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mercoledì 10 gennaio 2024

Video della Settimana: Ty Segall - My Best Friend

A pochi giorni dall'uscita del nuovo album 'Three Bells', Ty Segall pubblica un divertente video ufficiale per il brano My Best Friend. Enjoy!



lunedì 1 gennaio 2024

Playlist Gennaio 2024

Ecco la Playlist di Gennaio. Link diretto

Buon 2024!

 


venerdì 15 dicembre 2023

Harp - Albion (Bella Union)

 



di Chris Airoldi

Gradito ritorno quello di Tim Smith, ex-vocalist e principale autore dei texani Midlake, band che a seguito della dipartita del leader ha alternato uscite molto buone a momenti decisamente interlocutori e tuttora è alla ricerca di un colpo di reni che la faccia uscire da un preoccupante stallo creativo.

Smith si è invece preso tutto il tempo, una decina di anni buoni, per creare insieme alla compagna Kathi Zung il progetto Harp, artefice di un lavoro che farà felici i fans del combo da Denton ma anche coloro che amano le atmosfere intrise di malinconia e le reminescenze di certo soft-rock degli anni '70 e '80 che, va detto, trovavano ampio spazio già nei lavori della band, la quale ha sempre palesato una propensione per certi suoni, più europei che americani.

Ecco dunque 12 brani nei quali a farla da padrone è ovviamente la voce ora dolcemente eterea ora lascivamente lirica di Smith, che molto spesso è doppiata o triplicata con quel pizzico di dissonanze sparse che da sempre fanno parte del lessico del musicista texano insieme ai temi agro-dolci dei testi, ancora incentrati sulla difficoltà dell'essere umano e sulla ricerca di una sorta di redenzione dai passi falsi che la vita ci porta inesorabilmente a fare.

Si potrebbe pensare che ispirazione e temi abbiano dato vita ad un album dalle tinte invernali e dalle atmosfere fredde; in realtà, al di là della copertina e di una certa iconografia medioevale utilizzata, il lavoro ci trasporta in una dimensione avvolgente che sfugge dal pessimismo o da qualsiasi emozione negativa, per mantenerci in una sorta di caldo giaciglio in cui regna una sognante consapevolezza.

I suoni sono accuratamente centellinati, non ci sono guizzi dinamici o vibranti colpi di scena, ma un insieme solido di brani che all'impatto sonoro privilegiano quello emotivo. Dalla splendida apertura con la strumentale The Pleasant Grey, che con un gioco di pitch va a trasfigurare nel brillante singolo I Am the Seed, brano sicuramente tra i migliori dell'anno, si arriva fino alla ritmata ballata onirica A Fountain, per un trittico iniziale di straordinaria bellezza.

Daughters of Albion è una cadenzata soft ballad forse un tantino più risaputa di ciò che la precede, ma è un buon viatico per la successiva Chrystals, tanto lieve quanto breve episodio, che ha nel DNA l'essenza di ciò che erano i Midlake di Tim Smith: purezza e inquietudine. Country Cathedral Love si regge su un arpeggio semplice ed efficace e su un morbido tappeto di voci, ha un andamento quasi da mantra e assieme alla successiva Shining Spires costituisce il cuore di questo lavoro, in un connubio di luci ed ombre molto suggestivo.

Silver Wings ci riporta nei territori cari ai Midlake; è un brano che non avrebbe affatto sfigurato nella tracklist dello splendido 'The Trials of Van Occupanther' (2006), così come il seguente Seven Long Suns, nel quale la voce e il flauto si rincorrono su territori brumosi per poi affacciarsi su un ritornello con le voci dominanti, gran pezzo. Moon è un altro strumentale che mantiene alto il pathos del lavoro accompagnandoci verso i due brani finali. 

Throne of Amber, ritmato e ossessivo, con quel peculiare suono di chitarra che per una scelta di arrangiamento forse un po' avventata mette in ombra la vocalità di Smith, ha bisogno di più ascolti per essere apprezzato. Herstmonceux si apre invece con un coro registrato in una cattedrale scozzese e chiude il cerchio riprendendo il testo di I Am the Seed con lo splendido verso finale "quietly the sorrow flees from me, bright as day the soul no longer grieves" che ribadisce il senso di questo lavoro, l'intenzione dell'autore di scavare nel profondo dell'ascoltatore, per trarne una morbida sensazione positiva che riscaldi questi tempi freddi e bui. (8,5/10)

Harp su Bandcamp
Harp su Instagram

mercoledì 17 novembre 2021

Rick Deitrick - Coyote Canyon (Tompkins Square)


di Luca Salmini

“...Credete nel vostro sound...” predicava il celeberrimo Miles Davis ai suoi musicisti e, nonostante fama e successo non l'abbiano mai nemmeno sfiorato, non sembra aver fatto altro il chitarrista di Los Angeles Rick Deitrick, fin da quando appena adolescente iniziava a suonare lo strumento come farebbe un naufrago su un'isola deserta, cercando la propria “voce” e senza alcun punto di riferimento. 

Nel 1978, quando uscì l'esordio 'Gentle Wilderness', la sua ricerca naif sembrava finalmente soddisfatta, ma il disco, stampato privatamente in sole 500 copie e con una distribuzione locale, non ricevette l'attenzione che avrebbe meritato, e il nome dell'autore finì immediatamente nell'oblio, solo per essere riscoperto di recente dall'etichetta Tompkins Square Records, che qualche anno fa ha ristampato il debutto insieme all'inedito River Sun, River Moon e oggi pubblica il nuovo 'Coyote Canyon', che raccoglie incisioni mai pubblicate, effettuate tra il 1972 e il 1975. 

Anche considerando l'abbondanza di solisti che caratterizzava gli anni '70, Rick Deitrick suona come la voce fuori dal coro (e Three Sisters, la traccia registrata nel '99 che conclude il disco, conferma come non abbia mai smesso di credere in quanto stava facendo), più vicino all'estetica misticheggiante della new age che agli accordi gutturali dei primitivisti, con una musica quieta e melodiosa che trae ispirazione dalla contemplazione della natura e di luoghi affascinanti come deve esserlo Coyote Canyon. 

Sebbene precedano di qualche anno il debutto, le tracce, solo strumentali e per sola chitarra acustica di 'Coyote Canyon', svelano già tutto l'estro con cui Rick Deitrick trasformava in accordi e fraseggi le macchie di colore del pittore o i versi del poeta in Gentle Wilderness, esprimendo l'amore per una donna nelle dolci note di Emma, la magia del deserto in una sinistra Tumbleweedin' o l'incanto di un paesaggio incontaminato nella spaziosa e bucolica Little Tujunga. 

Alcune idee gli venivano in mente passeggiando tra le colline di Los Angeles o riposandosi accanto a un torrente, ma la maggior parte di 'Coyote Canyon' nasce da improvvisazioni di studio, mentre Deitrick assecondava il corso dei propri pensieri e seguiva l'ispirazione del momento, come sembra accadere nella meditativa To Martha, nella melodia circolare di una effimera Going Home o nel lento e narrativo svolgersi di una splendida e immaginifica Three Sisters. Vate per certi versi di quello che sarebbe diventato il fenomeno new age, Rick Deitrick è un chitarrista d'ispirazione folk con una propria voce espressiva, magari non particolarmente originale in questo caso, ma decisamente unica e personale. (7/10)


 

domenica 9 dicembre 2018

Jon Spencer - Spencer Sings The Hits (In The Red/Goodfellas)


 di Luca Salmini

“...Ti dico cosa c'è di sbagliato nel rock di oggi...E' musica per persone adulte, è rispettabile, è perbene, è arte ed è tutto quel genere di cose. Ciò è positivo per la musica, ma la gente non capisce la differenza tra rock'n'roll – che è stile di vita, è moda, è musica, è un'amplesso, è un sacco di cose - e “rock”, che è solamente musica...”: non sono rimasti in molti oggi a pensarla come Lux Interior dei Cramps, ma di certo Jon Spencer è tra questi, almeno a giudicare dallo psicotico rifferama che riempie il suo esplosivo debutto solista 'Spencer Sings The Hits'. 

Da quando raschiava la sporcizia dai bassifondi con i Pussy Galore fino al successo conquistato dai Blues Explosion nei tardi anni '90, senza contare la parentesi anni '50 degli Heavy Trash e l'affare di famiglia Boss Hog, Spencer ha sempre trattato il rock'n'roll come una questione di vita o di morte, con una devozione che non è mai venuta meno, nemmeno ora che lo spirito non è più quello di un adolescente e le giunture non hanno più l'elasticità di un tempo. Messa da parte la sigla Blues Explosion dopo il caotico 'Freedom Tower – No Wave Dance Party' del 2015, Spencer ne rifonda un surrogato per questo debutto a proprio nome, arruolando Sam Coomes dei Quasi e il batterista M. Sord, per rispolverare tutta l'euforia degli esordi e quell'approccio grezzo, nevrastenico e selvaggio che faceva suppore ci fosse in ballo una rivolta: materiale che non poteva che attrarre l'attenzione della In The Red Recordings, l'etichetta che aveva tenuto a battesimo alcuni dei primi singoli della band. 

Per questo 'Spencer Sings The Hits' suona da un lato come un ritorno alle origini, quando la febbre del rock'n'roll si insudicia con il frastuono del punk e le canzoni prendono la deriva di malsani e esaltati sproloqui da ospedale psichiatrico, come succede nelle isteriche sfuriate elettriche di Do The Trash Can e della nevrotica scheggia I Got The Hits, in anfetaminici boogie come Overload o blues degenerati come Time 2 Be Bad; dall'altro pare quasi recuperare i momenti migliori delle passate esperienze quando partono incandescenti funky come Hornet e Wilderness, sovraccarichi rhythm'n'blues come Love Handle o allucinati country&western come Cape. Sarà forse tutta una questione di feeling o di istinto, ma a cinquant'anni suonati Jon Spencer pare ancora il più cool tra i Peter Pan del rock e questo 'Spencer Sings The Hits', che incarna tutto quello che Lux Interior pensava rappresentasse il rock'n'roll, ha tutta l'aria di uno di quei dischi che per un motivo o per un altro non possono passare inosservati. (7,5/10)

giovedì 8 novembre 2018

Ryley Walker - The Lillywhite Sessions (Dead Oceans)


di Chris Airoldi

A sei mesi dall'ottimo 'Deafman Glance' il talentuoso cantautore dall'Illinois riprende posto sugli scaffali dei negozi con quella che, al momento dell'annuncio, in tanti avevano considerato poco più che una boutade da social network: una rivisitazione in toto di quelle fantomatiche 'Lillywhite Sessions' che la Dave Matthews Band mise in calendario tra il 1999 e il 2000 allo scopo di dare un seguito al riuscito 'Before These Crowded Streets' (1998), ma finirono per portare Matthews e soci ad un passo dallo scioglimento, e che ancora oggi qualcuno considera il meglio della produzione in studio della band. Grazie all'intraprendenza di alcuni fans le session diventarono in breve pubbliche, tanto da costringere la band a chiudere entrambi gli occhi, accettandone la diffusione virale ormai divenuta inarrestabile.

I brani, considerati all'epoca dalla label e da alcuni dei componenti del gruppo troppo cupi e intrisi del pessimismo alterato dai fumi dell'alcool del leader, vennero poi ripresi ed inseriti in opere successive, quando la band si trovò a dover recuperare il passo falso pop di 'Everyday', album prodotto in soli sette giorni con Glen Ballard, risposta scialba ed affrettata alle difficili session con Steve Lillywhite. Ryan Walker, da sempre die hard fan della band, ci ha tenuto subito a specificare che questa ripresa è un omaggio sentito e non un "fuck you record"; da lungo tempo progettava infatti di rivisitare completamente uno dei lavori della band dalla Virginia e quando la Dead Oceans, confortata dal buon risultato di 'Deafman Glance', gli ha fatto capire che ci sarebbe stato il budget per realizzare l'impresa, non se l'è lasciato ripetere due volte.

Entrato in studio con il fidato bassista Andrew Scott Young e l'eccezionale batterista Ryan Jewell, in pochissimo tempo ha ri-arrangiato 12 brani facenti parte delle session, talvolta avvicinandosi alle versioni originali, in altri casi stravolgendole completamente. Ne è uscito un lavoro molto interessante che, seppur non scevro dai limiti propri dei cover album, ci mostra chiaramente la bontà delle composizioni, esaltandone la cupa malinconia esistenziale ma anche le notevoli dinamiche musicali, tra spunti di grande qualità stilistica, virtuosismi mai spinti all'eccesso e interpretazioni convincenti. In qualche momento la sperimentazione pare inoltrarsi in territori fin troppo tortuosi, pensiamo a brani come Monkey Man o Sweet Up And Down, ma il mood generale dell'album non è mai pesante o involuto.

L'interpretazione di Walker in alcuni episodi è chiaramente figlia della particolare vocalità di Matthews (Big Eyed Fish, Grace is Gone, JTR), mentre risulta più libera di esprimersi, soprattutto nei brani il cui arrangiamento si discosta maggiormente dall'originale, come Captain, Bartender, Raven o Busted Stuff. Come detto Walker e soci hanno colto al volo l'occasione offerta dalla Dead Oceans, e la scelta di riprendere queste session oscure e dalla storia travagliata si è rivelata vincente (in partenza Walker aveva ipotizzato di rivisitare il fortunato 'Crash'), regalandoci un lavoro certo non semplice al primo ascolto, ma nel quale la grande perizia tecnica e l'eccezionale capacità interpretativa del trio forniscono nuova linfa alle composizioni. Un disco che pensiamo piacerà sia ai fans di Walker sia a quelli della DMB ma potrà soddisfare anche coloro che non hanno dimestichezza con le discografie di entrambi. (7,5/10)

lunedì 28 maggio 2018

Raindance Kid - Swayer (Time Zone Records)


di Luca Salmini

Dici Germania e la prima cosa che ti viene in mente non sono certo cowboy, praterie e serpenti a sonagli; enormi boccali di birra semmai, la cancelliera Angela Merkel e magari la marca di un paio di auto di lusso, ma ad Amburgo vivono degli studenti di cinema che devono aver trascorso giorni, settimane, mesi, se non proprio l'intera adolescenza a fantasticare sui classici di John Ford, Sam Peckinpah e Sergio Leone. Il primo della classe è Nicolas Kuhl e quando con cinque amici, decide di plasmare delle musiche proprie intorno a quelle sequenze, è a quell'immaginario mitico e leggendario che si ispira. Il nome della band potrebbe essere il titolo di una di quelle pellicole e la musica che comincia a delinearsi fin dal 2004, è molto meno banale di quanto potrebbe far sospettare una ragione sociale come Il Ragazzo della danza della pioggia, perchè i Raindance Kid sembrano cominciare esattamente dal punto in cui i Sixteen Horsepower si erano interrotti, intrecciando epica western e urgenze rock'n'roll in un country gotico oscuro e affascinante. 

I Raindance Kid hanno iniziato scrivendo per il cinema ovviamente e dopo un paio di singoli, arrivano oggi al debutto con il meraviglioso 'Swayer', un disco che profuma di quell'America periferica, dannata e selvaggia che si trova nelle pagine di Cormac McCarthy e nella febbrile miscela di Hank Williams, Creedence Clearwater Revival e Joy Division che riempiva un disco come 'Sackcloth 'n' Ashes', esordio lungo della mitica band di David Eugene Edwards. Non sono magari i passi del Vecchio Testamento ad ispirare i testi che Kuhl scrive e canta con devozione, isteria e carisma da predicatore pentecostale, ma l'idea di un Ovest lontano, spietato e seducente che riempie l'immaginazione di qualsiasi romantico sognatore o almeno è questa l'impressione che si delinea dalle cinematografiche scenografie tracciate dai riverberi di chitarre elettriche e acustiche, dall'inquieto rollio del banjo, dalle ariose partiture del violino, dalle planimetrie orizzontali delle tastiere e dalla spinta di basso e batteria che riempiono le splendide canzoni di 'Swayer', a partire dalla turbolenza di un'apocalittica Winterland, passando per il folk rock di una morriconiana e bellissima Song To The Mountain, fino alle cupe ombre della magnifica Black River. 

Capita che i ritmi diventino concitati e quasi furiosi come in Anthem, una riscrittura più o meno fedele di American Wheeze dei Sixteen Horsepower, o che le chitarre sanguinino elettrizzante dolore nemmeno si trattasse di un disco dei Bad Seeds, come succede in una solenne Dead Hearts Choice, ma per lo più il folk rock dei Raindance Kid nasce da affascinanti e spaziose foschie elettroacustiche come quelle che si ascoltano in una desertica The Road, in una sulfurea titletrack, in una ispiratissima Letter To David o in una sciamanica e spettrale Last Song. Chiunque provasse nostalgia pensando a quanto i Sixteen Horsepower seminarono negli anni '90 o i Gun Club nel decennio precedente, potrà trovare consolazione in un disco come 'Swayer', che ne resuscita nitidamente poetica e immaginario. (9/10)

venerdì 25 maggio 2018

Video Della Settimana: Snow Patrol - Life and Death

Esce oggi 'Wildess, nuovo album per il combo da Dundee, su Republic/Universal. Per promuoverlo la band ha caricato sul proprio canale Youtube tre nuovi videoclip in contemporanea. Questa è Love & Death. Enjoy!

lunedì 9 aprile 2018

Video Della Settimana: Eels - Bone Dry

Bel video in stop-motion diretto da Sofia Astrom, per il nuovo singolo della band di Mr.E, tratto dall'album 'The Decostruction', fresco d'uscita. Enjoy!



giovedì 22 febbraio 2018

Wharfer - The Road Dissolved the View (Self-released)



di Luca Salmini

Quando si parla di artisti non esattamente sulla cresta dell'onda, di solito gli americani usano l'espressione ad effetto “The Best Kept Secret of …” e, nonostante possa suonare trita e banale, è proprio quello che viene in mente a proposito del cantautore Kyle Wall in arte Wharfer, almeno a giudicare dal grado di notorietà praticamente nullo e perfino dalle scarse informazioni reperibili in rete. In ogni caso, se Kyle Wall non è il segreto meglio custodito di Brooklyn, poco ci manca, perchè tutto quello che è possibile sapere di lui è racchiuso nelle succinte note della sua pagina Bandcamp, dove la notizia più rilevante è che, nonostante la scarsa fama, ha finora realizzato la bellezza di sei album di studio, una discreta discografia che non ha evidentemente creato proseliti: una situazione che ha dell'incredibile considerando i tempi che corrono e soprattutto quanto si ascolta nel nuovo 'The Road Dissolved The View', un lavoro che non sembra certo il frutto dell'ultimo arrivato e che dice dell'autore molto più di quanto si riesca ad intuire dalla sua biografia. 

Qualche decennio fa, Wharfer sarebbe rientrato nella categoria dei cantautori lo-fi, oggi ha tutta l'aria di un artista che prova a sbarcare il lunario tirando fuori il massimo dalla filosofia del less is more o almeno è questa l'impressione che suscitano le ballate profonde ed intessissime che riempiono The Road Dissolved The View, un disco che l'artista ha scritto, suonato e prodotto in completa autonomia. Sospeso tra folk, blues, canzone d'autore e sonorità d'ambiente, 'The Road Dissolved The View' è pieno di ballate scure, struggenti ed atmosferiche come non se ne ascoltavano dai tempi degli Smog di Bill Callahan: un'immaginario a cui rimanda anche il profondo e sofferto baritono con cui Wharfer rumina versi ed emozioni di serenate notturne come la bellissima ed eterea Drunk Behind The Wheel, come l'apocalittica To Alabama o come l'elegante e pianistica Old Soul. 

Magari basico ma affatto scarno, 'The Road Dissolved The View' è un disco in chiaroscuro, fatto di pieni elettrici e passaggi minimali, di cupi bronci e spettrali melodie al rallentatore come quella di una grandiosa e dissonante Lumière, capace di evocare l'oppiato soul dei Timber Timbre, quella del folk à la Lambchop di una incantevole I'll Ride The Smoke e di una polverosa titletrack, quella di una coheniana e scenografica Deep Blue o quella del nebuloso country New Hide Park. Disco da notte fonda, The Road Dissolved The View è il lavoro accurato e pregiatissimo di un'esteta della canzone, di un ispiratissimo poeta da ore piccole, che finora ha sicuramente raccolto meno di quanto meriti. (8,5/10)

martedì 24 ottobre 2017

Video Della Settimana: The National - I'll Still Destroy You

Nuovo singolo per la band da Cincinnati; il video, nel quale possiamo ammirare Matt Berninger e compagni esibirsi sul palco di un party un po' decadente, è diretto da Allan Sigurðsson e Ragnar Kjartansson.


venerdì 29 settembre 2017

Recensioni Brevi: Dhani Harrison, Kamasi Washington

Dhani Harrison - In///Parallel (BMG)













Interessante esordio solista per il trentanovenne figlio dello scomparso ex-Beatle, ad oggi titolare di una manciata di trascurabili episodi discografici in veste di membro delle band Thenewno2 e Fistful of Mercy. I geni paterni sono ben presenti, soprattutto nell'approccio mistico-spirituale di suoni e testi, mentre a livello musicale il nostro percorre la via della sperimentazione in ambiti elettronici molto spinti che riportano alle esperienze di certa new wave anni '80 o di più recenti progetti drone/ambient; l'album si presenta dunque complesso e articolato, con suoni sintetici in abbondanza, atmosfere involute e un mood futurista in qualche caso un po' contorto. Harrison ha una bella voce e sa interpretare con mestiere i propri brani; nel mucchio spiccano la ritmata Summertime Police, l'orientaleggiante Never Know e la minimale Admiral of upside Down. Decisamente meno riusciti gli episodi che concedono qualcosa di più semplificato all'ascolto, come la risaputa All About Waiting o la farraginosa London Water. Harrison mostra del talento, a parere di chi scrive necessiterebbe di un aiuto più consistente nell'incanalare la propria creatività verso linguaggi potabili e meno cervellotici, liberandosi dalla paura di finire nel limbo dei figli d'arte non all'altezza dei padri. Stiamo a vedere. (7/10)


Kamasi Washington - Harmony Of Difference (Young Turks)













Musicista molto quotato, soprattutto negli ambienti della black music più di tendenza, il sassofonista losangelino divide pubblico e critica in maniera netta: chi lo ama ne riconosce la capacità di rinverdire il linguaggio di un certo jazz intellettualoide e radicale, mettendolo altresì a disposizione delle nuove leve dell'hip-hop sperimentale; i detrattori lo vedono come un poco ispirato epigono di John Coltrane, assurto a ragazzo copertina del jazz moderno. Titolare del monumentale 'The Epic', concept album pubblicato nel 2015, molto ben accolto dalla critica, Washington torna nei negozi con questo EP di oltre trenta minuti che in qualche modo è  una propaggine del lavoro precedente, con i temi dell'impegno civile ancora una volta in primo piano e un esplicito desiderio di esplorazione dei confini del linguaggio, anche grazie ad un parco strumenti decisamente ampio, comprendente una sezione di archi, fiati, vibrafono e un coro di nove elementi. Le composizioni presentano una struttura molto particolare: le prime cinque si sviluppano come singoli episodi, mentre la sesta ed ultima raccoglie tutte le precedenti in un unico arrangiamento. Possiamo dunque apprezzare due prospettive interpretative diverse dello stesso brano, con alterne fortune, in quanto ad episodi interessanti (Desire, Perspective) se ne contrappongono altri meno riusciti (Humility, Knowledge), in qualche caso affetti da una preoccupante ripetitività. Il percorso artistico di Washington non può essere valutato basandosi su questa singola opera, visto che la stessa nasce come commento sonoro ad un'installazione visuale di A.G.Rosas al Whitney Museum di New York, ma da un artista di questo calibro sarebbe lecito aspettarsi una maggiore attenzione alla qualità, piuttosto che alla quantità. (6,5/10)

mercoledì 20 settembre 2017

Lee Ranaldo - Electric Trim (Mute Records)


A qualche mese di distanza dall'ultima fatica discografica di Thurston Moore, arriva nei negozi senza troppo clamore il dodicesimo lavoro in studio firmato dal 61enne Lee Ranaldo, un album decisamente più articolato di quello pubblicato dall'ex compagno di avventure nei Sonic Youth, per certi versi sorprendente, con il cantante e chitarrista da Glen Cove in ottima forma e particolarmente ispirato. Registrato nel corso dell'ultimo anno tra New York e Barcellona, con la produzione di Raul Fernandez e un cast di grandi musicisti che comprende il chitarrista Nels Cline (Wilco), il bassista Kid Millions (Oneida), Sharon Van Etten e il fidato batterista Steve Shelley, l'album spazia tra i generi con grande naturalezza, arricchito da una moltitudine di suoni ed effetti che ascolto dopo ascolto si svelano in tutta la loro complessità.

L'iniziale Moroccan Mountains è in qualche modo una dichiarazione di intenti: un brano di oltre sette minuti con un attacco evocativo sul quale si inserisce lo spoken di Ranaldo, il quale alterna strofe parlate a strofe cantate con splendido lirismo. Lentamente il pezzo si inoltra in un alternarsi di crescendo decisi e momenti pacati, per poi concludersi in un opulento finale, con tutti gli strumenti a detonare in un'esplosione folk di grande impatto. Gran pezzo. L'abbrivio è stato dato, ecco quindi l'epica Uncle Skeleton, caratterizzata da una ritmica elettro/acustica con batteria e percussioni etniche, molto interessante. L'inciso corre come un treno, per aprirsi su un bel tappeto di chitarre con la voce incalzante che in qualche momento porta alla mente il miglior Michael Stipe. Il trittico iniziale si chiude con il sincopato andamento marziale di Let's Start Again, brano con profumi british anni '60, molto intrigante. Anche in questo caso da segnalare il gran lavoro delle chitarre e l'ottima interpretazione vocale di Ranaldo.

Last Looks parte come una ballata intima, con una bella chitarra acustica sorretta da pattern ritmici elettronici ed effetti noise sommessi. Ospite del brano la splendida voce di Sharon Van Etten, che si intreccia alla perfezione con quella di Ranaldo, regalandoci una delle vette del lavoro. A metà del brano il ritmo si fa più sostenuto e le atmosfere si contaminano con sapori orientali e qualche bella distorsione che apre verso un andamento ancora una volta epico, per un finale tumultuoso. Circular, presentata anche come singolo, è una composizione nervosa, piuttosto muscolare nell'andamento, con stacchi e divagazioni psichedeliche che si palesano soprattutto nell'intermezzo centrale che sa tanto di Beach Boys. Meno incisivo degli altri, il brano risulta comunque intrigante, con l'ennesimo finale esplosivo, molto gustoso. La title-track torna su territori più oscuri, di nuovo con una batteria cadenzata e gli arpeggi di chitarra carichi di ambiente. I suoni si alternano ai rumori e il brano entra sottopelle con facilità, inquieto e coinvolgente, anche grazie alla affascinante parte centrale arricchita da ottoni beatlesiani e cori vintage.

La successiva Purloined è un filo più risaputa, parte bene con suoni e atmosfere dark e una grancassa a battere il quattro, ma si perde in un inciso non particolarmente riuscito, risultando il brano meno interessante della raccolta. Meglio la successiva Thrown Over the Wall, corale e chitarristica, una ballatona folk dall'incedere psiched-epico con un bel testo dalla poetica mistica, scritto da Jonathan Lethem, co-autore di gran parte delle liriche dell'album. Altro gran pezzo, oltre sette minuti davvero ben spesi. New Thing chiude l'album con gran classe, ennesima ballata nella quale il mix di acustico ed elettronica esce ampiamente vincitore. Ancora Ranaldo e Van Etten a guidare le danze su una struttura molto articolata, fatta di cambi di ritmo e atmosfere, voci ed effetti, suoni e rumori; ottima conclusione per un album ispirato, scritto e suonato alla grande, che merita più di un ascolto e troveremo sicuramente nelle classifiche di fine anno. (8/10) 

mercoledì 30 agosto 2017

Courtney Barnett & Kurt Vile - Lotta Sea Lice

'Lotta Sea Lice', album che vede due fra i cantautori più interessanti dei nostri giorni unire le forze, sarà nei negozi il 13 Ottobre per Milk!/Marathon Artists/Matador. Nel disco, oltre a nuovi brani originali, le cover di Untogether dei Belly e di Fear is Like a Forest, di Jen Clother. Annunciato anche un tour statunitense, che partirà in concomitanza con l'uscita dell'album; nella band membri di Violators, Sleater-Kinney e Warpaint.


Questa la tracklist:
- Over Everything
- Let It Go
- Fear Is Like A Forest
- Outta The Woodwork
- Continental Breakfast
- On Script
- Blue Cheese
- Peepin’ Tom
- Untogether

Ed ecco il videoclip del primo singolo Over Everything; la regia è di Danny Cohen.


mercoledì 23 agosto 2017

Video Della Settimana: Beck - Dear Life

Questa settimana non abbiamo un video ufficiale vero e proprio ma il lyric video di Dear Life, primo brano tratto da 'Colors', nuovo album di Beck, nei negozi il 13 Ottobre prossimo per Capitol Records.