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martedì 26 dicembre 2023

The Felice Brothers - Asylum on the Hill (Self)


di Chris Airoldi

La fine del 2023 è stata decisamente prodiga di buona musica: ci ha regalato il grande ritorno di alcuni nomi illustri, diverse solide conferme e qualche stuzzicante nome nuovo che sarà il caso di tenere d'occhio nel prossimo futuro. In piena zona Cesarini è saltato fuori a sorpresa questo 'Asylum on the Hill', pubblicato il 15 Dicembre nel solo formato liquido, scaricabile dalla pagina Bandcamp dei Felice Brothers, un disco che arriva a due anni di distanza dall'ottimo 'From Dreams to Dust' (Yep Roc 2021), da molti considerato tra i migliori lavori della band da Catskills, NY. 

Registrato come il precedente nella vecchia chiesa di Harlemville che i fratelli hanno trasformato in studio, vede alla consolle e alla co-produzione il fido Nate Wood, sempre più a proprio agio coi suoni minimali e intensi, spesso flebili, della band di Ian e James Felice. Solo dieci giorni di lavoro, per 12 brani decisamente belli, dai quali traspare una stramba atmosfera di rilassatezza, probabilmente frutto della totale mancanza di pressioni discografiche o produttive. Ma attenzione: non si tratta di un disco leggero e spensierato, bensì di un lavoro ispirato e concreto, estremamente maturo, che allinea una prodigiosa serie di racconti in musica, con qualche momento lieve ma in prevalenza temi molto profondi e affascinanti. 

Ian Felice lo ha definito: "un disco sul fare musica perché amiamo farla; (un disco) che parla di gerani rossi che diventano mostruosamente grandi e potenti, di varie deformità del cuore e della mente, e del ritorno inaspettato di un musicista di strada, morto da tempo e dimenticato". Un miscuglio dunque interessante e peculiare, tutto da assaporare, che già dopo pochi ascolti riesce a farci ammettere di aver chiuso forse troppo presto la lista dei migliori dischi dell'anno: 'Asylum on the Hill' vi si colloca senza dubbio a pieno titolo, e siamo certi non saremo i soli a rimettere mano alle nostre classifiche per una irrinunciabile variante in corso d'opera. 

L'intensa ballad iniziale Candy Gallows è tanto profonda nel testo quanto riuscita nell'arrangiamento; semplice per approccio ma carica in fase strutturale, con le voci (un amico direbbe: "hanno portato i Beach Boys in chiesa") usate alla perfezione per sostenere l'andamento generale e sottolineare un crescendo centrale/finale molto emozionante. Un'apertura di lavoro intrigante, che fa da apripista all'apparente frivolezza musicale di una ritmica Strawberry Blonde, la quale volutamente richiama melodie pop pre-masticate per infilarsi agilmente sottopelle e rilasciare il carico pesante di un testo assolutamente amaro. L'illusoria leggerezza resta solamente nella banale dichiarazione contenuta nel ritornello ("Strawberry Blonde, I love you"), ma tutto il resto delle liriche ci parla di un amore deluso, disperato e bistrattato, mentre un piano beffardo e le voci in qualche modo se la ridacchiano in sottofondo.

Abundance è una gemma oscura che apre come una soul ballad d'altri tempi, con il basso a dettare il ritmo, per poi sputare fuori un ritornello corale, sgangherato ma potente, che dà ancora più forza ad un testo sulla solitudine e il disincanto. Fisarmonica e piano allestiscono una struttura musicale solida, sulla quale prospera una coralità forte e incisiva, quasi broadwayana, per un brano strepitoso. Teeth in the Tabloids è invece una piano ballad che assieme alla successiva Macrame ci porta alla mente i territori cari a The Band o ai migliori Jayhawks, ma in un'ottica dimessa. Le voci a duettare, il piano in contrappunto, la batteria quadrata, per un tuffo in piena atmosfera No Depression, Roots Rock o Americana, chiamatela come diavolo vi pare. 

C'é spazio anche per qualche momento più scanzonato, con la movimentata Green Automobile e la sincopata When Susie Was a Skeleton; la prima è introdotta da un piano verticale con un suono da saloon che trova la complicità nella gestione del ritmo in una cowbell, mentre la seconda è una sorta di filastrocca divertita con un testo molto acuto. Entrambe, pur avendo una natura acustica, mostrano uno spirito vicino a quello di certa new wave anglo-americana degli '80-90. I bei cori fanno la differenza e rendono questi brani godibili, qualcosa di più di semplici riempitivi, utili a far sì che il disco diventi decisamente più eterogeneo, pur senza abbassarne la tensione generale. 

Spring Gazing è un breve intermezzo con una voce di bimbo a recitare un estratto dal testo della poetessa cinese Xue Tao su una base di armonici di chitarra, invero un po' inquietante, ma perfetto per introdurre l'evocativa Long Dead Street Musician, ennesima ballad del disco, con un peculiare ritmo marziale che esalta un retrogusto di folk britannico che si esplicita soprattutto nel ritornello corale, uno dei momenti migliori di tutto il disco. Si torna in territori più rock con l'upbeat di Birds of the Wild West, brano con ancora la fisarmonica a farla da padrona. Un bel testo, le acustiche a macinare chilometri, la ritmica a far battere il piedino e le solite belle voci; ci sono tutti gli ingredienti per un brano che dal vivo si farà certamente apprezzare. 

La title-track ci trasporta inaspettatamente nella fredda atmosfera della Seconda Guerra Mondiale. È un brano splendido, inutile girarci attorno; qualcuno probabilmente dirà fin troppo Dylaniano, ok, ma avercene di brani così. Testo bellissimo, arrangiamento perfetto, è puro oro liquido. E se ancora non bastasse c'é la conclusiva What Will You Do Now, una commovente composizione per piano, voce e poco altro, anch'essa a livelli sublimi; la cantasse Tom Waits, tanto per dire, si urlerebbe al capolavoro. Da sole queste ultime due composizioni valgono il costo dell'album, fidatevi.

Disco dell'anno? Chi l'avrebbe detto? (8,5/10)

The Felice Brothers su Bandcamp
The Felice Brothers

venerdì 15 dicembre 2023

Harp - Albion (Bella Union)

 



di Chris Airoldi

Gradito ritorno quello di Tim Smith, ex-vocalist e principale autore dei texani Midlake, band che a seguito della dipartita del leader ha alternato uscite molto buone a momenti decisamente interlocutori e tuttora è alla ricerca di un colpo di reni che la faccia uscire da un preoccupante stallo creativo.

Smith si è invece preso tutto il tempo, una decina di anni buoni, per creare insieme alla compagna Kathi Zung il progetto Harp, artefice di un lavoro che farà felici i fans del combo da Denton ma anche coloro che amano le atmosfere intrise di malinconia e le reminescenze di certo soft-rock degli anni '70 e '80 che, va detto, trovavano ampio spazio già nei lavori della band, la quale ha sempre palesato una propensione per certi suoni, più europei che americani.

Ecco dunque 12 brani nei quali a farla da padrone è ovviamente la voce ora dolcemente eterea ora lascivamente lirica di Smith, che molto spesso è doppiata o triplicata con quel pizzico di dissonanze sparse che da sempre fanno parte del lessico del musicista texano insieme ai temi agro-dolci dei testi, ancora incentrati sulla difficoltà dell'essere umano e sulla ricerca di una sorta di redenzione dai passi falsi che la vita ci porta inesorabilmente a fare.

Si potrebbe pensare che ispirazione e temi abbiano dato vita ad un album dalle tinte invernali e dalle atmosfere fredde; in realtà, al di là della copertina e di una certa iconografia medioevale utilizzata, il lavoro ci trasporta in una dimensione avvolgente che sfugge dal pessimismo o da qualsiasi emozione negativa, per mantenerci in una sorta di caldo giaciglio in cui regna una sognante consapevolezza.

I suoni sono accuratamente centellinati, non ci sono guizzi dinamici o vibranti colpi di scena, ma un insieme solido di brani che all'impatto sonoro privilegiano quello emotivo. Dalla splendida apertura con la strumentale The Pleasant Grey, che con un gioco di pitch va a trasfigurare nel brillante singolo I Am the Seed, brano sicuramente tra i migliori dell'anno, si arriva fino alla ritmata ballata onirica A Fountain, per un trittico iniziale di straordinaria bellezza.

Daughters of Albion è una cadenzata soft ballad forse un tantino più risaputa di ciò che la precede, ma è un buon viatico per la successiva Chrystals, tanto lieve quanto breve episodio, che ha nel DNA l'essenza di ciò che erano i Midlake di Tim Smith: purezza e inquietudine. Country Cathedral Love si regge su un arpeggio semplice ed efficace e su un morbido tappeto di voci, ha un andamento quasi da mantra e assieme alla successiva Shining Spires costituisce il cuore di questo lavoro, in un connubio di luci ed ombre molto suggestivo.

Silver Wings ci riporta nei territori cari ai Midlake; è un brano che non avrebbe affatto sfigurato nella tracklist dello splendido 'The Trials of Van Occupanther' (2006), così come il seguente Seven Long Suns, nel quale la voce e il flauto si rincorrono su territori brumosi per poi affacciarsi su un ritornello con le voci dominanti, gran pezzo. Moon è un altro strumentale che mantiene alto il pathos del lavoro accompagnandoci verso i due brani finali. 

Throne of Amber, ritmato e ossessivo, con quel peculiare suono di chitarra che per una scelta di arrangiamento forse un po' avventata mette in ombra la vocalità di Smith, ha bisogno di più ascolti per essere apprezzato. Herstmonceux si apre invece con un coro registrato in una cattedrale scozzese e chiude il cerchio riprendendo il testo di I Am the Seed con lo splendido verso finale "quietly the sorrow flees from me, bright as day the soul no longer grieves" che ribadisce il senso di questo lavoro, l'intenzione dell'autore di scavare nel profondo dell'ascoltatore, per trarne una morbida sensazione positiva che riscaldi questi tempi freddi e bui. (8,5/10)

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domenica 12 dicembre 2021

David Allred - Driving Through the Aftermath of a Storm on a Clear Day (Dauw)

di Chris Airoldi

Prolifico compositore dall'Oregon, in bilico tra fascinazioni folk e deviazioni sperimentali nell'ambito di quella che il recensore a corto di definizioni cataloga in genere come contemporary classical, David Allred è polistrumentista dotato e autore raffinato; nelle sue composizioni, anche le più complesse, si percepisce una semplicità formale che le rende fruibili a qualunque pubblico, spesso con un inaspettato sentore pop.

In poco più di cinque anni Allred ha dato alle stampe una quindicina di album, tra lavori solisti e collaborazioni (Allred & Broderick, Good Enough for Grandpa), mantenendosi sempre a una certa distanza dal mainstream, ma costruendosi una solida reputazione come musicista e ampliando le proprie influenze in molteplici direzioni. 'Driving Through the Aftermath of a Storm on a Clear Day' prosegue in questo interessante percorso ed è, a parere di chi scrive, uno degli album più riusciti del musicista da Portland.

Il disco è breve, circa trenta minuti per undici brani, molti dei quali della durata di poco più di due minuti, ma la sostanza è decisamente tanta ed il disco entra subito sotto pelle insinuandosi ascolto dopo ascolto nell'animo dell'ascoltatore. I temi sono minimali, sospesi, a volte inquieti, con strutture rette da piano e archi, passaggi ripetuti che creano una sorta di base ritmica sulla quale Allred, fautore di tutti i suoni presenti nel disco, inserisce melodie ora solenni, ora eteree. 

Oltre al linguaggio musicale, c'é in questo lavoro un uso peculiare delle imperfezioni, dei rumori; la ricerca di una sorta di disturbo che si trasforma in musica, penetrando nel tessuto sonoro dei brani per amplificarne la personalità. Esemplare in questo senso la composizione che apre il lavoro, la quieta Wave, che vive del contrasto tra il suono di un timido piano, sporcato dai rumori stessi dello strumento, escamotage che sarà ripreso anche in alcuni dei brani successivi, e una sovrastruttura di archi e voci sospesa in un crescendo molto affascinante. 

Ma c'é grande sostanza anche in brani come New Gravity, per chi scrive il pezzo migliore dell'album, costruito su un inquieto arpeggio dispari che introduce un mood nel quale il sussurro si fa potente e cinematografico, con i bassi ad insinuarsi drammatici tra i riverberi di piano ed archi, in Portland Nursery, brano folk-oriented impreziosito da suono di ottoni e ritmica solenne, nelle atmosfere pastorali di Potato e nelle splendide cadenze della conclusiva Daylight, alla quale una tromba sordinata regala un retrogusto jazzy.

Un lavoro breve e conciso ma decisamente interessante; Allred non aspira certo al grande successo commerciale, ma un posticino nella nostra discografia se lo merita, andate a scoprire anche i suoi lavori precedenti. (8,5/10)




venerdì 26 novembre 2021

Ben Chasny - The Intimate Landscape (Drag City)


di Luca Salmini

Secondo una voce autorevole, in quanto a chitarre e a solisti dello strumento quale senza dubbio è Buck Curran, che tra l'altro conosce bene il personaggio, Ben Chasny sarebbe “...uno dei cantautori e dei chitarristi più peculiari d'America...” e basta ascoltare il nuovo album 'The Intimate Landscape' o uno qualsiasi dei dischi del suo progetto di lungo corso Six Organs Of Admittance, per intuire cosa possa ispirare tali complimenti, come abbia guadagnato la stima e l'ammirazione di amici e colleghi e perfino un contratto che lo lega ormai da anni a una prestigiosa etichetta indipendente come la Drag City. 

Nato in seguito a un'insolita proposta della storica etichetta britannica KPM Music, finora specializzata in sonorizzazioni di materiale cinematografico e televisivo, 'The Intimate Landscape' è un disco esclusivamente strumentale e per sola chitarra, un lavoro in cui Ben Chasny lascia da parte le interferenze rumorose e le derive elettriche e psichedeliche dei Six Organs Of Admittance per suonare poetiche e pastorali melodie acustiche sospese tra bucoliche atmosfere folk e una vaga aura new age. 

In linea di massima si direbbe che 'The Intimate Landscape' riesca a evocare l'incanto dell'opera di eccelsi solisti come John Fahey, Leo Kottke, Jack Rose o William Tyler (solo per citarne alcuni), ma ancora una volta sono forse le percezioni e le parole espresse da un artista sulla stessa lunghezza d'onda come Buck Curran a rendere meglio l'idea: “...Attraverso tutto l'album la musica è pervasa da un feeling gioioso diverso dalla maggior parte dei lavori dal carattere mistico e umorale del passato. In questa collezione di strumentali il suo fingerpicking è pacificato e le sue cascate di note tanto meravigliose da farmi venire in mente le immagini di un fiume e delle sue rapide...le cui acque paiono talmente scintillanti da sembrare diamanti che rifrangono la luce del sole...”. 

In effetti, che evochino scene d'acqua, terra o cielo a seconda dello stato d'animo di chi ascolta, le musiche di Ben Chasny sono altamente scenografiche e sebbene il titolo sottintenda un carattere introspettivo e meditativo, non è difficile immaginare la meraviglia degli sconfinati paesaggi naturali della wilderness americana, abbandonandosi all'echeggiare di basici folk come la splendida The Many Faces Of Stone o la bucolica Waterfall Path, all'aura ambientale di Six Diamonds, dove affiorano un'alito di sintetizzatori e i lievi contrappunti di un piano elettrico, al sentire blues di una sinistra Water Dragon, alle suggestioni psichedeliche di Star Cascade, alla malinconia autunnale di una meravigliosa Where Have All The Summers Gone o al ricercato fingerpicking di Circular Road. Un sognatore e un visionario, Ben Chasny si conferma compositore ispirato e fantasioso anche in solitaria e 'The Intimate Landscape' è un disco affascinate e poetico che susciterà entusiasmo e empatia non solo tra competenti addetti ai lavori come Buck Curran. (8/10)



mercoledì 17 novembre 2021

Rick Deitrick - Coyote Canyon (Tompkins Square)


di Luca Salmini

...Credete nel vostro sound...” predicava il celeberrimo Miles Davis ai suoi musicisti e, nonostante fama e successo non l'abbiano mai nemmeno sfiorato, non sembra aver fatto altro il chitarrista di Los Angeles Rick Deitrick, fin da quando appena adolescente iniziava a suonare lo strumento come farebbe un naufrago su un'isola deserta, cercando la propria “voce” e senza alcun punto di riferimento. 

Nel 1978, quando uscì l'esordio 'Gentle Wilderness', la sua ricerca naif sembrava finalmente soddisfatta, ma il disco, stampato privatamente in sole 500 copie e con una distribuzione locale, non ricevette l'attenzione che avrebbe meritato, e il nome dell'autore finì immediatamente nell'oblio, solo per essere riscoperto di recente dall'etichetta Tompkins Square Records, che qualche anno fa ha ristampato il debutto insieme all'inedito River Sun, River Moon e oggi pubblica il nuovo 'Coyote Canyon', che raccoglie incisioni mai pubblicate, effettuate tra il 1972 e il 1975. 

Anche considerando l'abbondanza di solisti che caratterizzava gli anni '70, Rick Deitrick suona come la voce fuori dal coro (e Three Sisters, la traccia registrata nel '99 che conclude il disco, conferma come non abbia mai smesso di credere in quanto stava facendo), più vicino all'estetica misticheggiante della new age che agli accordi gutturali dei primitivisti, con una musica quieta e melodiosa che trae ispirazione dalla contemplazione della natura e di luoghi affascinanti come deve esserlo Coyote Canyon. 

Sebbene precedano di qualche anno il debutto, le tracce, solo strumentali e per sola chitarra acustica di 'Coyote Canyon', svelano già tutto l'estro con cui Rick Deitrick trasformava in accordi e fraseggi le macchie di colore del pittore o i versi del poeta in Gentle Wilderness, esprimendo l'amore per una donna nelle dolci note di Emma, la magia del deserto in una sinistra Tumbleweedin' o l'incanto di un paesaggio incontaminato nella spaziosa e bucolica Little Tujunga

Alcune idee gli venivano in mente passeggiando tra le colline di Los Angeles o riposandosi accanto a un torrente, ma la maggior parte di 'Coyote Canyon' nasce da improvvisazioni di studio, mentre Deitrick assecondava il corso dei propri pensieri e seguiva l'ispirazione del momento, come sembra accadere nella meditativa To Martha, nella melodia circolare di una effimera Going Home o nel lento e narrativo svolgersi di una splendida e immaginifica Three Sisters. Vate per certi versi di quello che sarebbe diventato il fenomeno new age, Rick Deitrick è un chitarrista d'ispirazione folk con una propria voce espressiva, magari non particolarmente originale in questo caso, ma decisamente unica e personale. (7/10)


 

lunedì 25 febbraio 2019

The Gloaming - 3 (Real World)



di Chris Airoldi

Terzo lavoro, ancora una volta sotto l'egida della benemerita Real World, per l'interessante combo irlandese/americano, fautore di una musica minimale e cameristica difficilmente incasellabile, in bilico com'é tra fascinazioni folk tradizionali e slanci in direzione di un personale linguaggio contemporaneo, non sempre di facile assimilazione ma certamente carico di un fascino fuori dal tempo, dai tratti unici e riconoscibili, in primis grazie allo straordinario violino di Martin Hayes e alla epica voce di Iarla Ó Lionáird.

Registrato nei rinomati Reservoir Studios di New York, con la produzione del pianista Doveman aka Thomas Bartlett -il quale oltre ai lavori come membro della band ha prodotto diversi album firmati da Sufjan Stevens, Glen Hansard, St.Vincent, solo per citarne alcuni- e le sapienti mani al mixer del sound engineer Pat Dillett (David Byrne, The National, Laurie Anderson), '3' si inserisce nel percorso di ricerca delle radici a ritroso ma con un'ottica moderna, intrapreso coi lavori precedenti, alternando composizioni strumentali a brani cantati in inglese e gaelico. 

L'impianto è ben rodato: il pianoforte di Bartlett e la chitarra di Dennis Cahill costituiscono le fondamenta del suono, creando un'alternanza di frasi tra ripetitivi ostinato e fluidi giochi melodici, su cui si inseriscono il violino di Hayes e l'hardingfele di Caoimhín Ó Raghallaigh, ora con appassionanti botta e risposta o veementi progressioni soliste, ora semplificando la propria presenza a sostegno della splendida voce di Ó Lionáird; voce che in questo lavoro raggiunge le proprie vette, sia quando regge quasi in toto il peso del brano, come nella epica iniziale The Weight of Things, sia quando si inserisce maggiormente nel tessuto sonoro del gruppo, come nella delicata Reo.

La forza nella musica dei Gloaming sta proprio nella grande capacità di alternare momenti di pathos estremo a svolazzi quasi impalpabili, con grande rispetto per le origini di un suono chiaramente irish ma reinterpretato con uno sguardo aperto e per nulla accademico, un approccio che può trovare terreno fertile nel cuore dell'appassionato del folk greve che si può ascoltare in un fumoso pub di Dublino, così come nell'anima di un cultore della musica da camera, classica o meticcia, di artisti come Arvo Part o Penguin Cafe. 

Composizioni come la cadenzata The Pink House, la svelta The Old Road to Garry o la leggera The Lobster, sono una vera e propria boccata d'ossigeno per gli amanti della musica strumentale che non eccede nell'intellettualismo fine a sé stesso, ed assieme alla marziale The Song of The Glens, la grave My Lady Who Has Found The Tomb Unattended e la già citata The Weight of Things, formano un continuum drammatico tanto potente nell'espressione quanto essenziale nella forma, un'opera come detto non semplice da approcciare ma che merita tempo e grande attenzione. (8/10)



giovedì 17 gennaio 2019

Willard Grant Conspiracy - Untethered (Loose Music)



di Luca Salmini

C'è una grande tristezza nella consapevolezza che per ovvi motivi, non ci saranno altri dischi dei Willard Grant Conspiracy dopo 'Untethered' e se da un lato non è possibile non tenerne conto, dall'altro va sottolineato che non si tratta del classico raschio del barile che caratterizza buona parte delle pubblicazioni postume. Robert Fisher se n'è andato il 12 febbraio del 2017 senza tanto rumore e con poche lacrime ed 'Unthetered' è il meritato omaggio alla sua memoria: un disco a cui l'artista stava già lavorando quando ha scoperto la malattia e che il violinista David Michael Curry, il più stretto collaboratore negli ultimi tempi, ha portato a termine dopo la sua triste scomparsa. 

E' inevitabile pensare allo spirito con cui Fisher ha composto queste canzoni e facile ricollegarlo all'infinita tristezza e al sospiro di dolore che pervadono canzoni come Chasing Rabbits e come la commovente Love You Apart, se non all'urlo di rabbia di Hideous Beast capace perfino di evocare il ruvido post punk dei Birthday Party. Il feeling che si respira nelle canzoni di 'Untethered' è quello degli ultimi volumi degli American Recordings di Johnny Cash e il senso di tragedia quello che avvolge le ballate di Nick Cave, due artisti che sono sempre sembrati qualcosa in più di una semplice influenza per la musica dei Willard Grant Conspiracy, formazione emersa negli anni '90 sull'onda dell'alternative country e sopravvissuta al declino del genere proprio in virtù di una forma canzone e di una sintassi musicale molto personali. 

Ad eccezione della rauca e già citata scheggia di elettricità di Hideous Beast, 'Untethered' è uno dei lavori più quieti e musicalmente parchi della storia dei Willard Grant Conspiracy: qui e là balenano i lampi di una chitarra elettrica, i colpi di un tamburo o le cadenze di un pianoforte, ma per lo più bastano la voce sempre intensissima ma a tratti inevitabilmente più fragile di Robert Fisher, la sua chitarra acustica e il violino di Curry per celebrare questo amaro e profondo preludio alla dipartita. Sono ballate lente, poetiche e pensose, sospese tra le tradizioni degli Appalachi e la solitudine della canzone d'autore, quelle che compongono 'Untethered': episodi toccanti e bellissimi come la titletrack, la ritmata Do Not Harm, la scenografica Let The Storm Be Your Pilot, l'elegiaca I Could Not, la dolcissima Saturday With Jane o l'epitaffio strumentale di Trail's End. Non c'è alternativa alla perdita di Robert Fisher e non c'è futuro per i Willard Grant Conspiracy, ma almeno 'Untethered' li consegna alla storia come quella grande band che sono sempre stati. (8/10)

mercoledì 10 ottobre 2018

Spain - Mandala Brush (Glitterhouse)


di Chris Airoldi

I lettori più vecchi ricorderanno come in passato, sulle coste degli album in vinile, le case discografiche usassero inserire la dicitura "file under..." seguita dal genere, per facilitarne l'inserimento a scaffale nei negozi. Al di là dell'utilità o meno, questa usanza serviva per definire in qualche modo il suono di un lavoro, senza perdersi in troppe iperboli stilistiche. Questo nuovo album degli Spain arriva nelle nostre mani accompagnato da una cartella stampa che recita:"indie pop slow-core Americana free jazz", una definizione che per quanto dica tutto e niente (potrebbe essere di ispirazione per un testo di Franco Battiato), ci fa capire quanto complicato sia incasellare in un solo ambito la musica di Josh Haden e famiglia.

Contaminazione, libertà espressiva, ricerca stilistica, chiamatela come volete: nei solchi di questo lavoro c'é un mondo di sonorità che affascina, magari non al primo ascolto, ma lentamente ci avvolge e ci trasporta, quasi fossimo attratti magneticamente dallo stilizzato mandala in copertina che, seguendo la stessa linea della musica, racchiude il simbolo di Venere, del rame e del sesso femminile, nonché le trame dei dreamcatcher dei nativi. Un chiaro messaggio di universalità che va di pari passo con il misticismo dei testi e l'onestà delle intenzioni.

Come detto è un lavoro dalle trame oscure, che potremmo inserire nel filone del gotico americano più di sostanza, sebbene infarcito di influenze globalizzanti, pensiamo all'iniziale ossessivo mantra con sapori latini di Maya in The Summer, alla splendida elegia minimale di Holly, o ai quindici minuti catartici di God is Love, composizione da viaggio psichedelico nella quale l'intro è affidata al suono di uno strumento ad ancia battente (le nostre launeddas, per intenderci), brani che di anglosassone hanno solo linee e testi. C'è il profumo del jazz, che ovviamente è nei geni degli Haden, soprattutto nell'uso libero dei fiati, i quali si muovono con grande agilità anche nei contesti più folk-oriented, come Folkstone, Kent, Tangerine o The Coming of The Lord.

Ma il lavoro regala altre gemme: il coinvolgente up-tempo di Sugarkane, brano dove ogni cosa è al posto giusto, soprattutto le splendide chitarre; la languida visceralità di Rooster Cogburn, con organo, basso e batteria sugli scudi, e la sostanza della desertica Laurel, Clementine, brano dai toni vicini al pop. Su tutto la voce di Haden, con quella fragilità intrinseca che la fa percepire così umana e credibile, sia quando racconta storie della suburra americana, sia quando liricamente si spinge verso la spiritualità. La musica degli Spain è tutto questo, una sorta di amorfo gospel, in perfetto equilibrio tra l'intimo e l'universale che in questo disco si esprime ai massimi livelli. Non fermatevi al primo ascolto. (8/10)

Josh Haden e soci approderanno in Italia nei prossimi giorni, per esibirsi il 12 Ottobre all'1e35 Circa di Cantù e la sera successiva al FreakOut Club di Bologna. Non perdeteli!

domenica 7 ottobre 2018

John Smith - Hummingbird (Commoner/Thirty Tigers)


di Chris Airoldi

Folksinger e dotato chitarrista, con John Renbourn e Bert Jansch nel cuore, il britannico John Smith giunge alla sesta fatica discografica, ancora una volta pubblicata da totale indipendente, estraendo dal proverbiale cilindro una manciata di brani di valore che fanno di questo 'Hummingbird' uno dei lavori più interessanti tra quelli pubblicati in questa ottima annata. L'anagrafe gli ha regalato uno dei nomi più comuni al Mondo ma la natura è stata più generosa, dotando Smith di una voce bella, carica e pastosa, molto riconoscibile, nonché di un notevole talento per la sei corde, strumento che il nostro padroneggia come pochi, stando ben distante da pesanti virtuosismi o inutili soliloqui. 

Smith non è propriamente un presenzialista, la sua anima è quella del troubador, del musicista che si guadagna la pagnotta col sudore sul campo e in questo album si respira l'atmosfera sospesa tra le brume del Somerset e la polvere delle strade americane, con tutta la forza che una voce e una chitarra, circondate da parchi arrangiamenti, sono in grado di esprimere. Prodotto, seguendo la filosofia del less is more, da Sam Lakeman come il precedente 'Headlong' (Commoner, 2017), 'Hummingbird' è arricchito dalla presenza discreta ma determinante di ospiti di lusso del calibro di Cara Dillon, John McCusker e Ben Nicholls.

La title-track apre il disco con un bel finger-picking inserito in un tessuto di chitarre a trame fitte, sul quale Smith appoggia la voce sabbiosa ed espressiva, contrappuntando tra una strofa e l'altra con bei fraseggi solisti. Gran brano che ci fa entrare immediatamente nel clima del lavoro ed apre la strada a Lowlands of Holland, composizione figlia del folk tradizionale, con le chitarre ad esibire un gran campionario di arpeggi, circondati da ampi svolazzi di violino e whistle, con uno stop centrale che lascia spazio alla spettacolare entrata in scena di un coro che chiude il brano in maniera perfetta.

Boudica è maestosa nell'incedere iniziale, con archi, chitarra e voci a creare gran pathos. La strofa poi si asciuga, lasciando sul piatto solo voce e chitarra, fino a che il tutto non si ricarica nuovamente, diventando imponente e regalandoci un capolavoro, brano splendido. Hares on the Mountain è più canonica, composizione con un bel testo romantico, deliziosamente distesa su un caldo tappeto sonoro, Smith canta con giusta intenzione e gli archi si insinuano nelle pieghe emotive con gusto; splendido il piccolo solo centrale, pochi secondi per poche note ma vale tutto il brano.

Lord Franklin e Master Kilby sono una sorta di oasi minimale nel disco; la prima è moderna, fatta di sentori lievi, giocata sulle dinamiche, forse la più prevedibile del lotto masempre un gran sentire. La seconda è breve e soffusa, crea l'atmosfera giusta per portarci verso la conclusione del disco, in grande crescendo con The Time Has Come, pezzo arrangiato con maestria, nel quale l'amore per Jansch fa più che capolino, Willy Moore, con le chitarre nervose ad inseguire la voce sui territori del folk più tradizionale, e la bellissima rivisitazione di Axe Mountain dall'esordio 'Map or Direction' (2009),  caratterizzata da uno splendido fraseggio iniziale di chitarra.

Chiude Unquiet Grave, brano con atmosfere più americana, nel quale Smith butta l'anima, per un'interpretazione vocale davvero convincente. Il brano è arricchito dalle belle voci e dalle articolate evoluzioni di piano, steel e contrabbasso: gran chiusura per un disco che senza troppa fatica si guadagna un posto tra i migliori dell'anno. (8,5/10)

giovedì 13 settembre 2018

Paul Weller - True Meanings (Parlophone)



di Chris Airoldi

L'annata in corso sarà certamente ricordata come una tra le più interessanti per ciò che riguarda il cantautorato anglosassone; salvo poche eccezioni, le classifiche di fine anno saranno letteralmente invase da dischi firmati da solisti più o meno giovani e quotati. Se fino ad oggi la supremazia pareva essere decisamente nelle mani dei songwriters d'oltreoceano, ecco arrivare il buon Paul Weller a scompigliare le carte in tavola, ricordandoci che come ispirato autore di canzoni è ancora in grado di dare dei punti a molti.

C'era parecchia attesa per questo quattordicesimo LP solista (ventiseiesimo in carriera) dell'allampanato singer da Woking: per il modo in cui è stato presentato dallo stesso Weller, per l'interessante messe di ospiti, ma soprattutto per il gustoso assaggio maggiolino di Aspects, uno dei brani più belli di questo 2018, regalo del Nostro per i suoi 60 anni. E il disco non delude le attese, presentandoci un Weller in formissima, finalmente decisosi a togliere un po' di polvere dalla chitarra acustica per firmare un grande album.

Le strutture dei brani poggiano infatti nella stragrande maggioranza dei casi sulle pennate all'acustica, con un uso parco del resto degli strumenti e la presenza misurata di parti orchestrali che arricchiscono gli arrangiamenti e rendono i brani eterei e soffusi al punto giusto. Weller canta con voce meno decisa del solito, ma lasciandosi andare ad un lirismo che convince appieno. La tracklist ricca, ben quattordici brani, faceva temere il ripetersi di una possibile discontinuità che in altre occasioni aveva penalizzato i lavori di Weller; invece il disco scorre piacevolmente dall'inizio alla fine.

Se fino ad oggi le opere soliste di Weller ci presentavano un rocker fatto e finito, con qualche piccola propensione alla ballad più intimista e malinconica, in questo 'True Meanings' la logica si ribalta completamente e il Nostro mette in campo tutte le componenti emotive della sua musica, appendendo alle pareti dell'album una serie di acquerelli intimisti e asciutti, spingendo sull'acceleratore solo in pochi casi. E' un disco che i fans aspettavano da tempo e Weller ha voluto prendere tutto il tempo necessario per produrlo e registrarlo al meglio, tra le mura di casa del Black Barn Studio.

In brani come The Soul Searchers (con ospiti le spettacolari tastiere di Rod Argent), Glide, Come Along (con le leggende del folk Martin Carthy e Danny Thompson), Old Castles e il già citato Aspects, si respirano grande onestà e voglia di mettere ancora una volta mano alla tradizione musicale britannica, senza stravolgerla, ma mettendone in luce le peculiarità: orchestrazioni, interpretazione, gusto. Il disco trasuda questo impegno e ascolto dopo ascolto si fa sempre più convincente. 

Grande lavoro anche sui testi, opera del Nostro ma anche di Connor O'Brien dei Villagers (The Soul Searchers) e Erland Cooper di Erland & The Carnival (Bowie, White Horses, Wishing Well). La poetica è semplice quanto efficace, il resto la fa l'interpretazione al canto, solida e senza sbavature. Un disco dunque che si va a collocare tra i più riusciti nella ricca discografia di Weller, un autore che ha ancora molto da dire e quando lo fa con la giusta misura ci regala grandi album come questo. (8/10)

sabato 30 giugno 2018

Jim James - Uniform Distortion (ATO Records)


di Luca Salmini

Ultimamente si è un po' perso il conto dei dischi solisti del cantante e chitarrista dei My Morning Jacket Jim James, non tanto perchè siano particolarmente numerosi anche se si può ormai parlare di una carriera parallela, ma forse perchè nessuno di essi è parso finora particolarmente memorabile o quantomeno all'altezza di quanto prodotto dai MMJ, ma il nuovo 'Uniform Distortion' potrebbe rappresentare un'inversione di tendenza vista l'inedita urgenza espressa fin dall'echeggiare fuzz delle chitarre della prima traccia Just A Fool

Ispirato da un'illustrazione dal fotografo Duane Michals, scoperta per caso da Jim James su una vecchia enciclopedia e scelta per la copertina del disco, 'Uniform Distortion' è una riflessione sui mutamenti occorsi alla società contemporanea in seguito al vertiginoso sviluppo tecnologico degli ultimi decenni e su come la percezione della realtà possa risultarne distorta: un lavoro in cui il volume delle chitarre sembra essere direttamente proporzionale a quello dei pensieri, a delineare il disco più elettrico e rock'n'roll finora siglato dal musicista di Louisville. Evidentemente James è tornato a ragionare in termini di indie rock, recuperando la verve e l'energia dei My Morning Jacket con l'entusiasmo del debuttante e addirittura il furore garagista che animava il suo primo progetto Mont De Sundua, perchè, con quel suono ruvido e fragoroso che pare intrecciare le chitarre dei Crazy Horse con le melodie dei Big Star, 'Uniform Distortion' suona da subito come una nuova partenza all'insegna di un catartico back-to-basics

L'impressione è che il disco sia stato inciso dal vivo in studio e senza pensarci su troppo, provando a cogliere giusto l'ispirazione del momento, l'euforia del buona la prima e l'ebrezza di uno strumento suonato al massimo del volume, perchè è solo con un simile approccio che si può immaginare di ottenere la fragranza del rock'n'roll degli anni '50 che pervade la scatenata Over And Over, l'immediatezza power pop che scuote un'esplosiva You Get To Rome o l'impasto di soul e psichedelia che aleggia tra le schitarrate spaziali di una splendida Throwback in orbita My Morning Jacket. Nonostante i temi riflettano chiaramente la coscienza di un artista nel pieno della maturità, Jim James sembra quasi tornato alla scanzonata innocenza dell'adolescenza quando si butta in una younghiana cavalcata elettrica come No Secrets, quando suona una furiosa Yes To Everything come se negli ultimi tempi non avesse fatto altro che ascoltare i Ramones o quando interpreta No Like Waiting con lo spirito sixties di una canzone degli Zombies. 

Alla fine c'è spazio anche per una sognante ballata soul come Too Good To Be True, ma quello che rimane in mente di 'Uniform Distortion' sono le chitarre in fuorigiri di una riverberatissima All In Your Head, la distorsioni garage della psichedelica Out Of Time o la fiammata pop'n'roll di una vertiginosa Better Late Than Ever. Non è dato sapere se in fondo all'elettricità e alla foga delle canzoni di 'Uniform Distorsion', Jim James abbia alla fine trovato le verità che stava cercando, di certo deve essersi divertito parecchio nel realizzarlo e che si tratti di una nuova partenza o meno, la direzione intrapresa sembra finalmente quella giusta. (7/10)

martedì 22 maggio 2018

Goodnight, Texas - Conductor (2 Cent Bank Check)


di Luca Salmini

Non bisogna per forza chiamarsi Keith Richards per intuire quanto sia difficile mandare avanti una rock'n'roll band e le cose potrebbero ulteriormente complicarsi se i due principali songwriters vivessero alle estremità opposte di una nazione, come nel caso degli statunitensi Avi Vinocur Patrick Dyer Wolf, le menti che stanno dietro al progetto Goodnight, Texas. Al contrario, la band messa insieme dai due artisti non sembra avere il minimo problema, almeno a giudicare da quanto si ascolta nel nuovo 'Conductor', terzo album di una carriera cominciata nel 2012 con il basico esordio 'A Long Life Of Living' e proseguita senza indugi nel 2014 con il secondo lavoro di studio 'Uncle John Farquhar'. Nonostante le distanze geografiche, Vinocur e Wolf sono addirittura riusciti a far crescere il tenore del progetto, visto che 'Conductor' suona da subito come il disco più elettrico e musicalmente articolato finora concepito dai Goodnight, Texas, una formazione che oltre al canto, alle chitarre elettriche ed acustiche, al banjo e al mandolino maneggiati dai titolari, comprende anche il basso di Scott Griffin Padden e la batteria e le percussioni di Alex NashKyle Caprista

E' possibile che tra il songwriting di Vinocur e Wolf passino tutte le differenze che contraddistinguono lo stile di vita e la forma mentis di San Francisco da quelle del Nord Carolina, ma i due sembrano in perfetta sintonia quando si tratta di dar corpo a quella miscela a tratti squisita, a tratti furiosa di folk appalachiano, bluegrass delle praterie, blues del Delta e rock californiano, che riempie un disco come 'Conductor'. A momenti viene da pensare alla stessa polvere delle strade battute dagli Old Crow Medicine Crow, quando parte il vulcanico circuitare folk rock di Barstow per esempio, ma i Goodnight, Texas hanno una bella personalità che affiora con chiarezza nelle tenui tessiture folk di una ballata in orbita Elliott Smith come la splendida Keep Movin', esplode con prepotenza nel ruvido blues elettrico della bellissima Outrage For The Execution Of Willie McGee o si delinea con eleganza nell'aria pastorale e negli intrecci elettroacustici dal respiro country soul di una Takin' Your Word For It, che pare echeggiare dalle sessions di Music From Big Pink

In generale, 'Conductor' racchiude tutte quelle sfumature e quelle fragranze a cui fa riferimento il termine generico Americana, ma i Goodnight, Texas ne interpretano lo spirito e le traiettorie con una verve e uno charme decisamente fuori dall'ordinario come succede in ballate dagli orizzonti west coast come End Of The Roade l'ariosa Laramie, in uno scheletrico voodooo blues come l'affascinante Tucumcari, nella fiammata bluegrass di Cassie, Come On Over, nella cameristica mountain music di una malinconica Mona, Take Me Home o nelle basiche partiture acustiche di una deliziosa Homesick. Sarà anche una delle tante realtà disperse nell'immensa periferia americana, ma Goddnight, Texas potrebbe stare esattamente al centro del vostro mondo, fino a quando ci saranno Avi Vinocur e Patrick Dyer Wolf a raccontare le loro storie. (8/10)

venerdì 18 maggio 2018

Ray LaMontagne - Part of the Light (RCA)


di Chris Airoldi

Fosse meno schivo e più attento alle tematiche social tanto care ad alcuni colleghi, i quali spesso trascurano il lavoro in studio per dedicarsi al peloso vizio del presenzialismo, nel tentativo di guadagnare simpatia presso critica e pubblico, Ray LaMontagne sarebbe già da tempo inserito nel novero dei songwriter intoccabili, assieme ai più importanti artisti dell'ultimo ventennio. La continuità qualitativa dei suoi dischi è impressionante, così come innegabile è la capacità di lasciare il segno come autore e come produttore tanto che, dei suoi lavori recenti, i meno riusciti sono proprio alcuni di quelli in cui la produzione è stata affidata ad altri. 

Questo nuovo album, il settimo in carriera, come di consueto lanciato in maniera minimale, senza videoclip, campagne promozionali o fronzoli di alcun tipo, arriva a poco più di due anni da quel capolavoro ingiustamente sottovalutato che era 'Ouroboros', un album nel quale la forma canzone di impianto folk del Nostro assumeva connotati lisergici e psichedelici, inserita in un tessuto sonoro oscuro e riflessivo. 'Part of the Light' ne è in qualche modo la continuazione, risultando spesso complementare se non speculare, nell'intenzione chiaramente meno dark e più aperta dei suoni ma soprattutto delle atmosfere.

L'afflato acido e sognante resta immutato ma i brani brillano di una luce eterea e significante, che ci trasporta letteralmente in atmosfere sognanti, si badi bene, non retrodatate o nostalgiche, ma vivide e cangianti, come i riflessi di colore caldi presenti nella copertina, forse un po' anonima ma decisamente azzeccata. LaMontagne canta sempre meglio e si circonda di suoni misurati, calibrati con grande mestiere, senza paura di utilizzare ambienti carichi di riverbero, generalmente molto pericolosi per la tenuta dei brani ma in questo caso perfettamente dosati sulla voce e gli strumenti.

L'inizio di To The Sea è folkie, con un incedere tosto di chitarra acustica, inusuali inserti di tablas e la voce lirica di LaMontagne a disegnare melodie tutt'altro che semplici, per un brano dai forti sapori speziati, con quel sentore che già avevamo ravvisato nel singolo Paper Man, composizione che riportava alla mente il miglior Cat Stevens. Part of the Light ha un andamento a scale, con suoni fluidi e stratificati, le voci ad inseguirsi e il piano elettrico a distillare note liquide, fino all'entrata del classico ritornello spinto alla LaMontagne che fa decollare il tutto. 

Un organo a pompa introduce la lenta (qualcuno direbbe younghiana) It's Always Been You, ballad nella quale Ray si tiene distante dall'impianto strumentale, utilizzando un ambiente molto carico, quasi celestiale, e cantando con emotività uno dei suoi testi più carichi di sentimento; per brani come questo è chiaramente il migliore sulla piazza. Si ritorna ai suoni puliti per la seguente Let's Make it Last, ballatona onirica per chitarra e voci con l'orchestrazione che riporta alle atmosfere di 'Ouroboros', con quegli echi pinkfloydiani per nulla estranei al linguaggio del Nostro. Gran brano.

Sorprende la successiva As Black As Blood is Blue, con le distorsioni che prorompono in maniera potente ed imprevista dalle casse; un brano rabbioso nell'incedere, dalle suggestioni zeppeliniane nel riff iniziale, che LaMontagne porta a casa con gran mestiere, dimostrandosi in grado di dare la proverbiale zampata del rocker di classe. Segue il primo singolo, la più canonica Such a Simple Thing, con la voce mai così ispirata e un LaMontagne quasi a fare il verso a sé stesso, un pezzo che cresce ascolto dopo ascolto. No Answer Arrives è ancora acida e distorta, un blues moderno con l'organo filtrato e un arrangiamento urticante e greve, che apre a un devastante ritornello. 

Goodbye Blue Sky chiude il lavoro in maniera lieve, con le steel guitar a disegnare evoluzioni su una semplice base di acustica e le voci ad intrecciarsi tra colori e luci soffuse. E' interessante notare come tutti gli album di LaMontagne seguano uno schema per cui i brani finali provocano un crescendo emotivo nell'ascoltatore. Dopo 'Ouroboros' ci si chiedeva quale direzione avrebbe intrapreso il barbuto singer da Nashua; 'Part of the Light' non vuole dare una risposta, semplicemente ci mostra la grandezza di un cantautore che al momento sta silenziosamente a guardare dal gradino più alto tutti gli altri. (9/10)

giovedì 3 maggio 2018

Stick In The Wheel - Follow Them True (From Here Rec)


di Luca Salmini

Il mensile inglese Uncut li ha definiti “...la più eccitante nuova band folk britannica...” e ascoltando il secondo album 'Follow Them True' del collettivo inglese Stick In The Wheel, non è difficile intuire cosa abbia mosso tanto entusiasmo. A dire il vero, al primo impatto 'Follow Them True' potrebbe suscitare qualche perplessità, perchè a giudicare dalla musica sembra di avere per le mani un album dei The Watersons, mentre scorrendo i testi l'impressione è che si tratti piuttosto di uno dei Clash, ma alla fine la combinazione tra la purezza di arie ispirate alla più antica tradizione con il fervore politico e sociale dal retaggio punk risulta decisamente originale e degna di tutta l'attenzione che gli Stick In The Wheel stanno suscitando tra i media e il pubblico londinese.

Formati dalla cantante Nicola Kearey, dalla fisarmonicista Fran Foote, dal chitarrista Ian Carter, dalla violinista Ellie Wilson e dal batterista Simon Foote, gli Stick In The Wheel hanno chiari propositi fin dal principio:“...Suoniamo la musica della nostra gente. Questa è la nostra cultura, le nostre tradizioni...” e in effetti le scelte stilistiche della band paiono abbastanza classiche e rigorose, perchè, se da un lato le liriche attingono ad un'immaginario che mette in luce il lato più oscuro e barbaro della natura umana, dall'altro gli scenari evocati dai brillanti intrecci elettroacustici degli strumenti sono per lo più quelli dell'Inghilterra più pastorale e bucolica, che affiora abbastanza nitidamente da deliziose ballate vittoriane come Blind Beggar Of Bethnal Green, da corali marinaresche per sole voci come Poor Old Horse, da meravigliose omelie folk come la basica ed intensissima Red Carnation o da spiritate arie popolari come Weaving Song e Abbots Bromley Horn Dance.

Qui e là balenano lampi di elettricità e dinamiche folk rock come accade nella trascinante Over Again dal sottile respiro lisergico, nell'ispirata Roving Blade, nel blues virato irish di White Cooper Alley e nella mantrica title-track, fino a contemplare atmosferiche derive elettroniche che trasformano l'elegiaca 100.000 Years in un'epico estratto da un'immaginaria colonna sonora o fanno sembrare l'affascinate As I Roved Out un'inedita outtake dei Cocteau Twins. Antico e moderno si mescolano con una freschezza e una disinvolta spontaneità nelle canzoni degli Stick In The Wheel, tanto che la tradizione folk pare un territorio per quanto secolare, ancora tutto da esplorare. (7/10)

lunedì 23 aprile 2018

The Black Delta Movement - Preservation (Clubbed Thumb)


di Luca Salmini

Sebbene il nome faccia presagire un'occulta confraternita religiosa del Mississippi, The Black Delta Movement sono una band inglese dedita piuttosto al culto poco ortodosso di chitarre, basso e batteria, strumenti a cui strappano acide fiammate di garage rock psichedelico sospese tra i Pink Floyd di Lucifer Sam e i 13th Floor Elevators di Roller Coaster. The Black Delta Movement si formano nel 2010 a Kingston-Upon-Hull nello Yorkshire e l'unico delta su cui possono lasciar correre lo sguardo, è quello operaio e poco leggendario del fiume Hull, forse annerito dagli sversamenti industriali piuttosto che dalla mitologia del blues, ma evidentemente abbastanza suggestivo da ispirare la fantasiosa ragione sociale con cui i chitarristi Matt BurrDom Abbott, il bassista Liam Kerman, il batterista Jacob Tillison e il percussionista Joe Gray si presentano al pubblico. 

Fedele all'estetica sixties, la band pubblica ben 4 singoli e altrettanti EP, prima che i tempi siano maturi per il debutto 'Preservation', l'album manifesto uscito solo lo scorso marzo, dove mettono a frutto tutta l'esperienza accumulata in centinaia di concerti senza perdere quella grinta e quell'incoscienza proprie degli esordienti. Come fossero appena sgusciati dallo scantinato sotto casa con in corpo tutta la rabbia dei reietti e una massiccia dose di sostanza psicotrope, i Black Delta Movement battono un rock'n'roll psicotico e furioso stracarico di effetti fuzz e riverbero che comincia con lo sferragliare metallico delle chitarre di Rome e si conclude con il magmatico trip della stupefacente Butterfly. 

Nel mezzo stordenti cataclismi elettrici come Hunting Ground, isterici assalti psychobilly come Mosquito King, nervosi folk rock privi delle illusioni della Summer Of Love come Hot Coals, sciamanici ed ossessivi deliri in orbita Jesus & Mary Chain come Let The Rain Come o ipnotiche ballate soul come For You. Spiritati ribelli psichedelici, i Black Delta Movement potrebbero essere la più credibile ed ispirata risposta inglese al rock lisergico dei texani Black Angels e c'è da scommetere che a vederli insieme sullo stesso palco farebbero sognare più di una generazione. (7/10)

martedì 10 aprile 2018

Micah P. Hinson - At The BBC (Full Time Hobby)



di Luca Salmini

All'epoca del debutto 'Micah P. Hinson And The Gospel Of Progress', il suo nome era in cima alla lista delle più probabili next big things, almeno per quanto riguarda la canzone d'autore, ma con il passare degli anni la vivida fiamma del cantautore texano sembra essersi via via affievolita, tanto che oggi la sua carriera somiglia più ad un onesto tirare a campare che ad una strada lastricata di stelle. 

Il nuovo 'At The British Broadcasting Corporation', che raccoglie undici inedite performance rilasciate dall'autore all'emittente radiofonica inglese dal 2004 al 2017, non può ovviamente aggiungere nulla a quanto già espresso nei 9 lavori finora pubblicati da Micah P. Hinson, ma chiarisce o almeno rende l'idea di come si sia evoluto o involuto il suo songwriting perchè, comunque sia, c'è una bella differenza tra la meravigliosa decadenza country folk di una Stand In My Way (praticamente il suono di un'anima che va in pezzi) eseguita nel 2004, lo sguaiato yodelling di How Are You Just a Dream del 2014 o l'honky tonkin' sfilacciato di una Lover's Lane in quota Johnny Cash. 

Non si tratta solo della presenza degli Earlies, la band che lo accompagnava al principio e che qui suona anche in una tormentata I Still Remember dal finale in crescendo, ma l'approccio di Hinson alla composizione sembra essersi trasformato da quello del cantautore maledetto e sofferente a cui la colorita biografia fa pensare e che qui canta tutto il suo dolore in una stupenda Seven Horses Seen, a quello del visionario cowboy che intona uno stralunato country folk come Oh, Spaceman

In ogni caso qui c'è abbastanza materiale per intuire quanto Micah P. Hinson non sia e non sia mai stato uno storyteller come tanti altri, perchè, nonostante la maggior parte delle esibizioni siano in solitaria, non c'è assolutamente nulla di ordinario in queste BBC sessions, a partire da un gospel da brividi come God Is Good, passando per una toccante ballata desertica come Take Off That Dress For Me, fino all'epica narrativa di una The Life, Living, Death And Dying Of A Certain And Peculiar L.J. Nichols. Sebbene non contenga nessun inedito, At The British Broadcasting Corporation è un interessante documento per ricostruire le fasi della carriera dell'autore, constatare la maturazione dell'artista e la presa di coscienza dell'uomo: a scanso di equivoci ancora uno dei songwriter più ispirati e personali in circolazione. (7/10)

domenica 25 marzo 2018

Matt McGinn - The End of the Common Man (BinLid Records)


di Chris Airoldi

Un famosissimo proverbio recita:"chi ben comincia è a metà dell'opera"; volessimo applicare la saggezza popolare nell'approccio verso questa terza fatica discografica del nord-irlandese Matt McGinn, probabilmente dovremmo aspettarci un lavoro da 10/10, visto che il primo brano, la title-track, è un pezzo spettacolare, con tutti gli ingredienti che rendono una canzone perfetta: attacco maestoso, grande voce, arrangiamento ricco ma totalmente al servizio del brano. Una partenza di questo livello costituisce senza ombra di dubbio un biglietto da visita impegnativo; fortunatamente l'hype positivo originato dall'apertura è ampiamente confermato dal resto del lavoro, un album convincente, con la bella voce di McGinn perfettamente inserita in un contesto caratterizzato da un suono molto caldo e coinvolgente, nel quale le influenze folk della terra d'origine si ibridano con gli stilemi cantautorali di stampo Americana.

Il 39enne McGinn non è un novellino, ha già alle spalle una buona discografia e si è fatto un nome in veste di polistrumentista e produttore al servizio di Jack O'Neill, Na Leana e Ben Glover, finendo a fare spesso la spola tra l'Irlanda del Nord e gli Stati Uniti. Questo nuovo lavoro è stato quindi registrato tra il Tennessee e la Contea di Down, in compagnia della band che in genere accompagna McGinn sul palco, più un paio di ospiti del calibro di Kris Donegan (Rick Rubin, Shania Twain) e Jon Thorne (Yorkstone/Thorne/Kahn, LAMB). La vocazione di McGinn è quella del cantautore vecchio stampo, il quale nella proposta musicale alterna le proprie vicende personali a disincantate riflessioni critiche sulla società, esponendosi politicamente senza farsi troppi problemi.

Dopo l'inizio deflagrante di The End of the Common Man, ecco The Right Name, brano di stampo rock tradizionale, mantiene alta le tensione del disco, pur senza la potenza espressiva di quello che l'ha preceduto. Seguono due ballate in qualche modo complementari: Somewhere To Run To è ritmata e sinuosa nello svolgersi, con un bel lavoro di organo e chitarre, ricorda in alcuni momenti i migliori Counting Crows. Marianne è invece delicata, sorretta da un gustoso arpeggio di acustica e dai contrappunti della steel guitar. Molto d'effetto il solo centrale, affidato ad un Theremin suonato con grande maestria dalla virtuosa Carolina Eyck, ad aggiungere drammaticità ad un brano che parla di disperazione e povertà con una poetica semplice ma molto intensa.

The Bells of the Angelus torna ai ritmi sostenuti, con un piano elettrico a dominare l'arrangiamento, tenendo la voce quasi in secondo piano. La bella apertura del ritornello, ben sostenuta dai fiati, spinge sull'acceleratore, lasciando McGinn libero di dar fondo alle proprie corde vocali, con un'intenzione quasi r'n'b che non dispiace affatto, altro buon brano, potremmo definirlo celtic-soul. The Overlanders è ancora una ballad tenue dall' arrangiamento semplice ma pulito ed efficace, nel quale le chitarre rivestono un ruolo fondamentale, pennellando atmosfere sognanti e accoglienti. Out Sinner è invece un folk-rock combattente che nonostante il bell'arrangiamento risulta il brano meno interessante del lotto, un po' troppo prevedibile nello svolgimento.

Medicine Joe è il brano più "americano" della raccolta; ha un retrogusto blues oscuro, che ci porta dalle parti di New Orleans, con un andamento volutamente ripetitivo molto intrigante. Fa da apripista a Trump, brano già circolato in rete corredato da un video molto divertente, nel quale McGinn esplicita il proprio pensiero circa l'attuale Presidente degli Stati Uniti. E' un divertimento un po' fine a sé stesso che all'economia del lavoro non procura grossi contraccolpi, ma nemmeno cali di tensione. Si arriva dunque al finale con la bella The End of Days, altra riflessione dolceamara in forma di ballata, con un finale caotico che chiude un lavoro fiero e orgoglioso, decisamente convincente, per un cantautore dalla penna ispirata, capace di produrre un album ricco e variegato che merita molta attenzione. (9/10)

martedì 20 marzo 2018

Marty O'Reilly & The Old Soul Orchestra - Stereoscope (Randm Records)



di Luca Salmini

“...Gli irlandesi sono i più negri d'Europa...”, lo dicevano già i protagonisti di The Commitments, il celebre film di Alan Parker del 1991, ed è quello che viene in mente ascoltando 'Stereoscope', il nuovo album di Marty O'Reilly and the Old Soul Orchestra, che in realtà vengono da Santa Cruz in California, ma a giudicare dall'etimologia del nome, sembrano l'ultima delle tante generazioni di immigrati irlandesi in America. Una supposizione che non ha chiaramente intenzioni razziste, ma che rappresenta il maldestro tentativo di spiegare l'origine di tutto quel calore soul che esala dagli affascinanti chiaroscuri della voce di O'Reilly e la presenza degli spettri di Robert Johnson, Sam Cooke e Bessie Smith che balenano tra le note di 'Stereoscope', terzo lavoro di studio della formazione californiana, in cui folk, blues, jazz, country e soul si intrecciano un po' come succedeva nei primi dischi di Ray Lamontagne o magari nella serata conclusiva del Mardì Gras. 


Che Marty O'Reilly alla voce e alla chitarra, Chris Lynch al violino e alle tastiere, Ben Berry al contrabbasso e Matt Goff alla batteria e alle percussioni siano dei fanatici della musica delle radici come potrebbero esserlo gli Old Crow Medicine Show, lo si intuiva già dal ruvido e basico rollio country-blues del precedente 'Pray For Rain', ma quattro anni più tardi, pur confermando i punti di riferimento, 'Stereoscope' evidenzia un'evoluzione straordinaria nel suono della band, sia a livello compositivo, con liriche più profonde e personali, sia per quanto riguarda gli arrangiamenti, molto più strutturati, articolati e decisamente originali, tanto nel modellare il lato seducente di una ballata soul quanto nel celebrare l'elegiaco crescendo di una sinfonia folk. 

La misura di quanto accaduto negli ultimi quattro anni e della importante maturazione della band potrebbe incarnarla la straordinaria rilettura di Hard Time Killing Floor di Skip James, una canzone che di per sé mette i brividi e che Marty O'Reilly and the Old Soul Orchestra interpretano con estro e personalità, trasformandola in un magia voodoo sospesa tra le desertiche visioni del blues maliano e il folk psichedelico della Incredible String Band: un'autentica meraviglia che non è comunque un episodio isolato in 'Stereoscope', perchè non sono meno emozionanti brani da naviganti di stelle come l'iniziale e stupenda Firmament, cosmici country-folk come l'incantevole Southern Road, sontuose corali soul come l'intensissima Ghost e l'ispiratissima titletrack, atmosferici blues come Let The Wind In o spaziosi avant rock come l'ipnotica Spacehorse. “...Abbiamo messo cuore e anima in questo album...” dichiara Marty O'Reilly riguardo la realizzazione del disco e non c'è alcun dubbio che sia andata proprio così, perchè 'Stereoscope' trasuda ispirazione, dedizione e talento da ogni singola nota: un piccolo capolavoro!  (9/10)

lunedì 19 marzo 2018

Jack White - Boarding House Reach (Third Man/Columbia)


di Chris Airoldi

Sono passati quattro anni dall'ottimo 'Lazaretto', album con il quale l'eclettico musicista da Detroit dimostrava ancora una volta il proprio valore, grazie ad una fervida vena creativa e alla capacità di imperversare in tutti gli ambiti musicali senza perdere un minimo di coerenza stilistica; e non si può certo dire che in questo lasso di tempo Jack White sia stato con le mani in mano. Ormai titolare di una delle realtà imprenditoriali più seguite ed imitate nell'ambiente musicale, produttore e autore richiestissimo, lo stralunato ex-ragazzo del Michigan si è dimostrato in grado di monetizzare ogni attività nella quale si è cimentato, raggiungendo uno status invidiabile nell'establishment musicale dei nostri tempi.

Questo terzo lavoro solista di White arriva dunque portandosi appresso un carico di attese non indifferente, ed il risultato è senza ombra di dubbio interessante: un lavoro eterogeneo, con ben visibili alcuni dei tratti caratteristici della penna del Nostro, ma con la consueta voglia di spaziare tra suoni e colori per generare una palette variegata e originale. White in studio sa dove mettere le mani ed anche negli episodi all'apparenza più semplici o meno ispirati riesce ad inserire la proverbiale zampata che dà al tutto la spinta giusta per centrare l'obiettivo. 

Apre il disco Connected by Love, già edito come singolo; brano dall'incedere granitico, con un maestoso piano e una possente ritmica a scandire la marcia. Tra synth, voci gospel e un andamento da blue eyed soul rivisitato con intenzione acida e quasi rabbiosa, il brano segue una via in salita, fino all'esplosione del solo centrale per organo e chitarra. White canta bene, molto ispirato, un inizio decisamente di alto livello. Il mood si mantiene carico con la seguente Why Walk a Dog?, ballata oscura con inserimenti feroci di elettronica, ancora con l'organo in bella evidenza e una chitarra marcia e lancinante a menare fendenti pesanti, drammatici.

Gran groove quello di Corporation, manifesto programmatico del lavoro, con piano elettrico e chitarre a ricamare all'unisono un tessuto sonoro hard-boiled/black da colonna sonora anni '70, con le congas nervose a recitare la parte protagonista. Brano esaltante nell'incedere, per gli amanti del ritmo:"Who wants to start a Corporation?". Abulia and Akrasia è invece un brano breve ed essenziale, caratterizzato da una atmosfera sommessa e riverberata tenuta in piedi da piano ed archi, sulla quale si inserisce il drammatico speech dell'australiano C.W.Stoneking, una parentesi molto intensa. 

La sperimentazione elettronica torna prepotentemente in Hypermisophoniac, brano il cui incipit pare uscire da un vecchio videogioco che si sviluppa ancora una volta su ritmiche cadenzate, con arresti e ripartenze caotiche, belle armonie vocali e i soliti piano e chitarra a spartirsi gli ottimi interventi solisti. Brano non facile nell'andamento ma che dopo un paio di ascolti si insinua sottopelle. Ice Station Zebra è ovviamente ispirato al vecchio film di John Sturges, ed è un brano ritmato con una parte cantata rappeggiante e l'ennesimo andamento irregolare, con le congas e il piano Rhodes a rivestire ruoli importanti. Sul finale White dà sfogo alla propria voglia di "spezzare" la musica e il brano prende un andamento nervoso un po' indigesto ma affascinante.

Meglio la seguente Over and Over and Over, che permette a White di far deflagrare uno dei suoi migliori riff à la Zeppelin, con una bella batteria sincopata, voci femminili sfrontate, e un'altra abbondante dose di  chitarra ultra-effettata e congas. Everything You Ever Learned parte con una sorta di computer in tilt che ripete la frase del titolo ossessivamente, per aprirsi su una ritmica scandita dalle ormai onnipresenti congas, White che si trasforma in predicatore pagano, portando alla mente in qualche modo il miglior Roger Waters. Respect Commander era il secondo singolo ad anticipare l'album; White la piazza sull'album con tanto di falsa partenza, non si sa quanto voluta. Non è il pezzo migliore della raccolta.

Dopo tanto ritmo ecco una parentesi più meditata: l'arpeggiata Ezmerelda Steals the Show,  ballata con la voce doppiata a recitare il testo, su un accordo semplicissimo di chitarra. Breve e concisa, molto particolare, non ci dà quasi nemmeno il tempo di metabolizzarla che è già andata. Get in the Mind Shaft mette sul piatto l'ennesimo speech a far da intro ad una composizione electro-funk dalla struttura articolata ma meno interessante delle precedenti. Decisamente più riuscita What's Done is Done, che si dipana su percorsi country-soul elettronici, per un effetto inizialmente straniante; superato l'impatto iniziale se ne riconosce la semplice bellezza intrinseca.

Chiude il disco la delicata ballad Humoresque, con piano, voce e poco più. Un brano dalla struttura iniziale quasi scolastica che poi si dipana su vie insospettabilmente jazzy, con un afflato sentito e onesto, degna conclusione per un album che a parere di chi scrive centra il punto meglio di quanto non avesse fatto 'Lazaretto'. Un lavoro che senza troppa fatica troveremo nelle classifiche di fine anno; la maturazione di White è sempre più tangibile, disco consigliato (8/10)