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lunedì 1 gennaio 2024

Playlist Gennaio 2024

Ecco la Playlist di Gennaio. Link diretto

Buon 2024!

 


mercoledì 27 dicembre 2023

Video della Settimana: W.Haynes & Playing for Change - Soulshine

Chiudiamo bene l'anno con questa splendida versione di Soulshine che il buon Warren Haynes re-interpreta con alcuni musicisti del progetto Playing for Change. Enjoy!



lunedì 5 novembre 2018

The Cordovas - The Santa Fe Channel (ATO Records)


di Luca Salmini

Figlio di una cantante d'opera e di un campione di scacchi, Joe Firstman è quello che si dice un talento naturale, visto che ha appena 12 anni quando comincia a suonare il pianoforte e nemmeno 20 quando guadagna una certa attenzione con l'omonima band Firstman, giusto prima di saltare sull'autobus che da Charlotte in Nord Carolina porta dritto in California, dove gli basta poco per ricevere il premio di “cantautore dell'anno” ai Los Angeles Music Awards del 2001. L'anno successivo debutta su Atlantic con l'EP 'Wives Tales' e successivamente con l'album 'The War Of Women', lavori accolti positivamente dalla critica, che tuttavia non fanno partire una vera e propria carriera ma gli garantiscono sufficiente esposizione per trovare un'impiego come direttore d'orchestra del programma televisivo della NBC Last Call With Carson Daly. 

Quando l'emittente riprogramma il palinsesto, come niente fosse Firstman ricomincia a scrivere canzoni e a pubblicare dischi in proprio fino al 2011, quando a Nashville fa confluire tutte le precedenti esperienze nel nuovo progetto The Cordovas, formazione oggi all'esordio su ATO Records con il secondo album di studio “That Santa Fe Channel”, prodotto da Kenneth Pattengale dei Milk Carton Kids. Composti da Firstman al basso e alla voce, dai chitarristi Lucca Soria e Toby Weaver, dal tastierista Sevans Henderson e dal batterista Graham Spillman, i Cordovas resuscitano il suono caldo e affascinante della California dei seventies, intrecciando rock, country, folk, blues e deliziosi impasti vocali come succedeva nei dischi di Crosby, Stills & Nash, dei Flying Burrito Bros., degli Eagles o della Nitty Gritty Dirt Band. 

La rivista Rolling Stone li ha già segnalati tra “...i nuovi 10 artisti country da conoscere...” e a giudicare dall'incantevole circuitare di chitarre, tastiere e armonie vocali che riempie 'The Santa Fe Channel' è molto probabile che non si sbagli nel consigliarli a chi adora 'American Beauty' dei Grateful Dead, 'Dixie Chicken' dei Little Feat e 'North Hills' dei Dawes, in linea di massima punti di riferimento pertinenti con la fragrante dinamica delle melodie dei Cordovas e con l'attitudine da jam band che in qualche modo si respira nel fluido rimescolarsi degli strumenti. In fondo, i Cordovas sono dei romantici sognatori: gente che condivide le cose della vita e della musica come una comune hippie ed è in questo contesto idillico e fuori dal tempo che sono sbocciate le canzoni di 'The Santa Fe Channel', un'ammaliante collezione di solari midtempo elettrici venati di blues e di country, in cui si colgono l'atmosfera rilassata delle sessions e l'immediatezza delle performance dal vivo in studio. 

Almeno è questa la sensazione che suscita la freschezza delle nove tracce di 'The Santa Fe Channel' e in particolare il fluido intercalare di una deaddiana I'm The One Who Needs You Tonight, l'ariosa west coast di This Town's A Drag, il country cosmico di SelfishLoner e della spaziosa Santa Fe, i toni bluesy di una littlefeatiana Talk To Me o i cambi di tempo della neworleansiana Step-Back Red. Con uno splendido interplay tra il piano e le chitarre, eccellenti armonizzazioni tra le voci, brillanti sincronismi tra gli strumenti e canzoni decisamente sopra la media, magari i Cordovas non inventano niente, ma se non altro dimostrano che senza particolari colpi di genio, con tanto buon gusto e il giusto feeling è ancora possibile fare grande musica oggi: può sembrare ovvio, ma non è sempre del tutto scontato, così come non lo è la meraviglia che si leva da 'The Santa Fe Channel', una delle novità più accattivanti e seducenti degli ultimi tempi. (8/10) 

lunedì 5 giugno 2017

Gov't Mule - Revolution Come...Revolution Go (Fantasy Records)


La storia del rock è costellata di arrivi e partenze, di vecchi eroi che ci lasciano, nuovi astri nascenti e ferree leggi sulla necessità di non fermare mai lo spettacolo. Ecco dunque, a poco meno di due settimane dalla morte di quel Gregg Allman che coi suoi Fratelli fornì la costola dalla quale furono generati, i Gov't Mule di Warren Haynes (e del prematuramente scomparso Allen Woody) ritornare nei negozi con questo album, il decimo in studio, la cui gestazione ha in qualche modo vissuto in parallelo le recenti vicende della "più grande democrazia occidentale". 

Le registrazioni di 'Revolution Come...Revolution Go' sono infatti partite in coincidenza con l'Election Day 2016, quell'8 Novembre che ha in effetti dato il via ad una sorta di anti-rivoluzione della quale tutto il globo, con più o meno apprensione, attende giorno per giorno gli sviluppi. Benché le posizioni politiche del combo siano più vicine alle istanze dei democratici, il pubblico dei Muli è chiaramente bipartisan, per cui la band ha deciso di non alimentare le divisioni, bensì fare leva  sulla capacità della musica di unire le persone. Come ha detto Haynes:"Il messaggio più importante che spero arrivi dal nostro album è che sta alle persone lavorare insieme per risolvere questa situazione. Non possiamo pensare lo faccia il governo. L'unico modo per farlo è lavorare tutti insieme."

Registrato tra Austin e New York, con al mixer due vecchie volpi come Gordie Johnson e Don Was, l'album propone il consueto mix esplosivo di riff granitici, ballate dal sapore sudista e cavalcate elettriche, con la potenza dell'hard rock dei '70 nella testa e le lunghe divagazioni da jam band nel cuore. Nonostante la formula sia ormai fin troppo prevedibile, possiamo dire con certezza che questo disco si va a porre senza troppa fatica tra le cose migliori proposte dai Muli, grazie ad una fortunata messe di brani e alle sonorità massicce ma non eccessivamente spinte come successo in passato. Certo siamo ad anni luce dall'easy listening ma per fortuna equamente distanti dall'hard rock di grana fin troppo grossa che a volte traboccava dai solchi degli album precedenti. 

La formazione è quella super-rodata: la vecchia guardia formata da Haynes e dal batterista Matt Abts, più il bassista Jorgen Carlsson e il poli-strumentista Danny Louis, da dieci anni affidabilissimi membri effettivi della band; ospite di lusso in un brano la Stratocaster del texano Jimmie Vaughan. Il disco si apre con il singolo che lo ha preceduto di qualche settimana, quella Stone cold rage dal passo zeppeliniano con un bell'organo e la chitarra "strappata" con vigore funk; brano che per i Muli è di routine ma per il quale decine di band farebbero carte false. Segue Drawn that way, composizione aperta da un'introduzione tendente al prog che si trasforma presto in un roccioso hard-shuffle sul quale Haynes può dar sfogo alle proprie corde vocali. Al termine del solo di chitarra centrale che a più riprese fa pensare al buon vecchio Billy Gibbons, il brano se ne scappa via su un boogie in stile ZZTop, e il cerchio in qualche modo si chiude.

Profumo di soul tra le note del terzo brano, l'up-tempo Pressure under fire. Questo, per chi scrive, è il mestiere che i GM sanno fare meglio. Gran pezzo con tutti i tasselli al posto giusto: bel riff, voce in palla, organo presentissimo, parte centrale in crescendo e piccolo solo finale, non si potrebbe chiedere di più. The man I want to be si intuisce da subito essere 100% Allman; è una ballata blues ancora pervasa di soul, che non avrebbe sfigurato nel repertorio anni '90 della band da Jacksonville. E se ancora il concetto non fosse chiaro ecco Traveling tune, con le chitarre doppiate, le percussioni e 5 minuti e mezzo di suoni vagabondi, il testimone pare essere davvero in buone mani. 

Thorns of life è più involuta e cupa, si basa su un bell'arpeggio sostenuto dalla batteria sincopata di Abts ma rimane un gradino sotto le precedenti, pur avendo una bella apertura centrale che fa pensare ai Black Crowes. Molto meglio Dream & songs, ennesima ballata con un bel Wurlitzer a guidare le danze, portando la voce espressiva e potente di Haynes a raggiungere le vette dell'album. Sarah, surrender è il pezzo di troppo che a volte fa capolino nelle tracklist degli album dei Muli: brano in bilico tra le due visioni contrapposte del funky, quella nera più vicina al gospel e al blues e quella bianca, infiorettata di fusion e un po' noiosetta, apre la strada alla title-track, composizione funk più greve ma sempre un po' troppo sopra le righe, nonostante il nervoso Hammond e la parte blues centrale che sfocia in jam, otto minuti solo per i fans più accaniti. 

Si ritorna in focus con l'hard-boiled blues Burning point che vede il già citato Vaughan fare fuoco e fiamme incrociando la sua Fender con la Gibson di Haynes; gran lavoro di Danny Louis tra organo e piano elettrico e la ritmica quadrata e solida di Abts e Carlsson a dare sostanza. Easy times pare invece un tributo al fratello di Jimmie, lo sfortunato Stevie Ray Vaughan: splendida ballata texana, con reminiscenze hendrixiane, scritta bene e cantata meglio, ennesimo grande brano. Chiusura con i sette minuti e mezzo di Dark was the night, cold was the ground, summa di molte influenze, tra blues e roots, con sottili allusioni ai Pink Floyd. Brano epico e cinematografico, spettacolare conclusione di un disco che ci riporta i migliori Gov't Mule. Con un paio di brani in meno un mezzo voto in più ci sarebbe anche stato. (8/10)

martedì 14 marzo 2017

Delta Saints - 13/03/2017 All'1 e 35 Circa, Cantù (CO)

In tanti hanno cercato una definizione calzante per il genere proposto dal quintetto di Nashville che nella serata di ieri, 13 Marzo 2017, ha infiammato il palco dell'Una e Trentacinque Circa di Cantù, davanti ad un pubblico attento e partecipe, sebbene non nutrito quanto una band di quel livello meriterebbe. Nei comunicati stampa, con una certa ironia, loro stessi si descrivono come "Bourbon-Fueled Bayou-Rock Band" e possiamo partire da questo per delineare riferimenti più ampi e calzanti. 

Nato nel 2007, come gruppo dai forti accenti southern ma chiaramente figlio del rock degli anni '90, il combo guidato dal cantante e chitarrista Ben Ringel porta sul palco le sonorità di band come Allman Brothers e Black Crowes, inserendole in una sorta di piccola enciclopedia delle influenze musicali che non risparmia latitudini e generi: dal grunge al college rock, dall'indie britannico allo stoner. Il risultato è un mix di linguaggi che, se al primo ascolto può in qualche modo spiazzare, sulla lunga distanza mostra una coerenza stilistica e una freschezza che da tempo parevano diventate merce rara.

Questo li ha portati ad essere apprezzati anche in Europa, area che bazzicano fin dagli esordi, avendo trovato un buon seguito in nazioni musicalmente più curiose della nostra, come Belgio, Olanda e Germania. Eccoli dunque a percorrere col loro van le strade del vecchio Continente, in un mese di Marzo serratissimo di date che li porterà ad esibirsi anche in Francia, Spagna e Svizzera.
Nell'ora e mezza di esibizione canturina hanno sciorinato un ricco e variegato repertorio, pescando in egual misura dai due album finora pubblicati (Death Letter Jubilee, 2013 e Bones, 2015), nonché da Monte Vista, nuovo lavoro in uscita il 28 Aprile prossimo. 

Il bel club nel comasco può vantare una acustica di alto livello, fattore determinante per la buona resa di un concerto nel quale le dinamiche e la ricerca sonora sono fondamentali. La band è chiaramente molto ben rodata, la sezione ritmica viaggia spedita, con il basso preciso e potente di David Supica e la batteria solida di Vincent Williams; questi, inseritosi di recente nella band, ha portato in dote un gusto per la percussione più tendente al groove, con qualche digressione nel gospel drumming mai invadente. La parte del leone la fanno comunque le chitarre del dotatissimo cantante Ben Ringel, ritmico indiavolato tra resofonica, acustica ed elettrica, e Dylan Fitch, bravissimo alla slide, nonché le tastiere di Nate Kremer, vera colonna portante del sound della band.

Spazio dunque al blues psichedelico di Sometimes I worry e Bones, ai groove irresistibili di Berlin, A bird called Angola e Heavy hammer, ed alle nuove California e Space Man; sul palco la band ha dato il massimo, portando a termine un'esibizione da ricordare a lungo. Unico rammarico la poca presenza di giovanissimi: un gruppo che si muove nel nutrito sottobosco delle college radio americane, capace di riempire di ragazzi scatenati i club del Nord Europa, nel nostro Paese raduna un pubblico di adulti appassionati, che si dimostrano molto più curiosi e attenti verso ciò che ogni giorno si affaccia sul mercato musicale rispetto ai giovani, i quali spesso paiono snobbare certe forme di divertimento, forse considerate non abbastanza social.

giovedì 9 marzo 2017

giovedì 2 marzo 2017

Chris Robinson Brotherhood - Betty Blends Vol.3: Self-Rising, Southern Blends

Ennesimo live album, in uscita il 5 Maggio prossimo su etichetta Silver Arrow, per l'ex-frontman dei Black Crowes, in compagnia della fidata fratellanza. Terzo volume delle Betty Blands, registrazioni carpite e mixate dalla leggendaria Betty Cantor-Jackson, storica archivista dei Grateful Dead, l'album sarà pubblicato in versione triplo LP o doppio CD e conterrà brani registrati nel corso degli show di Atlanta, Raleigh e Charleston del Novembre 2015. Gustosa anteprima la cover di The music's hot di Slim Harpo.



Tracklist:
. I Ain't Hiding
- Got Love
- Clear Blue Sky
- The Music's Hot
- Roan County Banjo
- I'm a Hog For You
- Oak Apple Day
- Get Out Of My Life Woman
- Honeysuckle Interlude
- Ride
- Tales Of Thunder Teeth
- Girl I Love You
- She Belongs To Me