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mercoledì 27 dicembre 2023

Video della Settimana: W.Haynes & Playing for Change - Soulshine

Chiudiamo bene l'anno con questa splendida versione di Soulshine che il buon Warren Haynes re-interpreta con alcuni musicisti del progetto Playing for Change. Enjoy!



venerdì 14 aprile 2017

Recensioni Brevi: Yorkston/Thorne/Kahn, Allred & Broderick

Yorkston, Thorne, Kahn - Neuk Wight Dehli All-Stars (Domino)

Progetto tra i più interessanti partoriti dalla scena musicale britannica, il trio formato dal chitarrista scozzese James Yorkston, in compagnia del contrabbassista inglese Jon Thorne (Lamb) e del sarangista indiano Suhali Yusuf Kahn, giunge al secondo album, a meno di un anno dall'ottimo debutto 'Everything Sacred'. La formula rimane invariata: folk albionico, jazz e musica classica indiana si legano in un interessante melting pot, ripieno di sfumature affascinanti e speziate, tra virtuosismi e contaminazioni melodiche. L'apporto di Kahn è ovviamente fondamentale nell'ampliare gli orizzonti delle composizioni, con Yorkston e Thorne che certamente non stanno a guardare ma forniscono prove di altissimo livello strumentale e compositivo. Il languido suono del sarangi si adatta perfettamente alle architetture ritmiche disegnate da chitarra e contrabbasso, creando il substrato nel quale si inseriscono le parti vocali di tutti e tre i protagonisti, con il bengali di Kahn assoluto protagonista. Brani da segnalare: Chori chori, vero manifesto dell'album, mistico e meticcio,  Bales, ballata delicata dal grande impatto emotivo, la movimentata False true piya, la commovente The blue of the thistle e la tenue The blues you sang. Un disco che colpisce nel profondo, confermando la grandezza di questo peculiare progetto. (8/10)



Allred & Broderick - Find The Ways (Erased Tapes)

Duo nato di recente in casa Erased Tapes e formato da David Allred e Peter Broderick, ottimi musicisti e sperimentatori con diversi album solisti alle spalle, le cui forze si sono unite per la realizzazione di un lavoro nel quale la voluta ricerca di un minimalismo ai limiti dell'estremo si manifesta con una potenza espressiva inimmaginabile. Due voci, violino e violoncello, questo il parco strumenti messo in campo dai due, nell'elaborazione di composizioni che affondano le radici in un classicismo per nulla manieristico o banale ed esplorano lo spazio sonoro tra pianissimo e fortissimo distillando sfumature e dissonanze, sfruttando la capacità degli strumenti a corda di provocare emozioni profonde ed elaborando originalissime armonie vocali, non trascurando infine neppure una certa ironia di fondo che alleggerisce la apparente seriosità del lavoro. Nonostante la limitatezza dei mezzi a disposizione, i due portano a termine un album vario e decisamente affascinante, in grado di catturare l'ascoltatore imprigionandolo benevolmente in una sorta di estraniante bolla spazio-temporale. Brani come Living on a wire, The wise one, The ways I'm not crazy sono autentiche gemme che meritano un ascolto attento. (8/10)


venerdì 3 marzo 2017

Recensioni Brevi: Julia Byrne, Omar Sosa & Seckou Keita

Julie Byrne - Not Even Happiness (Ba Da Bing/Basin Rock)














Cantautrice dalla bella voce profonda, con uno spirito nomade che l'ha portata a lasciare la natia Buffalo per cercare fortuna in giro per gli States, Julie Byrne, ora stabilmente insediata a Seattle, pubblica il secondo album; un lavoro intriso di spiritualità e romanticismo con cui la nostra esplora atmosfere invernali intime e contemplative, nelle quali si inserisce con una vocalità quasi sussurrata. Gli arrangiamenti sono all'insegna del minimalismo: chitarra, tastiere, fluto e archi sono gli unici strumenti utilizzati e il risultato è un album in equilibrio tra il folk raffinato e l'ambient new age, una sorta di colonna sonora delle emozioni genuine, che si insinua nell'ascoltatore in cerca delle corde più sensibili. I temi cari alla cantautrice sono natura e relazioni umane e i bei testi si caratterizzano per la poetica bucolica ed essenziale. Un album che ristora l'anima, con brani intensi come Follow my voice e Natural blue, momenti più folkeggianti (Melting grid e Morning Dove) e divagazioni strumentali ambient, come Interlude e I live now as a singer. Da ascoltare. (7/10)


Omar Sosa & Seckou Keita - Transparent Water (World Village)

La foto di copertina sintetizza perfettamente il mood dell'album; due musicisti provenienti da angoli lontani del globo, faccia a faccia, ognuno con il proprio carico di esperienza ed ispirazione: unico limite il cielo. E questo lavoro non è solo un semplice incontro tra artisti diversi e complementari, nel quale il pianismo del cubano Sosa si limita ad accompagnare le evoluzioni della straordinaria kora del senegalese Keita. Transparent Water è uno dei viaggi più complessi mai intrapresi nell'ambito della world music; nel disco sono presenti strumenti e musicisti provenienti da ogni angolo del Mondo. Ne risulta un disco meticcio e multiforme carico di caldi accenti sudamericani, struggenti melodie africane ma anche di sinuosi ritmi e fascinazioni provenienti dalla tradizione dell'estremo oriente, con profumi jazz e blues. Merito dei due protagonisti e della messe di ospiti che popolano il disco: le percussioni del venezuelano Gustavo Ovalles, il koto della giapponese Mieko Miyazaki, il nagadi di Mohsin Kahn Kawa e il geomungo della coreana E' Joung-Ju. Un disco senza confini, nel quale la vastità degli orizzonti musicali contribuisce a trasportare l'ascoltatore attraverso un percorso sonoro estremamente affascinante. (7,5/10)

giovedì 23 febbraio 2017

Tinariwen - Elwan (Anti-)


Possiamo fare mille considerazioni circa l'ineluttabilità delle contaminazioni, interrogarci su quale sia il luogo primigenio del tribalismo che ha portato alla nascita del blues, oppure fare attenzione a quanta Africa ci sia ancora in tutta la musica che ogni giorno sfiora il nostro udito; nulla potrà chiarirci le idee quanto la musica incisa su dischi come quello che abbiamo tra le mani. 

C'é un respiro antico che viene dalla terra, arso dal sole e speziato nel sapore, qualcosa di ancestrale che unisce la semplicità delle polverose strade del Mali alla modernità di uno studio digitale degli Stati Uniti, in un progetto che va al di là della world music, del rock o del blues. Una storia che parla di esilio e radici, con una colonna sonora fatta di circle-songs ipnotiche, dai ritmi sinuosi, apparentemente statiche ma in realtà tumultuosamente brulicanti. 

Registrato dalla longeva band maliana in forzato esilio, tra il deserto californiano di Joshua Tree (Racho de la Luna) e quello marocchino di M'Hamid El Ghizlane, in compagnia di musicisti il cui pane quotidiano è la sperimentazione, nomi del calibro di Kurt Vile, Mark Lanegan, Matt Sweeney e Alan Johannes, Elwan (Elefanti) ci presenta i Tinariwen in grande spolvero. Il disco è molto diretto, approcciabile anche da chi non è avvezzo alle sonorità della band Tuareg, e gli ospiti rendono il lavoro ancora più potabile, senza comunque snaturarne le radici e lo spirito.

Dal groove irresistibile di Tiwàyyen al beat ostinato di Sastanàqqàm, passando per il folk imbastardito di Nizzagh Ljbal e Talyat, con le influenze nordafricane a fare capolino nella ritmica e nelle voci, l'album viaggia spedito mescolando una grande varietà di suoni e colori senza soluzioni di continuità, fino alla conclusiva, splendida, Fog Edaghàn, la cui introduzione di flauto ci trasporta in un'atmosfera notturna desertica che si trasforma, battuta dopo battuta, in un ossessivo e rovente mantra.

I punti più alti del lavoro sono la cadenzata Nànnuflày, nella quale la voce di Mark Lanegan si inserisce come una lama rovente in un tessuto blues ordito da chitarre scabre e lancinanti, e Assàwt, con le acustiche flamenco a danzare su poliritmi irresistibili.
Un album immediato e sincero che senza ombra di dubbio darà modo alla band di ampliare considerevolmente il proprio pubblico e sarà annoverato tra le eccellenze discografiche di questo finora lusinghiero 2017. (7,5/10)