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mercoledì 10 gennaio 2024

Video della Settimana: Ty Segall - My Best Friend

A pochi giorni dall'uscita del nuovo album 'Three Bells', Ty Segall pubblica un divertente video ufficiale per il brano My Best Friend. Enjoy!



lunedì 1 gennaio 2024

Playlist Gennaio 2024

Ecco la Playlist di Gennaio. Link diretto

Buon 2024!

 


mercoledì 27 dicembre 2023

Video della Settimana: W.Haynes & Playing for Change - Soulshine

Chiudiamo bene l'anno con questa splendida versione di Soulshine che il buon Warren Haynes re-interpreta con alcuni musicisti del progetto Playing for Change. Enjoy!



martedì 26 dicembre 2023

The Felice Brothers - Asylum on the Hill (Self)


di Chris Airoldi

La fine del 2023 è stata decisamente prodiga di buona musica: ci ha regalato il grande ritorno di alcuni nomi illustri, diverse solide conferme e qualche stuzzicante nome nuovo che sarà il caso di tenere d'occhio nel prossimo futuro. In piena zona Cesarini è saltato fuori a sorpresa questo 'Asylum on the Hill', pubblicato il 15 Dicembre nel solo formato liquido, scaricabile dalla pagina Bandcamp dei Felice Brothers, un disco che arriva a due anni di distanza dall'ottimo 'From Dreams to Dust' (Yep Roc 2021), da molti considerato tra i migliori lavori della band da Catskills, NY. 

Registrato come il precedente nella vecchia chiesa di Harlemville che i fratelli hanno trasformato in studio, vede alla consolle e alla co-produzione il fido Nate Wood, sempre più a proprio agio coi suoni minimali e intensi, spesso flebili, della band di Ian e James Felice. Solo dieci giorni di lavoro, per 12 brani decisamente belli, dai quali traspare una stramba atmosfera di rilassatezza, probabilmente frutto della totale mancanza di pressioni discografiche o produttive. Ma attenzione: non si tratta di un disco leggero e spensierato, bensì di un lavoro ispirato e concreto, estremamente maturo, che allinea una prodigiosa serie di racconti in musica, con qualche momento lieve ma in prevalenza temi molto profondi e affascinanti. 

Ian Felice lo ha definito: "un disco sul fare musica perché amiamo farla; (un disco) che parla di gerani rossi che diventano mostruosamente grandi e potenti, di varie deformità del cuore e della mente, e del ritorno inaspettato di un musicista di strada, morto da tempo e dimenticato". Un miscuglio dunque interessante e peculiare, tutto da assaporare, che già dopo pochi ascolti riesce a farci ammettere di aver chiuso forse troppo presto la lista dei migliori dischi dell'anno: 'Asylum on the Hill' vi si colloca senza dubbio a pieno titolo, e siamo certi non saremo i soli a rimettere mano alle nostre classifiche per una irrinunciabile variante in corso d'opera. 

L'intensa ballad iniziale Candy Gallows è tanto profonda nel testo quanto riuscita nell'arrangiamento; semplice per approccio ma carica in fase strutturale, con le voci (un amico direbbe: "hanno portato i Beach Boys in chiesa") usate alla perfezione per sostenere l'andamento generale e sottolineare un crescendo centrale/finale molto emozionante. Un'apertura di lavoro intrigante, che fa da apripista all'apparente frivolezza musicale di una ritmica Strawberry Blonde, la quale volutamente richiama melodie pop pre-masticate per infilarsi agilmente sottopelle e rilasciare il carico pesante di un testo assolutamente amaro. L'illusoria leggerezza resta solamente nella banale dichiarazione contenuta nel ritornello ("Strawberry Blonde, I love you"), ma tutto il resto delle liriche ci parla di un amore deluso, disperato e bistrattato, mentre un piano beffardo e le voci in qualche modo se la ridacchiano in sottofondo.

Abundance è una gemma oscura che apre come una soul ballad d'altri tempi, con il basso a dettare il ritmo, per poi sputare fuori un ritornello corale, sgangherato ma potente, che dà ancora più forza ad un testo sulla solitudine e il disincanto. Fisarmonica e piano allestiscono una struttura musicale solida, sulla quale prospera una coralità forte e incisiva, quasi broadwayana, per un brano strepitoso. Teeth in the Tabloids è invece una piano ballad che assieme alla successiva Macrame ci porta alla mente i territori cari a The Band o ai migliori Jayhawks, ma in un'ottica dimessa. Le voci a duettare, il piano in contrappunto, la batteria quadrata, per un tuffo in piena atmosfera No Depression, Roots Rock o Americana, chiamatela come diavolo vi pare. 

C'é spazio anche per qualche momento più scanzonato, con la movimentata Green Automobile e la sincopata When Susie Was a Skeleton; la prima è introdotta da un piano verticale con un suono da saloon che trova la complicità nella gestione del ritmo in una cowbell, mentre la seconda è una sorta di filastrocca divertita con un testo molto acuto. Entrambe, pur avendo una natura acustica, mostrano uno spirito vicino a quello di certa new wave anglo-americana degli '80-90. I bei cori fanno la differenza e rendono questi brani godibili, qualcosa di più di semplici riempitivi, utili a far sì che il disco diventi decisamente più eterogeneo, pur senza abbassarne la tensione generale. 

Spring Gazing è un breve intermezzo con una voce di bimbo a recitare un estratto dal testo della poetessa cinese Xue Tao su una base di armonici di chitarra, invero un po' inquietante, ma perfetto per introdurre l'evocativa Long Dead Street Musician, ennesima ballad del disco, con un peculiare ritmo marziale che esalta un retrogusto di folk britannico che si esplicita soprattutto nel ritornello corale, uno dei momenti migliori di tutto il disco. Si torna in territori più rock con l'upbeat di Birds of the Wild West, brano con ancora la fisarmonica a farla da padrona. Un bel testo, le acustiche a macinare chilometri, la ritmica a far battere il piedino e le solite belle voci; ci sono tutti gli ingredienti per un brano che dal vivo si farà certamente apprezzare. 

La title-track ci trasporta inaspettatamente nella fredda atmosfera della Seconda Guerra Mondiale. È un brano splendido, inutile girarci attorno; qualcuno probabilmente dirà fin troppo Dylaniano, ok, ma avercene di brani così. Testo bellissimo, arrangiamento perfetto, è puro oro liquido. E se ancora non bastasse c'é la conclusiva What Will You Do Now, una commovente composizione per piano, voce e poco altro, anch'essa a livelli sublimi; la cantasse Tom Waits, tanto per dire, si urlerebbe al capolavoro. Da sole queste ultime due composizioni valgono il costo dell'album, fidatevi.

Disco dell'anno? Chi l'avrebbe detto? (8,5/10)

The Felice Brothers su Bandcamp
The Felice Brothers

venerdì 15 dicembre 2023

Harp - Albion (Bella Union)

 



di Chris Airoldi

Gradito ritorno quello di Tim Smith, ex-vocalist e principale autore dei texani Midlake, band che a seguito della dipartita del leader ha alternato uscite molto buone a momenti decisamente interlocutori e tuttora è alla ricerca di un colpo di reni che la faccia uscire da un preoccupante stallo creativo.

Smith si è invece preso tutto il tempo, una decina di anni buoni, per creare insieme alla compagna Kathi Zung il progetto Harp, artefice di un lavoro che farà felici i fans del combo da Denton ma anche coloro che amano le atmosfere intrise di malinconia e le reminescenze di certo soft-rock degli anni '70 e '80 che, va detto, trovavano ampio spazio già nei lavori della band, la quale ha sempre palesato una propensione per certi suoni, più europei che americani.

Ecco dunque 12 brani nei quali a farla da padrone è ovviamente la voce ora dolcemente eterea ora lascivamente lirica di Smith, che molto spesso è doppiata o triplicata con quel pizzico di dissonanze sparse che da sempre fanno parte del lessico del musicista texano insieme ai temi agro-dolci dei testi, ancora incentrati sulla difficoltà dell'essere umano e sulla ricerca di una sorta di redenzione dai passi falsi che la vita ci porta inesorabilmente a fare.

Si potrebbe pensare che ispirazione e temi abbiano dato vita ad un album dalle tinte invernali e dalle atmosfere fredde; in realtà, al di là della copertina e di una certa iconografia medioevale utilizzata, il lavoro ci trasporta in una dimensione avvolgente che sfugge dal pessimismo o da qualsiasi emozione negativa, per mantenerci in una sorta di caldo giaciglio in cui regna una sognante consapevolezza.

I suoni sono accuratamente centellinati, non ci sono guizzi dinamici o vibranti colpi di scena, ma un insieme solido di brani che all'impatto sonoro privilegiano quello emotivo. Dalla splendida apertura con la strumentale The Pleasant Grey, che con un gioco di pitch va a trasfigurare nel brillante singolo I Am the Seed, brano sicuramente tra i migliori dell'anno, si arriva fino alla ritmata ballata onirica A Fountain, per un trittico iniziale di straordinaria bellezza.

Daughters of Albion è una cadenzata soft ballad forse un tantino più risaputa di ciò che la precede, ma è un buon viatico per la successiva Chrystals, tanto lieve quanto breve episodio, che ha nel DNA l'essenza di ciò che erano i Midlake di Tim Smith: purezza e inquietudine. Country Cathedral Love si regge su un arpeggio semplice ed efficace e su un morbido tappeto di voci, ha un andamento quasi da mantra e assieme alla successiva Shining Spires costituisce il cuore di questo lavoro, in un connubio di luci ed ombre molto suggestivo.

Silver Wings ci riporta nei territori cari ai Midlake; è un brano che non avrebbe affatto sfigurato nella tracklist dello splendido 'The Trials of Van Occupanther' (2006), così come il seguente Seven Long Suns, nel quale la voce e il flauto si rincorrono su territori brumosi per poi affacciarsi su un ritornello con le voci dominanti, gran pezzo. Moon è un altro strumentale che mantiene alto il pathos del lavoro accompagnandoci verso i due brani finali. 

Throne of Amber, ritmato e ossessivo, con quel peculiare suono di chitarra che per una scelta di arrangiamento forse un po' avventata mette in ombra la vocalità di Smith, ha bisogno di più ascolti per essere apprezzato. Herstmonceux si apre invece con un coro registrato in una cattedrale scozzese e chiude il cerchio riprendendo il testo di I Am the Seed con lo splendido verso finale "quietly the sorrow flees from me, bright as day the soul no longer grieves" che ribadisce il senso di questo lavoro, l'intenzione dell'autore di scavare nel profondo dell'ascoltatore, per trarne una morbida sensazione positiva che riscaldi questi tempi freddi e bui. (8,5/10)

Harp su Bandcamp
Harp su Instagram

martedì 12 dicembre 2023

Playlist Dicembre 2023

Siamo di nuovo online, quanto durerà questa volta? Vedremo.

Ecco la Playlist di Dicembre, nove brani che ritengo meritevoli di attenzione. Link diretto

Buon ascolto! Chris

domenica 12 dicembre 2021

David Allred - Driving Through the Aftermath of a Storm on a Clear Day (Dauw)

di Chris Airoldi

Prolifico compositore dall'Oregon, in bilico tra fascinazioni folk e deviazioni sperimentali nell'ambito di quella che il recensore a corto di definizioni cataloga in genere come contemporary classical, David Allred è polistrumentista dotato e autore raffinato; nelle sue composizioni, anche le più complesse, si percepisce una semplicità formale che le rende fruibili a qualunque pubblico, spesso con un inaspettato sentore pop.

In poco più di cinque anni Allred ha dato alle stampe una quindicina di album, tra lavori solisti e collaborazioni (Allred & Broderick, Good Enough for Grandpa), mantenendosi sempre a una certa distanza dal mainstream, ma costruendosi una solida reputazione come musicista e ampliando le proprie influenze in molteplici direzioni. 'Driving Through the Aftermath of a Storm on a Clear Day' prosegue in questo interessante percorso ed è, a parere di chi scrive, uno degli album più riusciti del musicista da Portland.

Il disco è breve, circa trenta minuti per undici brani, molti dei quali della durata di poco più di due minuti, ma la sostanza è decisamente tanta ed il disco entra subito sotto pelle insinuandosi ascolto dopo ascolto nell'animo dell'ascoltatore. I temi sono minimali, sospesi, a volte inquieti, con strutture rette da piano e archi, passaggi ripetuti che creano una sorta di base ritmica sulla quale Allred, fautore di tutti i suoni presenti nel disco, inserisce melodie ora solenni, ora eteree. 

Oltre al linguaggio musicale, c'é in questo lavoro un uso peculiare delle imperfezioni, dei rumori; la ricerca di una sorta di disturbo che si trasforma in musica, penetrando nel tessuto sonoro dei brani per amplificarne la personalità. Esemplare in questo senso la composizione che apre il lavoro, la quieta Wave, che vive del contrasto tra il suono di un timido piano, sporcato dai rumori stessi dello strumento, escamotage che sarà ripreso anche in alcuni dei brani successivi, e una sovrastruttura di archi e voci sospesa in un crescendo molto affascinante. 

Ma c'é grande sostanza anche in brani come New Gravity, per chi scrive il pezzo migliore dell'album, costruito su un inquieto arpeggio dispari che introduce un mood nel quale il sussurro si fa potente e cinematografico, con i bassi ad insinuarsi drammatici tra i riverberi di piano ed archi, in Portland Nursery, brano folk-oriented impreziosito da suono di ottoni e ritmica solenne, nelle atmosfere pastorali di Potato e nelle splendide cadenze della conclusiva Daylight, alla quale una tromba sordinata regala un retrogusto jazzy.

Un lavoro breve e conciso ma decisamente interessante; Allred non aspira certo al grande successo commerciale, ma un posticino nella nostra discografia se lo merita, andate a scoprire anche i suoi lavori precedenti. (8,5/10)




venerdì 26 novembre 2021

Ben Chasny - The Intimate Landscape (Drag City)


di Luca Salmini

Secondo una voce autorevole, in quanto a chitarre e a solisti dello strumento quale senza dubbio è Buck Curran, che tra l'altro conosce bene il personaggio, Ben Chasny sarebbe “...uno dei cantautori e dei chitarristi più peculiari d'America...” e basta ascoltare il nuovo album 'The Intimate Landscape' o uno qualsiasi dei dischi del suo progetto di lungo corso Six Organs Of Admittance, per intuire cosa possa ispirare tali complimenti, come abbia guadagnato la stima e l'ammirazione di amici e colleghi e perfino un contratto che lo lega ormai da anni a una prestigiosa etichetta indipendente come la Drag City. 

Nato in seguito a un'insolita proposta della storica etichetta britannica KPM Music, finora specializzata in sonorizzazioni di materiale cinematografico e televisivo, 'The Intimate Landscape' è un disco esclusivamente strumentale e per sola chitarra, un lavoro in cui Ben Chasny lascia da parte le interferenze rumorose e le derive elettriche e psichedeliche dei Six Organs Of Admittance per suonare poetiche e pastorali melodie acustiche sospese tra bucoliche atmosfere folk e una vaga aura new age. 

In linea di massima si direbbe che 'The Intimate Landscape' riesca a evocare l'incanto dell'opera di eccelsi solisti come John Fahey, Leo Kottke, Jack Rose o William Tyler (solo per citarne alcuni), ma ancora una volta sono forse le percezioni e le parole espresse da un artista sulla stessa lunghezza d'onda come Buck Curran a rendere meglio l'idea: “...Attraverso tutto l'album la musica è pervasa da un feeling gioioso diverso dalla maggior parte dei lavori dal carattere mistico e umorale del passato. In questa collezione di strumentali il suo fingerpicking è pacificato e le sue cascate di note tanto meravigliose da farmi venire in mente le immagini di un fiume e delle sue rapide...le cui acque paiono talmente scintillanti da sembrare diamanti che rifrangono la luce del sole...”. 

In effetti, che evochino scene d'acqua, terra o cielo a seconda dello stato d'animo di chi ascolta, le musiche di Ben Chasny sono altamente scenografiche e sebbene il titolo sottintenda un carattere introspettivo e meditativo, non è difficile immaginare la meraviglia degli sconfinati paesaggi naturali della wilderness americana, abbandonandosi all'echeggiare di basici folk come la splendida The Many Faces Of Stone o la bucolica Waterfall Path, all'aura ambientale di Six Diamonds, dove affiorano un'alito di sintetizzatori e i lievi contrappunti di un piano elettrico, al sentire blues di una sinistra Water Dragon, alle suggestioni psichedeliche di Star Cascade, alla malinconia autunnale di una meravigliosa Where Have All The Summers Gone o al ricercato fingerpicking di Circular Road. Un sognatore e un visionario, Ben Chasny si conferma compositore ispirato e fantasioso anche in solitaria e 'The Intimate Landscape' è un disco affascinate e poetico che susciterà entusiasmo e empatia non solo tra competenti addetti ai lavori come Buck Curran. (8/10)



giovedì 25 novembre 2021

Playlist Novembre 2021

Ecco la Playlist di Ottobre, come sempre dieci brani che ritengo meritevoli di attenzione Buon ascolto! Chris

mercoledì 17 novembre 2021

Rick Deitrick - Coyote Canyon (Tompkins Square)


di Luca Salmini

“...Credete nel vostro sound...” predicava il celeberrimo Miles Davis ai suoi musicisti e, nonostante fama e successo non l'abbiano mai nemmeno sfiorato, non sembra aver fatto altro il chitarrista di Los Angeles Rick Deitrick, fin da quando appena adolescente iniziava a suonare lo strumento come farebbe un naufrago su un'isola deserta, cercando la propria “voce” e senza alcun punto di riferimento. 

Nel 1978, quando uscì l'esordio 'Gentle Wilderness', la sua ricerca naif sembrava finalmente soddisfatta, ma il disco, stampato privatamente in sole 500 copie e con una distribuzione locale, non ricevette l'attenzione che avrebbe meritato, e il nome dell'autore finì immediatamente nell'oblio, solo per essere riscoperto di recente dall'etichetta Tompkins Square Records, che qualche anno fa ha ristampato il debutto insieme all'inedito River Sun, River Moon e oggi pubblica il nuovo 'Coyote Canyon', che raccoglie incisioni mai pubblicate, effettuate tra il 1972 e il 1975. 

Anche considerando l'abbondanza di solisti che caratterizzava gli anni '70, Rick Deitrick suona come la voce fuori dal coro (e Three Sisters, la traccia registrata nel '99 che conclude il disco, conferma come non abbia mai smesso di credere in quanto stava facendo), più vicino all'estetica misticheggiante della new age che agli accordi gutturali dei primitivisti, con una musica quieta e melodiosa che trae ispirazione dalla contemplazione della natura e di luoghi affascinanti come deve esserlo Coyote Canyon. 

Sebbene precedano di qualche anno il debutto, le tracce, solo strumentali e per sola chitarra acustica di 'Coyote Canyon', svelano già tutto l'estro con cui Rick Deitrick trasformava in accordi e fraseggi le macchie di colore del pittore o i versi del poeta in Gentle Wilderness, esprimendo l'amore per una donna nelle dolci note di Emma, la magia del deserto in una sinistra Tumbleweedin' o l'incanto di un paesaggio incontaminato nella spaziosa e bucolica Little Tujunga. 

Alcune idee gli venivano in mente passeggiando tra le colline di Los Angeles o riposandosi accanto a un torrente, ma la maggior parte di 'Coyote Canyon' nasce da improvvisazioni di studio, mentre Deitrick assecondava il corso dei propri pensieri e seguiva l'ispirazione del momento, come sembra accadere nella meditativa To Martha, nella melodia circolare di una effimera Going Home o nel lento e narrativo svolgersi di una splendida e immaginifica Three Sisters. Vate per certi versi di quello che sarebbe diventato il fenomeno new age, Rick Deitrick è un chitarrista d'ispirazione folk con una propria voce espressiva, magari non particolarmente originale in questo caso, ma decisamente unica e personale. (7/10)


 

martedì 9 novembre 2021

Devin Hoff - Voices From the Empty Moor (Kill Rock Stars)

 


di Luca Salmini

Lo statunitense Devin Hoff non è esattamente una celebrità, ma per intuire che non si tratti di un bassista come tanti altri basta scorrere i crediti dei dischi di Julia Holter, Nels Cline, Deerhoof, Marc Ribot, Carla Bozulich e Steven Bernstein oppure considerare che il suo esordio 'Solo Bass' del '09 finì tra i cinque dischi preferiti da Laurie Anderson in quel periodo. Dopo l'incoraggiante esito del debutto, Hoff ha pubblicato altri tre album in cui espandeva la funzione del basso trasformandolo da elemento ritmico in strumento armonico come poteva succedere nei dischi di Jaco Pastorius: il nuovo 'Voices From The Empty Moor' rappresenta un ulteriore progresso in questa direzione e allo stesso tempo una celebrazione del repertorio della schiva folksinger britannica Anne Briggs, materiale che il contrabbassista ha attentamente studiato, trascritto, arrangiato e spesso eseguito nel corso dell'ultimo decennio. 

Sedotto dalla bellezza e dall'aura di mistero che aleggiano nella musica della Briggs, Devin Hoff la reinterpreta in maniera intensa e personale con l'aiuto di illustri collaboratori come le cantautrici Sharon Van Etten, Julia Holter e Shannon Lay, lo straordinario batterista Jim White, il sassofonista Howard Wiley o il chitarrista Emmett Kelly, che aggiungono voci e sfumature ai basici arrangiamenti per solo o multipli contrabbassi concepiti dall'autore del progetto. 

Sospesa tra cameristico folk e jazz d'avanguardia, 'Voices From The Empty Moor' è un'opera di grande fascino e delicatezza che reimmagina il repertorio della Briggs in una serie di tracce cantate o solo strumentali straordinariamente aderenti al vago senso di solitudine e malinconia che pervade gli originali o almeno è l'impressione che suscitano la splendida Let No Man Steal Your Thyme, in cui la voce angelica della Holter volteggia sulla sinfonia di un quartetto di contrabbassi e infine su una tribale coda di percussioni e cori; l'intensissima Go Your Way in cui il canto sussurrato della Van Etten si distende lirico su un tappeto di vibrazioni di corde e fraseggi d'archetto o la bellissima e atmosferica Blackwater Side, dove è Emmett Kelly a intonare le strofe in maniera profonda e emozionante come se Bonnie “Prince” Billy gli avesse insegnato a cantare. 

Non sono meno d'effetto brani strumentali come l'incantevole Willy O' Winsbury in cui i contrabbassi suonano come violoncelli accompagnati dal drumming discorsivo di White, come Maa Bonny Lad dove il sassofono di Wiley urla come in un assolo free, come nel medley The Snow It Melts The Stones/ My Bonny Boy dove le corde dell'oud di Alejandro Farha evocano effimere arie d'oriente, come la grave revisione per solo contrabbasso di She Moves Through The Fair o ballate senza tempo come la bucolica Living By The Water a cui le sovrapposizioni della voce di Shannon Lay conferiscono un magico effetto corale. Prodotto e mixato dall'autore, 'Voices From The Empty Moor' è un omaggio che coglie l'essenza della musica di una delle voci più alte del folk inglese e il colpo di genio di un musicista a suo modo iconoclasta che reinventa in maniera creativa l'approccio al proprio strumento. (8/10)

domenica 7 novembre 2021

Courtney Hartman - Glade (Reckoner Reckords)


di Chris Airoldi

Cantautrice originaria del Colorado alla seconda prova discografica, Courtney Hartman rilascia un lavoro molto interessante, nel quale la vena folk trova terreno fertile, grazie ad una penna ispirata e ad un notevole lavoro sugli arrangiamenti, con prevalenza di colori tenui e piccole sfumature che danno ai brani strutture all'apparenza fragili e minimali, in realtà estremamente solide, senza mai forzare sulle dinamiche.

Il risultato è un album liquido, autunnale, che alterna momenti dolenti a contrappunti dal sapore delicato, affascinandoci con le note degli strumenti a corda ma soprattutto con la voce eterea di Hartman, che ha nel sussurro effluvi agro-dolci ed anche nei momenti più drammatici riesce a permearsi di un morbido sentore di rinascita, portando i brani verso orizzonti luminosi.

Bright at My Back apre il disco trasportandoci dentro un'atmosfera da alba livida, grazie ad un arpeggio dal tempo incerto ed alla voce in bilico tra suoni naturali e filtri, mentre gli archi crescono come foschia, attorno a un paesaggio apparentemente desolato ma pregno di sostanza che porta verso un finale più carico, con un tema ripetuto che diventa una sorta di mantra.

Moontalk lascia invece alle spalle la foschia, per addentrarsi in territori tersi e ritmati, con chitarra e basso a gestire la situazione in compagnia di piccoli contrappunti percussivi e sonori. La voce di Hartman brilla, specie quando doppiata, sia in unisono sia in controcanto. Wandering è invece un brano che si riallaccia alla tradizione folk dei grandi cantautori, con un picking molto riconoscibile, belle melodie e una leggerezza rassicurante. C'é anche un retrogusto europeo nel mood generale del brano.

Home Remedy si apre con una bella chitarra soffusa, sulla quale la voce si innesta lirica e fluida, è uno di quei pezzi in grado di trasportare l'ascoltatore in un'altra dimensione, grazie alla quasi impalpabile presenza di violino e steel guitar. Marrow torna ritmata, c'è anche una batteria a portare il tempo, sebbene si tratti di piccoli interventi che si intersecano ai volteggi degli archi e delle chitarre nel tema. Groove e sperimentazione, un brano decisamente interessante.

Ci si rituffa immediatamente in atmosfere rarefatte con When I Wake, pezzo caratterizzato da un incedere iniziale epico che dopo poche battute svanisce, lasciando voce e chitarra a sviluppare trame folk con semplicità formale ma grande intensità nell'interpretazione e negli arrangiamenti che riportano all'incedere iniziale, addolcendolo in un finale sospeso. Hideaway parte proprio da questa sospensione, modellandosi su una bella melodia del cantato; è un brano senza guizzi particolari, ma con un finale molto lirico, ben inserito nel contesto dell'album.

Have We Landed parte da lontano, anche nel suono riverberato della chitarra, che tratteggia un arpeggio cadenzato che diventa una sorta di loop acustico sul quale voce e basso si muovono fluidamente; gran brano che dopo qualche ascolto si gusta appieno, non c'é proprio nulla fuori posto.

Turning sembra inizialmente un demo, con la chitarra quasi accennata e un ambiente sonoro che si discosta dal resto del lavoro. Ha il pathos del folk nord-europeo e chiude l'album degnamente. Courtney Hartman è chiaramente molto lontana da qualunque tentazione mainstream, ma una musica così pregna, in grado di toccare le corde dell'ascoltatore nel profondo, meriterebbe l'attenzione del grande pubblico. (8,5/10) 


Courtney Hartman - Facebook




mercoledì 21 febbraio 2018

First Listen: Father John Misty, Willie Nelson, California Honeydrops...

Father John Misty - Mr.Tillman

Willie Nelson - Last Man Standing
da: Last Man Standing (Legacy, 27 Aprile)

California Honeydrops feat. Bonnie Raitt - Call it Home
da: Call it Home vol.1&2 (Tubtone, 6 Aprile)

Trampled By Turtles - Kelly's Bar
da: Life is Good on the Open Road (Banjodad, 4 Maggio)

La Luz - Cicada
da: Floating Features (Sub Pop, 11 Maggio)