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mercoledì 27 dicembre 2023

Video della Settimana: W.Haynes & Playing for Change - Soulshine

Chiudiamo bene l'anno con questa splendida versione di Soulshine che il buon Warren Haynes re-interpreta con alcuni musicisti del progetto Playing for Change. Enjoy!



venerdì 25 maggio 2018

Mudlow - Waiting for the Tide to Rise (Stag-o-Lee)


di Luca Salmini

Nel Regno Unito, sono davvero tanti i musicisti che nel corso degli anni hanno riscritto la calligrafia del blues delle origini secondo una sensibilità e un'estetica tutte inglesi e molti di essi sono addirittura delle superstar di caratura internazionale, ma la stessa fortuna non è purtroppo toccata ai Mudlow, seppure gli intenti e le prospettive fossero più o meno identiche. Formatisi a Brighton nel 2002, tra album, singoli ed EP, i Mudlow hanno alle spalle una discreta discografia ma davvero meno celebrità di quanta ne meriterebbero: una situazione d'impasse a cui tentano di porre rimedio con la pubblicazione di 'Waiting For The Tide To Rise', la prima antologia realizzata dalla band. 

A vederli in qualche foto o nei video che girano in rete, i Mudlow hanno l'aria vissuta dei veterani: Tobias (voce e chitarra), Paul Beat (basso) e Matt (batteria e percussioni) non sono dei ragazzini con l'argento vivo addosso (anche se suonano come tali), ma tre working-class heroes dal basso profilo che battono il lato più oscuro, visionario e selvatico del blues, quello infestato dagli spettri del Delta, dalle ombre elettriche delle Mississippi Hills e dal whiskey dei Nighthawks At The Diner. Nulla a che vedere con divinità griffate della chitarra e nemmeno con i velluti della Royal Albert Hall, la musica dei Mudlow è la colonna sonora di una rissa da bar o di una sbornia colossale: un suono sudicio e malato che fa bollire il sangue e imperla di sudore la fronte come una febbre. 

Quanto si ascolta in 'Waiting For The Tide To Rise', un titolo che sembra parafrasare le aspettative della band, sarebbe capace di commuovere un tipo tutto d'un pezzo come Seasick Steve o almeno è questa l'impressione quando partono lo sciamanico boogie di una zztoppiana Codename: Toad, l'urlo di disperazione di una nervosa So Long Lee, l'ipnotico maleficio di Evol o il melmoso giro d'accordi dell'elettrizzante MadMary Lou. Del resto il blues è sempre stato espressione di malessere o di una qualche forma di dolore ed è esattamente l'impressione che suscitano il sofferto dondolio notturno di una waitsiana Red Ribbon, il ruggito memphisiano di una Down In The Snow con tanto di fiati, il lamento lacerante di Damn Your Eyes, lo swingare soul di una fin troppo elegante The Jester, l'intensità di ballate acustiche come la bellissima Snowhill Farm o di scenografici downtempo come Crackling e Minnesota Snow. Non bisogna cercarli ai vertici delle classifiche o in qualche enciclopedia del rock, perchè i Mudlow sono tipi da bassifondi, dove la vita è un gioco d'azzardo e il blues è più profondo e viscerale. (7,5/10)

martedì 6 giugno 2017

North Mississippi Allstars - Prayer For Peace (Sony Legacy)


Ottavo album in studio e debutto su major per la band dei fratelli Dickinson, da oltre venti anni votata a reinventare la tradizione rurale della musica del diavolo, trasfigurandola in una versione scarna ed elettrificata, diretta discendente dello stile peculiare di bluesmen avanguardisti come Mississippi Fred McDowell e R.L.Burnside. Se fino a qualche anno fa parlando dei due si finiva sempre col citare  l'illustre padre Jim Dickinson, produttore straordinario dal curriculum interminabile scomparso nel 2009, ora i fratelli hanno raggiunto uno status di tutto rispetto, soprattutto nella veste di session-men di lusso, prestando la loro opera a una moltitudine di importanti act (John Hiatt, Black Crowes e Lucero, giusto per citarne alcuni).

Luther Dickinson è un chitarrista molto dotato, con un suono piuttosto riconoscibile e un amore smisurato per i suoni slabbrati delle chitarre e degli amplificatori, mentre Cody si muove agilmente tra batteria, percussioni e tastiere, dividendo equamente le parti vocali col fratello. In questo album sono affiancati dai bassisti Oteil Burbridge (Allman Brothers Band), Danielle Nicole e Dominic Davis (Jack White), nonché dai chitarristi Graeme Lesh (Midnight North) e Kenny Brown (R.L.Burnside). Presenza ormai costante negli album dei NMA, quella di Sharde Thomas, strepitosa poli-strumentista, nipote del leggendario Otha Turner, virtuoso del fiffaro.

Il disco è il risultato di una moltitudine di sessions tenute presso sei diversi studi, dislocati in varie parti degli Stati Uniti, tra i quali il paterno Zebra Ranch di Hernando, Mississippi e il leggendario Royal Studio di Memphis, Tennessee, con alla consolle il buon Boo Mitchell (Buddy Guy, Boz Skaggs, Robert Cray e tanti altri). La firma con una major del calibro di Sony poteva far temere una svolta commerciale o quantomeno opportunista nel sound della band, ma tutto questo è lontano mille miglia dai solchi di un lavoro per nulla accondiscendente o pensato per le charts; i due fratelli proseguono sulla polverosa strada imboccata due decenni fa, senza curarsi troppo di ciò che succede nel resto della scena musicale, scrivendo secondo il proprio gusto e prendendo a prestito composizioni altrui per rendere omaggio a quelle che sono da sempre le loro influenze.

L'album presenta quindi tre cover del già citato Burnside: le saltellanti Long haired Doney e Miss Maybelle e la sincopata Bird without a feather, una composizione di Gus Cannon (la scanzonata e rollingstoniana Stealin') e una di Mississippi Fred McDowell, la notissima You got to move, arricchita dalla bella voce di Danielle Nicole. Spazio anche per un paio di standard tradizionali, il country-blues Deep Ellum e il gospel Bid you goodnight. Ciò che rimane è farina del sacco dei fratelli e certamente non sfigura di fianco al resto. C'é anche una traccia nascosta che è la ripresa della title-track, in versione più sperimentale. Il disco si lascia ascoltare d'un fiato; per gli appassionati del genere, spesso assuefatti a dodici battute fin troppo simili le une alle altre, è una vera manna dal cielo. Per gli altri un grande album di roots-rock moderno. (8,5/10)

martedì 2 maggio 2017

Recensioni Brevi: Robert Cray, Trombone Shorty

Robert Cray - Robert Cray & Hi Rhythm (Jay-Vee)













Robert Cray torna alle radici del proprio sound, scegliendo di registrare a Memphis il diciottesimo album di studio, in compagnia del batterista/produttore Steve Jordan, già dietro le quinte per Take Your Shoes Off (1999) e In My Soul (2014). Cray e Jordan non si sono limitati ad affittare i gloriosi Royal Studios del leggendario Willie Mitchell, sono anche riusciti a rimettere insieme gran parte della favolosa band presente negli storici album di Al Green, O.V.Wright, Ann Peebles e Otis Clay. I fratelli Charles (organo, piano) e Leroy Hodges (basso) ed il tastierista Archie Turner, assieme all'ospite di lusso Tony Joe White, sono dunque della partita e la loro presenza si fa sentire in termini di esperienza, groove e suono, permettendo al chitarrista della Georgia di portare a termine uno dei lavori più interessanti della propria quarantennale carriera. La tracklist prevede tre brani composti da Cray: il soulful sognante della greeniana The way we are, il blues trascinato di Just how low e la ballad a ritmo di beguine You had my heart, composizione con il classico marchio di fabbrica del nostro. Il resto è una bella sequela di cover: la leggera Aspen, Colorado e la tosta Don't steal my love, entrambe dal songbook di White,  The same love that made me laugh, sincopato brano firmato da Pick Whiters,  e due brani di Sir Mac Rice (l'autore di Mustang Sally): l'ostinata I don't care e la funkeggiante Honey bad. Forse qualcuno avrà di che lamentarsi per le troppe cover o per una formula che nel corso dei decenni ha subito pochissime modifiche, ma la vitalità e la coesione di questa raccolta di brani ci regalano un album godibile dalla prima all'ultima nota, e non è poco.(7,5/10)


Trombone Shorty - Parking Lot Symphony (Blue Note)













Troy Andrews, meglio conosciuto come Trombone Shorty, è uno degli esponenti di punta della attuale scena black americana, quella in perenne bilico tra tradizione e modernità, legata a svariati linguaggi musicali, spesso graditi anche ad un pubblico mainstream bianco. La commistione di stili, in un'epopea musicale funk/RnB che trasporta l'ascoltatore dalle atmosfere del jazz di New Orleans alle ambientazioni hip-hop, è la cifra stilistica di un autore tra i più dotati della propria generazione. Andrews ha dalla sua una eccellente preparazione musicale ma anche una grande esperienza acquisita collaborando con nomi del calibro di Dr.John, Eric Clapton, Lenny Kravitz e Jeff Beck, personaggi che hanno portato il suo stile ad aprirsi verso le influenze più disparate. Prova ne è questo interessante album, il primo per la storica etichetta Blue Note, nel quale Troy e i fidati Orleans Avenue danno libero sfogo al groove, rinnovando il New Orleans sound con brani come Laveau dirge no.1, Tripped out slim e Here come the girls, strizzando l'occhio all'hip-hop con le cariche Familiar e Dirty Water, e creando un cocktail di stili irresistibile in No good time, It ain't no use e Fanfare, punti più alti del lavoro. Un album stimolante e coinvolgente, che merita più di un ascolto. (7,5/10)

venerdì 7 aprile 2017

North Mississippi Allstars - You Got To Move


Terzo brano tratto da 'Prayer For Peace', nuovo album per la band dei fratelli Dickinson, in uscita il 2 Giugno prossimo. You got to move è un traditional proposto per la prima volta al grande pubblico nel 1965 da Mississippi Fred McDowell e poi ripreso dai Rolling Stones nell'album Sticky Fingers (1971). La versione dei NMA vede la partecipazione del bluesman Kenny Brown e della bassista Danielle Nicole.



domenica 19 marzo 2017

Gary Clark Jr. & Lincoln

Diventato uno dei testimonial di punta del colosso automobilistico statunitense, il bluesman da Austin promuove il nuovo album, Live/North America 2016, con una serie di spot nei quali, oltre a proporre la propria musica, presenta l'amplificatore nato dalla collaborazione tra il team di ingegneri della Lincoln e Ben Fargen di Revel Audio. Ecco lo spot istituzionale:



Sul sito di Lincoln oltre ai dettagli e la storia, i video fino ad ora pubblicati e una playlist di brani scelta da Clark su Spotify:

http://now.lincoln.com/a-homegrown-star/


sabato 11 marzo 2017

Recensioni brevi: John Mayall, Robert Randolph


John Mayall - Talk About That (Forty Below Records)














A ottantatre anni sounati e con una sterminata discografia alle spalle, John Mayall riesce ancora a “dare la paga” ai giovani bluesman bianchi di belle speranze, spesso verbosi solisti della sei corde, che, a scadenza regolare, critica e pubblico innalzano sul piedistallo di re del blues. Soprattutto nelle ultime produzioni del nostro, si riscontra una vitalità invidiabile; stare in studio è ancora il suo passatempo preferito e dà sempre buoni risultati. Talk About That non è un disco da cui aspettarsi svolte epocali, è semplicemente un album in cui tutte le forme variegate del blues vengono esplorate con il gusto e la passione d'altri tempi che Mayall sa dosare sapientemente. Registrato agli House Of Blues Studios di Encino, California, l'album vede lo stesso Mayall alla produzione, contiene undici brani (tre cover di pezzi firmati da Bettye Crutcher, Jimmy Rogers e Jerry Lynn Williams) e può contare sulla partecipazione del redivivo Joe Walsh (Eagles) alle chitarre. (7/10)


Robert Randolph & The Family Band - Got Soul (Sony)














Quinto album per il carismatico virtuoso della pedal steel e la sua Family Band, da sempre impegnati nel tentativo di imprimere una spinta evolutiva alla black music tradizionale. Randolph è un talento vero, con un background che contiene matrici blues, gospel, soul e R&B, influenze che si affacciano di volta in volta nelle sue canzoni, filtrate da un chitarrismo a tratti selvaggio, molto moderno. Questo Got Soul nasce dall'esperienza come church musician del nostro, portando la carica espressiva del gospel e del soul in ambienti più spinti verso il rock e le divagazioni delle jam bands. Ne esce un disco nel quale riff e groove hanno un impatto immediato e i brani scorrono via in continuità, con punte di altissimo livello, come She got soul, Love do what it do e la bella cover del brano di Sam & Dave I thank you. Ospiti del disco Darius Rucker, Anthony Hamilton e Cory Henry (Snarky Puppy). (7/10)

giovedì 23 febbraio 2017

Tinariwen - Elwan (Anti-)


Possiamo fare mille considerazioni circa l'ineluttabilità delle contaminazioni, interrogarci su quale sia il luogo primigenio del tribalismo che ha portato alla nascita del blues, oppure fare attenzione a quanta Africa ci sia ancora in tutta la musica che ogni giorno sfiora il nostro udito; nulla potrà chiarirci le idee quanto la musica incisa su dischi come quello che abbiamo tra le mani. 

C'é un respiro antico che viene dalla terra, arso dal sole e speziato nel sapore, qualcosa di ancestrale che unisce la semplicità delle polverose strade del Mali alla modernità di uno studio digitale degli Stati Uniti, in un progetto che va al di là della world music, del rock o del blues. Una storia che parla di esilio e radici, con una colonna sonora fatta di circle-songs ipnotiche, dai ritmi sinuosi, apparentemente statiche ma in realtà tumultuosamente brulicanti. 

Registrato dalla longeva band maliana in forzato esilio, tra il deserto californiano di Joshua Tree (Racho de la Luna) e quello marocchino di M'Hamid El Ghizlane, in compagnia di musicisti il cui pane quotidiano è la sperimentazione, nomi del calibro di Kurt Vile, Mark Lanegan, Matt Sweeney e Alan Johannes, Elwan (Elefanti) ci presenta i Tinariwen in grande spolvero. Il disco è molto diretto, approcciabile anche da chi non è avvezzo alle sonorità della band Tuareg, e gli ospiti rendono il lavoro ancora più potabile, senza comunque snaturarne le radici e lo spirito.

Dal groove irresistibile di Tiwàyyen al beat ostinato di Sastanàqqàm, passando per il folk imbastardito di Nizzagh Ljbal e Talyat, con le influenze nordafricane a fare capolino nella ritmica e nelle voci, l'album viaggia spedito mescolando una grande varietà di suoni e colori senza soluzioni di continuità, fino alla conclusiva, splendida, Fog Edaghàn, la cui introduzione di flauto ci trasporta in un'atmosfera notturna desertica che si trasforma, battuta dopo battuta, in un ossessivo e rovente mantra.

I punti più alti del lavoro sono la cadenzata Nànnuflày, nella quale la voce di Mark Lanegan si inserisce come una lama rovente in un tessuto blues ordito da chitarre scabre e lancinanti, e Assàwt, con le acustiche flamenco a danzare su poliritmi irresistibili.
Un album immediato e sincero che senza ombra di dubbio darà modo alla band di ampliare considerevolmente il proprio pubblico e sarà annoverato tra le eccellenze discografiche di questo finora lusinghiero 2017. (7,5/10)