essenza della musica di una delle voci più alte del folk inglese e il colpo di genio di un musicista a suo modo iconoclasta che reinventa in maniera creativa l'approccio al proprio strumento. (8/10)

domenica 7 novembre 2021

Courtney Hartman - Glade (Reckoner Reckords)


di Chris Airoldi

Cantautrice originaria del Colorado alla seconda prova discografica, Courtney Hartman rilascia un lavoro molto interessante, nel quale la vena folk trova terreno fertile, grazie ad una penna ispirata e ad un notevole lavoro sugli arrangiamenti, con prevalenza di colori tenui e piccole sfumature che danno ai brani strutture all'apparenza fragili e minimali, in realtà estremamente solide, senza mai forzare sulle dinamiche.

Il risultato è un album liquido, autunnale, che alterna momenti dolenti a contrappunti dal sapore delicato, affascinandoci con le note degli strumenti a corda ma soprattutto con la voce eterea di Hartman, che ha nel sussurro effluvi agro-dolci ed anche nei momenti più drammatici riesce a permearsi di un morbido sentore di rinascita, portando i brani verso orizzonti luminosi.

Bright at My Back apre il disco trasportandoci dentro un'atmosfera da alba livida, grazie ad un arpeggio dal tempo incerto ed alla voce in bilico tra suoni naturali e filtri, mentre gli archi crescono come foschia, attorno a un paesaggio apparentemente desolato ma pregno di sostanza che porta verso un finale più carico, con un tema ripetuto che diventa una sorta di mantra.

Moontalk lascia invece alle spalle la foschia, per addentrarsi in territori tersi e ritmati, con chitarra e basso a gestire la situazione in compagnia di piccoli contrappunti percussivi e sonori. La voce di Hartman brilla, specie quando doppiata, sia in unisono sia in controcanto. Wandering è invece un brano che si riallaccia alla tradizione folk dei grandi cantautori, con un picking molto riconoscibile, belle melodie e una leggerezza rassicurante. C'é anche un retrogusto europeo nel mood generale del brano.

Home Remedy si apre con una bella chitarra soffusa, sulla quale la voce si innesta lirica e fluida, è uno di quei pezzi in grado di trasportare l'ascoltatore in un'altra dimensione, grazie alla quasi impalpabile presenza di violino e steel guitar. Marrow torna ritmata, c'è anche una batteria a portare il tempo, sebbene si tratti di piccoli interventi che si intersecano ai volteggi degli archi e delle chitarre nel tema. Groove e sperimentazione, un brano decisamente interessante.

Ci si rituffa immediatamente in atmosfere rarefatte con When I Wake, pezzo caratterizzato da un incedere iniziale epico che dopo poche battute svanisce, lasciando voce e chitarra a sviluppare trame folk con semplicità formale ma grande intensità nell'interpretazione e negli arrangiamenti che riportano all'incedere iniziale, addolcendolo in un finale sospeso. Hideaway parte proprio da questa sospensione, modellandosi su una bella melodia del cantato; è un brano senza guizzi particolari, ma con un finale molto lirico, ben inserito nel contesto dell'album.

Have We Landed parte da lontano, anche nel suono riverberato della chitarra, che tratteggia un arpeggio cadenzato che diventa una sorta di loop acustico sul quale voce e basso si muovono fluidamente; gran brano che dopo qualche ascolto si gusta appieno, non c'é proprio nulla fuori posto.

Turning sembra inizialmente un demo, con la chitarra quasi accennata e un ambiente sonoro che si discosta dal resto del lavoro. Ha il pathos del folk nord-europeo e chiude l'album degnamente. Courtney Hartman è chiaramente molto lontana da qualunque tentazione mainstream, ma una musica così pregna, in grado di toccare le corde dell'ascoltatore nel profondo, meriterebbe l'attenzione del grande pubblico. (8,5/10) 


Courtney Hartman - Facebook




venerdì 31 luglio 2020

Cory Wong - Trail Songs: Dusk (Roundwound Media)


di Chris Airoldi

Straordinario chitarrista con una bella serie di collaborazioni eccellenti a curriculum, noto ai più principalmente per il lavoro svolto sul palco di Vulfpeck e Fearless Flyers, Cory Wong abbandona momentaneamente la vena funk e sincopata che lo ha reso celebre, per addentrarsi in un progetto che lo vedrà pubblicare a distanza di poche settimane uno dall'altro due brevi album, per certi versi speculari -il secondo si intitola infatti 'Trail Songs: Dawn'-, coi quali si propone di allineare tutte le sfaccettature del proprio linguaggio sonoro, evidentemente non solo caratterizzato dai virtuosismi sulla Stratocaster, ma in questo caso epigono di un folk acustico con velleità orchestrali, decisamente interessante, lontano anni luce da ciò a cui il suo nome viene generalmente associato.

'Dusk' è dunque un album nel quale regnano le atmosfere acustiche strumentali, dettate da una chitarra pizzicata, accarezzata con intima delicatezza e circondata da archi pastorali e languidi, forse in alcuni casi un po' manieristici, ma resi gradevoli da una sorta di innocenza di fondo, che aggiunge sincerità ad un progetto di certo non nato per cercare i favori delle classifiche. Ne è esempio lampante il brano di apertura, Tomorrow and Forever, piccolo affresco costruito a partire da un picking quasi incerto, sul quale viole e violini tracciano evoluzioni ora a rinforzo, ora verso traiettorie deviate, con un crescendo centrale che mette in mostra oltre alle ottime doti di chitarrista acustico di Wong anche quelle di arrangiatore, che non si limita solo ad imbastire un'orchestrazione drammatica per il pezzo.

In First Time I Saw the Milky Way, Wong crea un'introduzione mantrica, con chitarra circolare, piano sussurrato e piccoli solismi di requinto, che dopo un breve stop trasfigurano in un brano dal ritmo sostenuto, con andamento sincopato, non originalissimo ma molto godibile. La seguente One Man's Treasure è una composizione breve, costruita su un bell'arpeggio di chitarra, con gli archi che battuta dopo battuta crescono di importanza, e la voce di Phoebe Katis a moltiplicarsi in un variopinto tessuto corale che dona al brano un denso inprinting mistico.

The Life Cicle of a Butterfly è caratterizzata da un'atmosfera iniziale decisamente più malinconica rispetto a quella dei brani che l'hanno preceduta. Le poche note di piano si sovrappongono agli archi nella descrizione sonora della vita di una farfalla, per un brano che riporta a certe atmosfere di un gigante della chitarra acustica come Bert Jansch, ma che resta in bilico tra lirismo e manierismo. La successiva Aurora è invece più meditativa, giocata sui fraseggi e ben sostenuta dalla sezione archi, con violino e viola a prendersi piccoli spazi solistici apprezzabili. Anche in questo caso si percepiscono sapori che riportano al folk acustico degli anni '70, soprattutto nel botta e risposta centrale tra chitarra e archi.

Trail End conclude il viaggio all'apparire delle prime luci dell'alba, con le delicate evoluzioni delle corde e un ampio respiro nel generale andamento tenue; uno sguardo di speranza per un disco concepito in pieno lockdown, che ovviamente riflette le atmosfere del periodo in cui è stato composto. Discorso a parte merita la rilettura della immortale Blackbird di Lennon/McCartney, brano ovviamente rischioso: Wong lo porta a casa discretamente, non allontanandosi dalle atmosfere beatlesiane originali, ma presentandolo con innocenza ed onestà, aggiungendo solo una dose di ritmo che non intacca lo spirito del brano. Forse inserire un'altra composizione originale sarebbe stata una scelta più azzeccata, ma in fin dei conti è un omaggio che non sfigura in questo lavoro pulito e gradevole, che ci mostra un lato di Wong che speriamo non resti confinato in un espisodio isolato. (7/10)

Molto interessante il video di presentazione dell'album, pubblicato in diretta lo scorso 11 Luglio da Wong sul proprio canale YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=3p0Tfsanp60 


lunedì 25 febbraio 2019

The Gloaming - 3 (Real World)



di Chris Airoldi

Terzo lavoro, ancora una volta sotto l'egida della benemerita Real World, per l'interessante combo irlandese/americano, fautore di una musica minimale e cameristica difficilmente incasellabile, in bilico com'é tra fascinazioni folk tradizionali e slanci in direzione di un personale linguaggio contemporaneo, non sempre di facile assimilazione ma certamente carico di un fascino fuori dal tempo, dai tratti unici e riconoscibili, in primis grazie allo straordinario violino di Martin Hayes e alla epica voce di Iarla Ó Lionáird.

Registrato nei rinomati Reservoir Studios di New York, con la produzione del pianista Doveman aka Thomas Bartlett -il quale oltre ai lavori come membro della band ha prodotto diversi album firmati da Sufjan Stevens, Glen Hansard, St.Vincent, solo per citarne alcuni- e le sapienti mani al mixer del sound engineer Pat Dillett (David Byrne, The National, Laurie Anderson), '3' si inserisce nel percorso di ricerca delle radici a ritroso ma con un'ottica moderna, intrapreso coi lavori precedenti, alternando composizioni strumentali a brani cantati in inglese e gaelico. 

L'impianto è ben rodato: il pianoforte di Bartlett e la chitarra di Dennis Cahill costituiscono le fondamenta del suono, creando un'alternanza di frasi tra ripetitivi ostinato e fluidi giochi melodici, su cui si inseriscono il violino di Hayes e l'hardingfele di Caoimhín Ó Raghallaigh, ora con appassionanti botta e risposta o veementi progressioni soliste, ora semplificando la propria presenza a sostegno della splendida voce di Ó Lionáird; voce che in questo lavoro raggiunge le proprie vette, sia quando regge quasi in toto il peso del brano, come nella epica iniziale The Weight of Things, sia quando si inserisce maggiormente nel tessuto sonoro del gruppo, come nella delicata Reo.

La forza nella musica dei Gloaming sta proprio nella grande capacità di alternare momenti di pathos estremo a svolazzi quasi impalpabili, con grande rispetto per le origini di un suono chiaramente irish ma reinterpretato con uno sguardo aperto e per nulla accademico, un approccio che può trovare terreno fertile nel cuore dell'appassionato del folk greve che si può ascoltare in un fumoso pub di Dublino, così come nell'anima di un cultore della musica da camera, classica o meticcia, di artisti come Arvo Part o Penguin Cafe. 

Composizioni come la cadenzata The Pink House, la svelta The Old Road to Garry o la leggera The Lobster, sono una vera e propria boccata d'ossigeno per gli amanti della musica strumentale che non eccede nell'intellettualismo fine a sé stesso, ed assieme alla marziale The Song of The Glens, la grave My Lady Who Has Found The Tomb Unattended e la già citata The Weight of Things, formano un continuum drammatico tanto potente nell'espressione quanto essenziale nella forma, un'opera come detto non semplice da approcciare ma che merita tempo e grande attenzione. (8/10)



martedì 29 gennaio 2019

Recensioni Brevi: Six Mile Grove, Júníus Meyvant

Six Mile Grove - Million Birds (Renas Kitchen)













Con soli sette album pubblicati in ventuno anni di carriera discografica, non si può certo affermare che il quintetto dal Minnesota sia il combo più prolifico del movimento Alt-Country; di sicuro possiamo considerarlo uno dei più apprezzabili per coerenza e continuità nella proposta. Roots-rock, Americana, chiamatela come volete, la musica dei Six Mile Grove è questo: un condensato apprezzabile di rock venato di country, con qualche sfumatura folk. Non aspettatevi dunque un viaggio nella sperimentazione sonora più estrema, ma gustatevi questo bell'album nel quale le chitarre la fanno da padrone, con solide armonie vocali, un gusto apprezzabile per le ballate e, cosa più importante, una manciata di canzoni oneste e ben scritte. Per chi rimpiange i bei tempi all'esordio del movimento No Depression o addirittura certi stilemi del Paisley Underground, questo è un lavoro capace di rinverdire i fasti dell'epoca, dando parecchie soddisfazioni. Un disco che chi scrive farebbe ascoltare a quelli che ciclicamente, con presuntuosa sicumera, danno il rock per morto e sepolto. (7,5/10)



Júníus Meyvant - Across The Borders (Record Records)

La piccola Islanda è da sempre una fucina di talenti inesauribile: non c'é paese nella vecchia Europa che possa vantare una presenza di artisti altrettanto alta in proporzione al numero di abitanti. Se da decenni ci siamo abituati a sentir parlare di Sigur Ròs, Björk e discendenti assortiti, un soul singer ancora mancava all'appello; ecco dunque Unnar Gìsli Sigurmundsson aka Júníus Meyvant andare ad occupare la posizione vacante con questo bell'album, secondo in carriera, che in alcuni momenti pare uscito dai vecchi studi Motown, per le atmosfere vintage ma soprattutto per l'uso di orchestrazioni che richiamano i grandi classici dell'etichetta del Michigan, sebbene adeguatamente inserite in un tessuto sonoro con ampi slanci verso la modernità, e sta tutta qui la forza del disco. Dopo un piccolo straniamento iniziale, la naturalezza con cui Meyvant interpreta i brani fa scorrere l'album in maniera fluida, e ci porta ad attendere ogni traccia con curiosità. Sulle alte, la voce del nostro deve qualcosa a Rod Stewart, per il timbro, quella pasta un po' sgranata e quel graffio, fin troppo riconoscibili, ma nel corso del disco possiamo apprezzarne le sfumature. C'è qualche momento un po' ridondante negli arrangiamenti di archi e ottoni ma per il resto il disco si fa ascoltare con piacere, una bella sorpresa. Brani migliori: Love Child, Let It Pass, Carry on with Me. (7/10)


venerdì 25 gennaio 2019

Recensioni Brevi: Tiffany Williams, William Tyler

Tiffany Williams - When You Go (Self-Released)













Cantautrice dal Kentucky all'esordio discografico, Tiffany Williams si inserisce in quella corrente del neo-folk americano con radici negli Appalachi, tra bluegrass e country primordiale, che in questi ultimi anni ha espresso una serie di interessanti talenti al femminile, la cui punta di diamante al momento è sicuramente il trio I'm With Her. Williams si affaccia sulla scena musicale con questo EP di 5 brani, onesto e gradevole, nel quale le soffici atmosfere acustiche di chitarra, banjo, violino e contrabbasso fanno da contorno ad una bella voce in grado di rendere giustizia a testi dalla ricca poetica, ora introspettivi, ora più narrativi (Williams porta avanti parallelamente alla musica l'attività di scrittrice). Nella vocalità sicura e pregevole di Tiffany c'é tutta la grande tradizione americana, la capacità di interpretare con gusto belle melodie con alle spalle un impianto minimale, senza dover ricorrere ad arrangiamenti ricercati o svolazzi stilistici, nella tranquillità naif del folk delle radici, ben rappresentata in copertina. I cinque pezzi si fanno ascoltare con gran piacere e sono un buon viatico per un futuro full-lenght. Composizioni migliori: la drammatica Big Enough to Be a Mountain, l'epica The Waiting e la riflessiva When I'm Gone. (7,5/10)



William Tyler - Goes West (Merge)

Quarto album per lo straordinario chitarrista da Nashville, noto ai più per la militanza in band seminali della scena alternative come Lambchop e Silver Jews; con 'Goes West' Tyler prosegue sulla strada tracciata dai lavori precedenti, album strumentali le cui composizioni costituivano una sorta di viaggio sonoro tra grandi spazi e suggestioni oniriche. Per questo bel disco, prodotto dall'esperto Tucker Martine, Tyler ha scelto di utilizzare esclusivamente la chitarra acustica, avvalendosi però della collaborazione di due chitarristi ospiti di lusso: Bill Frisell e Meg Duffy (la quale è in procinto di pubblicare un interessante secondo lavoro per il progetto Hand Habits, a breve su queste pagine), oltre al bassista/produttore Brad Cook, al tastierista James Wallace e al batterista Griffin Goldsmith. Il risultato è un album riuscito, ovviamente non adatto a tutti i palati, sono 10 brani strumentali con le corde in grande spolvero, ma per gli appassionati delle atmosfere chitarristiche elaborate e suggestive il piatto è decisamente ricco. La buona penna di Williams e l'ottimo lavoro di arrangiamento e produzione contribuiscono ad allineare una tracklist varia e scorrevole, senza cadute di tono o sensazione di ripetitività. Our Lady of the Desert, Call Me When I'm Breathing Again, Rebecca e Man in a Hurry mettono insieme belle melodie, affascinanti sfumature, classe e gusto indiscussi. Un disco che per una manciata di minuti ci può aiutare a staccare dalla (spesso triste) realtà. (7,5/10)

mercoledì 23 gennaio 2019

The Mañana People - Princess Diana (Unique Records)


di Chris Airoldi

The Mañana People, stralunato duo teutonico all'esordio su full-lenght, arriva sui nostri giradischi in questo Gennaio 2019 con un album decisamente interessante che, per tinte e atmosfere, non parebbe per nulla un prodotto della fredda Europa. Alvaro Arango e Tim Weissinger, da Bonn, amano chiaramente il neo-folk statunitense, ma nella loro musica si percepiscono fascinazioni cinematografiche e ritmi e colori tra il vintage e il revivalistico, oltre a una componente pop tra Beatles e Beach Boys. Se ne è accorto anche il buon Will Oldham, aka Bonnie "Prince" Billy, presente in veste di ospite di lusso in un brano.

'Princess Diana' si apre con Remember I Was Movies, brano sorretto da ritmica statica sulla quale i due edificano trame acustiche che si arricchiscono di battuta in battuta e belle armonie vocali che profumano di anni '60. Il pezzo ha una semplicità di fondo che lo fa arrivare chiaro e diretto da subito, ma con più ascolti si può apprezzare il bel lavoro di arrangiamento, per un brano che piacerebbe molto a Wes Anderson. We're Seagulls prosegue sulla strada dell'immaginario cinematografico, con una chitarra up-tempo da folk anni '50 ben coadiuvata da un banjo e immersa in un universo sonoro che ci catapulta direttamente tra le vecchie soundtrack dei B-Movie americani, con tanto di theremin, organetto, chitarra elettrica oscura e inquietante, e ritmica swampy; un po' come se al famoso crocicchio si incontrassero per far musica Jack Arnold, Roger Corman, Johnny Cash e Lennon/McCartney.

Matchstick Man è un brano dall'andatura svelta, con una ritmica strampalata e un basso ossessivo sui quali il duo inserisce le traiettorie oblique di chitarre e organetto, molto coinvolgenti, fino ad arrivare ad un bell'intermezzo che scomoda i Beach Boys, altro gran brano. C'é una freschezza pop che rende il lavoro meno derivativo di quanto possa sembrare; le influenze sono chiare ma la scelta di lavorare sui brani con molta libertà espressiva rende il tutto godibile e fa filare via il disco in maniera fluida e piacevole. Con A Silly Horror Song siamo dalle parti degli Appalachi, con una chitarra e un bel lavoro corale, fino all'ingresso della ritmica sintetica che arricchisce il brano senza apparire fuori posto: il folk si ibrida con le sonorità lo-fi dei sequencer e il risultato è davvero notevole.

Antropophagus è il brano nel quale appare il già citato Bonnie "Prince" Billy; è in effetti il più americana per atmosfere e sonorità, sebbene sia caratterizzato da uno sviluppo armonico che riporta al folk-rock britannico dei primi anni '70, con le ennesime belle armonie vocali e un ottimo lavoro di arrangiamento. Ci spostiamo invece sulla frontiera per la seguente The Night You Stole My Gun, composizione dal ritmo latineggiante con slide d'ordinanza, languido organo, chitarra elettrica twangy, voce riverberata e la voglia di creare una musicalità visionaria. L'intermezzo sorretto dalla classica ritmica alla Hal Blaine di Be My Baby sigilla questo piacevole pastiche. Teddy parte spedita, con batteria saltellante e voci ad inseguirsi, per poi avventurarsi in percorsi psichedelici che, tra testo e musica, farebbero felice il compianto Syd Barrett.

Rimaniamo su territori stranianti con la seguente People Who Don't Know They're Dead (How They Attach Themselves to Unsuspecting Bystanders and What to Do About It), composizione per organo, synth e voci di stampo sci-fi, bellissima per chi scrive, strana e particolare, molto affascinante. La seguente It's Harder To Try è una ballad acustica di stampo classico con belle sonorità e uno sviluppo melodico non canonico, quasi una versione folk dei Radiohead. Chiude il disco il manifesto programmatico The Mañana People Fight the Undead, altra ballata con la chitarra in picking su un crescendo drammatico fatto di stop e ripartenze, voci sugli scudi e un sapore vintage irresistibile. Una gran bella sorpresa in questo inizio d'anno già ricco, The Mañana People sono un gruppo da tenere d'occhio e questo disco ce li mostra in tutte le loro multiformi e cinematiche sfaccettature. (8/10



venerdì 18 gennaio 2019

Steve Gunn - The Unseen in Between (Matador)


di Chris Airoldi

Cantautore e chitarrista dalla Pennsylvania con alle spalle una lunga militanza nei Violators di Kurt Vile, Steve Gunn arriva al quarto full-lenght da solista, a tre anni dall'ottimo 'Eyes on the Lines', debutto su Matador la cui promozione a pochi giorni dall'uscita fu funestata dalla notizia della morte del padre di Steve. Questo 'The Unseen in Between' muove i propri passi proprio da quell'evento, ma senza volerne essere cronaca o tragico compendio, tanto da suonare come un tenero tributo, soprattutto nella dolce malinconia di alcuni testi e nell'approccio spesso tenue e per nulla negativo.

Gunn è un autore molto ispirato e per questo disco sceglie di farsi produrre dall'amico James Elkington, cantautore e chitarrista altrettanto ispirato, del quale abbiamo già parlato in più di un'occasione (consigliato l'ascolto dell'ottimo 'Wintres Woma' del 2017). Elkington pennella i suoni attorno alla chitarra, e non poteva essere altrimenti, mettendo in gran luce le suggestioni europee e meticce insite nella musica di Gunn, dando al disco una connotazione lontana dall'Americana e dallo svagato lo-fi dei lavori con Vile. Merito di Elkington ma anche di Tony Garnier, l'altro ospite illustre del disco, sodale di Bob Dylan ma soprattutto bassista straordinario che arricchisce con il proprio contrabbasso il parco suoni dell'album.

Album che si apre con New Moon, ballad tremolante ben sostenuta da una batteria sincopata e dal contrabbasso, con un inciso che porta con sè i sapori dell'oriente, una armonica che modula in sottofondo e la bella voce di Gunn che pare sempre messa lì un po' in bilico, a reggere la parte principale fino al bel solo finale di chitarra. Vagabond è più sostenuta, si basa su un bell'arpeggio che in qualche modo ci riporta alle atmosfere down under dei Midnight Oil di Golden Age. Il pezzo è decisamente orecchiabile e gradevole; belle le chitarre, così come l'uso delle voci (con l'ospite Meg Baird) e l'arrangiamento, pieno ma non invadente. Chance non è da meno, siamo sempre immersi in scenari chitarristici, con la voce che resta indietro quasi a volersi inserire nel pieno strumentale, dopo due ascolti è un brano che convince.

Il brano cardine del disco è però Stonehurst Cowboy, splendida elegia per acustica e contrabbasso, che ci riporta al folk inglese degli anni '70, con reminescenze di Bert Jansch e dell'amato John Fahey. Garnier affila gli artigli e il brano si gusta dalla prima all'ultima nota. Luciano prosegue ad alto livello, con un bel lavoro di arrangiamento, tra reverberi e contrappunti e le voci a costruire trame notevoli; va ascoltata più volte, per godere appieno del lavoro delle chitarre, soprattutto nel catartico finale. Il suono meticcio torna prepotentemente nella successiva New Familiar, lunga galoppata dal retrogusto psichedelico, forse meno incisiva di ciò che l'ha preceduta, soprattutto per l'arrangiamento un po' caotico. Meglio la seguente Lightning Fields, con le tante chitarre ad inseguirsi tra arpeggi e soli.

L'album si chiude con le atmosfere desertiche folkie e il bel picking di Morning is Mended, brano che pare arrivare da un'altra epoca, seppur fresco e godibile, tra voci doppiate, bordoni di contrabbasso e un sentore di Nick Drake tutt'altro che spiacevole, e con l'up-tempo di Paranoid, ballad pianistica che per suoni e soluzioni stilistiche starebbe bene in un album di Father John Misty. Gunn ci regala un buon lavoro, con poche ombre e molte luci, nel quale come detto non troviamo gli stilemi Americana consueti, ma molto gusto e grande capacità di mettere in risalto gli elementi cardine del proprio stile; un lavoro che, come spesso diciamo, merita più di un ascolto. (7,5/10)

giovedì 17 gennaio 2019

Willard Grant Conspiracy - Untethered (Loose Music)



di Luca Salmini

C'è una grande tristezza nella consapevolezza che per ovvi motivi, non ci saranno altri dischi dei Willard Grant Conspiracy dopo 'Untethered' e se da un lato non è possibile non tenerne conto, dall'altro va sottolineato che non si tratta del classico raschio del barile che caratterizza buona parte delle pubblicazioni postume. Robert Fisher se n'è andato il 12 febbraio del 2017 senza tanto rumore e con poche lacrime ed 'Unthetered' è il meritato omaggio alla sua memoria: un disco a cui l'artista stava già lavorando quando ha scoperto la malattia e che il violinista David Michael Curry, il più stretto collaboratore negli ultimi tempi, ha portato a termine dopo la sua triste scomparsa. 

E' inevitabile pensare allo spirito con cui Fisher ha composto queste canzoni e facile ricollegarlo all'infinita tristezza e al sospiro di dolore che pervadono canzoni come Chasing Rabbits e come la commovente Love You Apart, se non all'urlo di rabbia di Hideous Beast capace perfino di evocare il ruvido post punk dei Birthday Party. Il feeling che si respira nelle canzoni di 'Untethered' è quello degli ultimi volumi degli American Recordings di Johnny Cash e il senso di tragedia quello che avvolge le ballate di Nick Cave, due artisti che sono sempre sembrati qualcosa in più di una semplice influenza per la musica dei Willard Grant Conspiracy, formazione emersa negli anni '90 sull'onda dell'alternative country e sopravvissuta al declino del genere proprio in virtù di una forma canzone e di una sintassi musicale molto personali. 

Ad eccezione della rauca e già citata scheggia di elettricità di Hideous Beast, 'Untethered' è uno dei lavori più quieti e musicalmente parchi della storia dei Willard Grant Conspiracy: qui e là balenano i lampi di una chitarra elettrica, i colpi di un tamburo o le cadenze di un pianoforte, ma per lo più bastano la voce sempre intensissima ma a tratti inevitabilmente più fragile di Robert Fisher, la sua chitarra acustica e il violino di Curry per celebrare questo amaro e profondo preludio alla dipartita. Sono ballate lente, poetiche e pensose, sospese tra le tradizioni degli Appalachi e la solitudine della canzone d'autore, quelle che compongono 'Untethered': episodi toccanti e bellissimi come la titletrack, la ritmata Do Not Harm, la scenografica Let The Storm Be Your Pilot, l'elegiaca I Could Not, la dolcissima Saturday With Jane o l'epitaffio strumentale di Trail's End. Non c'è alternativa alla perdita di Robert Fisher e non c'è futuro per i Willard Grant Conspiracy, ma almeno 'Untethered' li consegna alla storia come quella grande band che sono sempre stati. (8/10)

domenica 30 dicembre 2018

Recensioni Brevi: Peter Broderick & Friends, Emma Ruth Rundle

Peter Broderick & Friends - Play Arthur Russell (Pretty Purgatory)










 


di Chris Airoldi 

Attivissimo polistrumentista e autore statunitense, ormai stabilmente trapiantato in Irlanda, il 31enne Peter Broderick è uno dei talenti più interessanti apparsi negli ultimi tempi sulla scena musicale. Appassionato sperimentatore di suoni e atmosfere, ha percorso le strade della musica in tutte le direzioni, da solo o in compagnia di nomi del calibro di Nils Frahm, M.Ward, David Allred e Laura Gibson. Titolare di una già nutrita discografia, a pochi mesi dall'ottimo 'All Together Again' (Erased Tapes), ritorna sugli scaffali dei negozi con questo tributo ad un musicista al quale è stato spesso accostato: lo sfortunato Arthur Russell, poliedrico cantautore/violoncellista dall'Iowa, scomparso a soli 40 anni nel 1992. Circondato da una bella schiera di amici tra i quali spiccano i nomi di Peter McLaughlin, Brigid Mae Power e il già citato Allred, Broderick mette mano a dieci composizioni di Russell, registrando un tributo decisamente interessante, nel quale spiccano le atmosfere minimali di Words of Love e Losing My Taste for the Nightlife, i ritmi lievi di Come to Life e A Little Lost e l'estasi finale della drammatica You Are My Love. Un disco che conferma la bravura di Broderick, anche in veste di arrangiatore e interprete di brani altrui, ma soprattutto invita alla riscoperta del lavoro di un talento che rischiava ingiustamente di finire nel dimenticatoio. (7,5/10)



Emma Ruth Rundle - On Dark Horses (Sargent House Records)
di Luca Salmini

Lo sprofondo in quelle che lo scrittore John Steinbeck chiamerebbe le “...buie e desolate grotte della mente...”: è questa l'impressione che suscita l'ascolto di 'On Dark Horses', quarto album di Emma Ruth Rundle, giovane cantautrice di Louisville, Kentucky, che si muove tra la poesia gotica di Marissa Nadler e il doom folk di Chelsea Wolfe, a grandi linee punti di riferimento del suono oscuro e grave di On Dark Horses; un lavoro sospeso tra le plumbee frustate elettriche delle chitarre e l'impatto lirico di un canto che trasuda tormento e inquietudine come se canzoni struggenti e dall'aria maledetta come la febbricitante Fever Dreams, la sciamanica Darkhorse o l'apocalittica Dead Set Eyes fossero la penitenza con cui espiare una colpa o la fiamma con cui cauterizzare una ferita. Ombre profonde e poche, fioche luci perfino in un brano intitolato Light Song che si snoda lento e magmatico tra le deflagrazioni e le derive post delle chitarre, e nemmeno nel respiro onirico di ballate che evocano l'ipnotismo dei Mazzy Star come Races e la meravigliosa You Don't Have to Cry oppure nei vaghi brividi western di un'intensa Apathy On The Indian Border. Affascinante e cupo come fosse stato concepito in una notte priva di stelle, On Dark Horses pare custodire il lato più tenebroso del cantautorato al femminile statunitense: una dark side che Emma Ruth Rundle incarna alla perfezione. (7,5/10)

mercoledì 12 dicembre 2018

Paint - Paint (Mexican Summer/Goodfellas)


di Luca Salmini

...Abbiamo già sentito tutto, lo ripetiamo solo per esserne certi...” canta Pedrum Siadiatan in Daily Gazette, la prima canzone del suo esordio solista a nome Paint: un verso che potrebbe spiegare le ragioni di un disco che pare un nitido riflesso dell'estasi psichedelica che illuminò la California tra il 1965 e il 1968 e che oggi continua a pervadere le traiettorie di una band come gli Allah-Las, il collettivo in cui Siadiatan suona la chitarra come fosse ormai passato oltre le porte della percezione.

Sebbene l'idea di un debutto fosse in gestazione da qualche tempo, le canzoni di 'Paint' hanno cominciato ad affiorare solo nel 2016 al termine della realizzazione di 'Calico Review', l'ultimo lavoro di studio degli Allah-Las, quando Siadiatan le ha incise con in mente le poesie di Gregory Corso e John Lennon e le ballate di Kevin Ayers e Syd Barrett: materiale troppo freak anche per una banda di hippie come gli Allah-Las, che comincia a coagularsi in canzoni quando ci mette le mani il produttore Frank Manton e quando il batterista Matthew Correia (Allah-Las) e il multistrumentista Nick Murray (White Fence, Thee Oh Sees) entrano a far parte del progetto Paint.

Sospeso tra le stralunate melodie di Skip Spence, i barocchismi degli Strawberry Alarm Clock e le slabbrate visioni dei Velvet Underground, 'Paint' è composto da oniriche ballate folk-rock dal respiro lisergico e da aciduli acquerelli elettrici in cui echeggiano chitarre fuzz e organi Farfisa dall'affascinante suono vintage, retaggio del periodo più prospero e creativo attraversato dall'intera storia della musica.

I Paint esplorano il lato più dolce e sognante della musica psichedelica con canzoni che evocano l'inquietante atmosfera idillica di Sunday Morning dei Velvet Underground e il tintinnare jingle jangle dei Byrds, come accade in una loureediana Daily Gazette, in un'incantevole e riverberata Plastic Dreams, nei saliscendi melodici di Moldy Man, nel mantrico refrain della velvettiana Silver Streaks, nella marcetta beatlesiana di Just Passin' Through, nello sfasato pop di Wash o negli arrangiamenti orchestrali dello stupefacente strumentale Heaven In Farsi. Pervaso dall'acerba innocenza dei sixties, 'Paint' è un disco pieno di “buone vibrazioni”, che è bene perpetuare e piacevole riassaporare, soprattutto considerando i tempi che corrono. (7/10)

domenica 9 dicembre 2018

Jon Spencer - Spencer Sings The Hits (In The Red/Goodfellas)


 di Luca Salmini

“...Ti dico cosa c'è di sbagliato nel rock di oggi...E' musica per persone adulte, è rispettabile, è perbene, è arte ed è tutto quel genere di cose. Ciò è positivo per la musica, ma la gente non capisce la differenza tra rock'n'roll – che è stile di vita, è moda, è musica, è un'amplesso, è un sacco di cose - e “rock”, che è solamente musica...”: non sono rimasti in molti oggi a pensarla come Lux Interior dei Cramps, ma di certo Jon Spencer è tra questi, almeno a giudicare dallo psicotico rifferama che riempie il suo esplosivo debutto solista 'Spencer Sings The Hits'. 

Da quando raschiava la sporcizia dai bassifondi con i Pussy Galore fino al successo conquistato dai Blues Explosion nei tardi anni '90, senza contare la parentesi anni '50 degli Heavy Trash e l'affare di famiglia Boss Hog, Spencer ha sempre trattato il rock'n'roll come una questione di vita o di morte, con una devozione che non è mai venuta meno, nemmeno ora che lo spirito non è più quello di un adolescente e le giunture non hanno più l'elasticità di un tempo. Messa da parte la sigla Blues Explosion dopo il caotico 'Freedom Tower – No Wave Dance Party' del 2015, Spencer ne rifonda un surrogato per questo debutto a proprio nome, arruolando Sam Coomes dei Quasi e il batterista M. Sord, per rispolverare tutta l'euforia degli esordi e quell'approccio grezzo, nevrastenico e selvaggio che faceva suppore ci fosse in ballo una rivolta: materiale che non poteva che attrarre l'attenzione della In The Red Recordings, l'etichetta che aveva tenuto a battesimo alcuni dei primi singoli della band. 

Per questo 'Spencer Sings The Hits' suona da un lato come un ritorno alle origini, quando la febbre del rock'n'roll si insudicia con il frastuono del punk e le canzoni prendono la deriva di malsani e esaltati sproloqui da ospedale psichiatrico, come succede nelle isteriche sfuriate elettriche di Do The Trash Can e della nevrotica scheggia I Got The Hits, in anfetaminici boogie come Overload o blues degenerati come Time 2 Be Bad; dall'altro pare quasi recuperare i momenti migliori delle passate esperienze quando partono incandescenti funky come Hornet e Wilderness, sovraccarichi rhythm'n'blues come Love Handle o allucinati country&western come Cape. Sarà forse tutta una questione di feeling o di istinto, ma a cinquant'anni suonati Jon Spencer pare ancora il più cool tra i Peter Pan del rock e questo 'Spencer Sings The Hits', che incarna tutto quello che Lux Interior pensava rappresentasse il rock'n'roll, ha tutta l'aria di uno di quei dischi che per un motivo o per un altro non possono passare inosservati. (7,5/10)

domenica 11 novembre 2018

Recensioni brevi: Midnight Oil, Jim Moginie

Midnight Oil - Armistice Day - Live at the Domain Sydney (Sony)













di Chris Airoldi

Ancora non è dato sapere se il lungo tour mondiale che ha visto i Midnight Oil attraversare tra Aprile e Novembre 2017 i cinque continenti, con 74 date tutte sold out, sia stato il preludio ad un ritorno all'attività anche in studio o solamente il definitivo canto del cigno per la storica band australiana. Quel che è certo è che sul palco abbiamo potuto ammirare cinque musicisti ancora in grado di dare forma e potenza alle istanze di una band il cui impegno sociale fino a qualche anno fa poteva sembrare destinato all'anacronismo, ma mai come oggi sarebbe necessario riportare in auge, vista la decadenza politico/umana alla quale stiamo assistendo. Questo corposo doppio disco dal vivo ci mostra dunque Peter Garrett e soci ripercorrere interamente la propria carriera, dall'urticante punk degli esordi (Stand in Line, Bus to Bondi, Don't Wanna be the One), alla oscura e disincantata contaminazione degli ultimi lavori discografici (Redneck Wonderland, Golden Age), passando per le anthem songs degli anni '80 (Beds Are Burning, The Dead Heart, Read About It). Una testimonianza che speriamo abbia un seguito, c'é ancora bisogno di brani come Dreamworld, Sometimes o Short Memory. (7/10)



Jim Moginie - Bark Overtures (Hudson Records)













di Chris Airoldi

I chitarristi australiani sono spesso ignorati dalle classifiche delle riviste di settore: al di là dei soliti Tommy Emmanuel o Angus Young, è molto raro trovare tra i più applauditi solisti delle sei corde un nome proveniente dal continente down under, nonostante per decenni la musica australiana sia stata etichettata come prettamente di stampo chitarristico. Uno dei nomi che meriterebbero più attenzione è quello di Jim Moginie, chitarrista/autore che coi suoi Midnight Oil ha avuto un ruolo da protagonista nell'epopea del rock australiano, dando un apporto fondamentale in termini compositivi ma anche di suono, visto che le sue sei corde, tra fascinazioni vintage, divagazioni surf e sventagliate noise, sono decisamente riconoscibili e hanno caratterizzato la cifra stilistica della band. In questo quarto album a proprio nome, Moginie torna al primo amore, tra jingle-jangle e surf, con qualche accelerazione punk, aiutato da un bel trio di amici: Kent Steedman e Paul Loughhead dai Celibate Rifles e Tim Kevin dei La Huva. 'Bark Overtures' è un disco molto dinamico, dove non c'é traccia di ricerca o sperimentazione ma gran voglia di creare atmosfere desertiche (Samhadi Dog, Journey to the Inner Stick), psichedeliche (Arseholes, Space Moment) o garage (0 to 110, Destination Afghanistan); uno di quei dischi senza troppi fronzoli ma pieni di sostanza che stanno diventando sempre più rari. (7/10)

giovedì 8 novembre 2018

Ryley Walker - The Lillywhite Sessions (Dead Oceans)


di Chris Airoldi

A sei mesi dall'ottimo 'Deafman Glance' il talentuoso cantautore dall'Illinois riprende posto sugli scaffali dei negozi con quella che, al momento dell'annuncio, in tanti avevano considerato poco più che una boutade da social network: una rivisitazione in toto di quelle fantomatiche 'Lillywhite Sessions' che la Dave Matthews Band mise in calendario tra il 1999 e il 2000 allo scopo di dare un seguito al riuscito 'Before These Crowded Streets' (1998), ma finirono per portare Matthews e soci ad un passo dallo scioglimento, e che ancora oggi qualcuno considera il meglio della produzione in studio della band. Grazie all'intraprendenza di alcuni fans le session diventarono in breve pubbliche, tanto da costringere la band a chiudere entrambi gli occhi, accettandone la diffusione virale ormai divenuta inarrestabile.

I brani, considerati all'epoca dalla label e da alcuni dei componenti del gruppo troppo cupi e intrisi del pessimismo alterato dai fumi dell'alcool del leader, vennero poi ripresi ed inseriti in opere successive, quando la band si trovò a dover recuperare il passo falso pop di 'Everyday', album prodotto in soli sette giorni con Glen Ballard, risposta scialba ed affrettata alle difficili session con Steve Lillywhite. Ryan Walker, da sempre die hard fan della band, ci ha tenuto subito a specificare che questa ripresa è un omaggio sentito e non un "fuck you record"; da lungo tempo progettava infatti di rivisitare completamente uno dei lavori della band dalla Virginia e quando la Dead Oceans, confortata dal buon risultato di 'Deafman Glance', gli ha fatto capire che ci sarebbe stato il budget per realizzare l'impresa, non se l'è lasciato ripetere due volte.

Entrato in studio con il fidato bassista Andrew Scott Young e l'eccezionale batterista Ryan Jewell, in pochissimo tempo ha ri-arrangiato 12 brani facenti parte delle session, talvolta avvicinandosi alle versioni originali, in altri casi stravolgendole completamente. Ne è uscito un lavoro molto interessante che, seppur non scevro dai limiti propri dei cover album, ci mostra chiaramente la bontà delle composizioni, esaltandone la cupa malinconia esistenziale ma anche le notevoli dinamiche musicali, tra spunti di grande qualità stilistica, virtuosismi mai spinti all'eccesso e interpretazioni convincenti. In qualche momento la sperimentazione pare inoltrarsi in territori fin troppo tortuosi, pensiamo a brani come Monkey Man o Sweet Up And Down, ma il mood generale dell'album non è mai pesante o involuto.

L'interpretazione di Walker in alcuni episodi è chiaramente figlia della particolare vocalità di Matthews (Big Eyed Fish, Grace is Gone, JTR), mentre risulta più libera di esprimersi, soprattutto nei brani il cui arrangiamento si discosta maggiormente dall'originale, come Captain, Bartender, Raven o Busted Stuff. Come detto Walker e soci hanno colto al volo l'occasione offerta dalla Dead Oceans, e la scelta di riprendere queste session oscure e dalla storia travagliata si è rivelata vincente (in partenza Walker aveva ipotizzato di rivisitare il fortunato 'Crash'), regalandoci un lavoro certo non semplice al primo ascolto, ma nel quale la grande perizia tecnica e l'eccezionale capacità interpretativa del trio forniscono nuova linfa alle composizioni. Un disco che pensiamo piacerà sia ai fans di Walker sia a quelli della DMB ma potrà soddisfare anche coloro che non hanno dimestichezza con le discografie di entrambi. (7,5/10)

mercoledì 31 ottobre 2018

The Burned - Blood of the Land (Self-Released)


di Luca Salmini

Per farsi un'idea di quali e quante suggestioni riempiano la musica di The Burned, bastano forse le parole del bassista Kevin Colomby: “...le sue canzoni evocano ardori selvaggi e braci morenti e quei pensieri che vengono in mente quando si sta svegli tutta la notte, sotto un grande cielo di stelle...”, ma è molto difficile capire come, dopo un mezzo capolavoro come “Blood Of The Land”, la celebrità della band sia ancora tanto effimera, se non proprio pari a zero. Forse saranno gli otto anni trascorsi tra l'esordio omonimo del 2010 e i due EP pubblicati solo oggi, 'Dark Red Sun' e appunto l'ultimo 'Blood Of The Land', o magari il tenore di canzoni troppo country per il pubblico rock e viceversa, sta di fatto che Kurt Baumann e i suoi The Burned rimangono uno dei segreti meglio custoditi d'America, per usare una trita locuzione spesso in uso presso la stampa d'oltreoceano. 

E dire che i presupposti per suscitare un minimo di interesse non mancano affatto, visto che Baumann vanta una biografia che pare la trama di un romanzo e che le sue fonti d'ispirazione (Willie Nelson, Kriss Kristofferson, Johnny Cash) rappresentano da sole una bella fetta della storia della musica statunitense, anche se a dire il vero è solo in 'Blood Of The Land' che la loro influenza ha una forte incidenza sulla forma più asciutta dei suoni e sul maggior risalto conferito al songwriting. Per usare un'espressione di Baumann “...per me la musica assomiglia all'incrocio tra Johnny Cash e i Pink Floyd...”, ma 'Blood Of The Land' sembra piuttosto sospeso tra il lato fuorilegge del country (quello battuto dai nomi sopracitati e da spiriti ribelli come Townes Van Zandt) e le narcolettiche malinconie di Bill Callahan, segnando un netto distacco dalle sonorità art-rock e dark-wave che caratterizzavano i lavori precedenti con una manciata di ballate lente, profonde e d'ambientazione western, che profumano di deserti e praterie quanto un romanzo di Cormac McCarthy. 

Baumann imposta il baritono come un solitario cowboy in una serenata alla luna e la band lavora per sottrazione, mescolando acustico ed elettrico e alzando suoni come manciate di polvere nella meravigliosa marcia funebre di A Man Who Knows, nello spettrale rallenty honky tonk di una quasi caveiana Old Bones, nel lirismo coheniano di una grandiosa Hangman, nel romantico dondolio country&western di un'incantevole Trigger e nelle minuzie acustiche di una ispiratissima A Whisper To The Wind. Solo cinque canzoni, ma che a questo punto valgono un'intera carriera o addirittura una vita come quella intensissima di Kurt Baumann, che, come per magia, sembra essere tutta qui racchiusa nelle pieghe più profonde e poetiche del canto e nel contemplativo movimento degli strumenti di 'Blood Of The Land'. (8/10