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mercoledì 27 dicembre 2023

Video della Settimana: W.Haynes & Playing for Change - Soulshine

Chiudiamo bene l'anno con questa splendida versione di Soulshine che il buon Warren Haynes re-interpreta con alcuni musicisti del progetto Playing for Change. Enjoy!



martedì 29 gennaio 2019

Recensioni Brevi: Six Mile Grove, Júníus Meyvant

Six Mile Grove - Million Birds (Renas Kitchen)













Con soli sette album pubblicati in ventuno anni di carriera discografica, non si può certo affermare che il quintetto dal Minnesota sia il combo più prolifico del movimento Alt-Country; di sicuro possiamo considerarlo uno dei più apprezzabili per coerenza e continuità nella proposta. Roots-rock, Americana, chiamatela come volete, la musica dei Six Mile Grove è questo: un condensato apprezzabile di rock venato di country, con qualche sfumatura folk. Non aspettatevi dunque un viaggio nella sperimentazione sonora più estrema, ma gustatevi questo bell'album nel quale le chitarre la fanno da padrone, con solide armonie vocali, un gusto apprezzabile per le ballate e, cosa più importante, una manciata di canzoni oneste e ben scritte. Per chi rimpiange i bei tempi all'esordio del movimento No Depression o addirittura certi stilemi del Paisley Underground, questo è un lavoro capace di rinverdire i fasti dell'epoca, dando parecchie soddisfazioni. Un disco che chi scrive farebbe ascoltare a quelli che ciclicamente, con presuntuosa sicumera, danno il rock per morto e sepolto. (7,5/10)



Júníus Meyvant - Across The Borders (Record Records)

La piccola Islanda è da sempre una fucina di talenti inesauribile: non c'é paese nella vecchia Europa che possa vantare una presenza di artisti altrettanto alta in proporzione al numero di abitanti. Se da decenni ci siamo abituati a sentir parlare di Sigur Ròs, Björk e discendenti assortiti, un soul singer ancora mancava all'appello; ecco dunque Unnar Gìsli Sigurmundsson aka Júníus Meyvant andare ad occupare la posizione vacante con questo bell'album, secondo in carriera, che in alcuni momenti pare uscito dai vecchi studi Motown, per le atmosfere vintage ma soprattutto per l'uso di orchestrazioni che richiamano i grandi classici dell'etichetta del Michigan, sebbene adeguatamente inserite in un tessuto sonoro con ampi slanci verso la modernità, e sta tutta qui la forza del disco. Dopo un piccolo straniamento iniziale, la naturalezza con cui Meyvant interpreta i brani fa scorrere l'album in maniera fluida, e ci porta ad attendere ogni traccia con curiosità. Sulle alte, la voce del nostro deve qualcosa a Rod Stewart, per il timbro, quella pasta un po' sgranata e quel graffio, fin troppo riconoscibili, ma nel corso del disco possiamo apprezzarne le sfumature. C'è qualche momento un po' ridondante negli arrangiamenti di archi e ottoni ma per il resto il disco si fa ascoltare con piacere, una bella sorpresa. Brani migliori: Love Child, Let It Pass, Carry on with Me. (7/10)


martedì 2 maggio 2017

Recensioni Brevi: Robert Cray, Trombone Shorty

Robert Cray - Robert Cray & Hi Rhythm (Jay-Vee)













Robert Cray torna alle radici del proprio sound, scegliendo di registrare a Memphis il diciottesimo album di studio, in compagnia del batterista/produttore Steve Jordan, già dietro le quinte per Take Your Shoes Off (1999) e In My Soul (2014). Cray e Jordan non si sono limitati ad affittare i gloriosi Royal Studios del leggendario Willie Mitchell, sono anche riusciti a rimettere insieme gran parte della favolosa band presente negli storici album di Al Green, O.V.Wright, Ann Peebles e Otis Clay. I fratelli Charles (organo, piano) e Leroy Hodges (basso) ed il tastierista Archie Turner, assieme all'ospite di lusso Tony Joe White, sono dunque della partita e la loro presenza si fa sentire in termini di esperienza, groove e suono, permettendo al chitarrista della Georgia di portare a termine uno dei lavori più interessanti della propria quarantennale carriera. La tracklist prevede tre brani composti da Cray: il soulful sognante della greeniana The way we are, il blues trascinato di Just how low e la ballad a ritmo di beguine You had my heart, composizione con il classico marchio di fabbrica del nostro. Il resto è una bella sequela di cover: la leggera Aspen, Colorado e la tosta Don't steal my love, entrambe dal songbook di White,  The same love that made me laugh, sincopato brano firmato da Pick Whiters,  e due brani di Sir Mac Rice (l'autore di Mustang Sally): l'ostinata I don't care e la funkeggiante Honey bad. Forse qualcuno avrà di che lamentarsi per le troppe cover o per una formula che nel corso dei decenni ha subito pochissime modifiche, ma la vitalità e la coesione di questa raccolta di brani ci regalano un album godibile dalla prima all'ultima nota, e non è poco.(7,5/10)


Trombone Shorty - Parking Lot Symphony (Blue Note)













Troy Andrews, meglio conosciuto come Trombone Shorty, è uno degli esponenti di punta della attuale scena black americana, quella in perenne bilico tra tradizione e modernità, legata a svariati linguaggi musicali, spesso graditi anche ad un pubblico mainstream bianco. La commistione di stili, in un'epopea musicale funk/RnB che trasporta l'ascoltatore dalle atmosfere del jazz di New Orleans alle ambientazioni hip-hop, è la cifra stilistica di un autore tra i più dotati della propria generazione. Andrews ha dalla sua una eccellente preparazione musicale ma anche una grande esperienza acquisita collaborando con nomi del calibro di Dr.John, Eric Clapton, Lenny Kravitz e Jeff Beck, personaggi che hanno portato il suo stile ad aprirsi verso le influenze più disparate. Prova ne è questo interessante album, il primo per la storica etichetta Blue Note, nel quale Troy e i fidati Orleans Avenue danno libero sfogo al groove, rinnovando il New Orleans sound con brani come Laveau dirge no.1, Tripped out slim e Here come the girls, strizzando l'occhio all'hip-hop con le cariche Familiar e Dirty Water, e creando un cocktail di stili irresistibile in No good time, It ain't no use e Fanfare, punti più alti del lavoro. Un album stimolante e coinvolgente, che merita più di un ascolto. (7,5/10)

sabato 11 marzo 2017

The Memphis Sound - Nathaniel Rateliff & Paul Janeway

Fermatevi per tre minuti e mezzo e godetevi questo bel video, prodotto da Vevo, nel quale Nathaniel Rateliff e Paul Janeway (Saint Paul and the Broken Bones) spiegano quanto sia tuttora imprescindibile la musica prodotta a Memphis negli anni d'oro di Sun e Stax, etichette che hanno rivoluzionato lo spettacolo e i costumi, grazie ad artisti come Elvis Presley, Johnny Cash, Carl Perkins, Otis Redding, Sam & Dave e Booker T & the MG's.

domenica 7 settembre 2008

Eli “Paperboy” Reed & The True Loves - “Roll With You” (QDivision/Goodfellas)


Capita a volte di imbattersi, sfogliando i nostri sempre più "gossipari" quotidiani, in scoop che descrivono romanzescamente, alla stregua di grande scoperta archeologica, il ritrovamento di incisioni inedite in qualche sottoscala dimenticato o tra gli scatoloni ammuffiti nascosti in soffitte/cantine polverose di edifici un tempo occupati da case discografiche o studi di registrazione. Spesso il novello Indiana Jones è un’anziana signora che stava per buttare tutto in una discarica, oppure un tranquillo dipendente di un’impresa di sgomberi, con tanto di ciuffo a banana e basettoni, che letto il nome del re del rock’n’roll su un nastro impolverato, meditava di farci qualche dollaro rivendendolo su ebay.

Non avesse note di copertina questo disco potrebbe tranquillamente essere scambiato per una di quelle scoperte. Basta inserire il cd nel lettore per venire proiettati indietro di qualche decennio, all'epoca in cui la triade Atlantic, Motown e Stax monopolizzava il mercato della canzone di matrice afroamericana con musica intrisa di soul, rhythm'n'blues e rock primordiale, costruita su grooves potenti ed arrangiamenti sapidi e diretti. 

Questo Eli "Paperboy" Reed (all'anagrafe Eli Husock), 24enne cantante/chitarrista bianco dal Massachussets, accompagnato da una band di coetanei che pur senza nomi di rilievo risulta essere un combo notevole, esordisce con un album godibilissimo, bello dalla prima all'ultima nota, scritto, suonato e registrato nel rispetto di una storia che lo vede discendente diretto di Otis Redding, James Brown, Wilson Pickett e Marvin Gaye. Qualcuno ovviamente strabuzzerà gli occhi vedendo allineare un poker d'influenze simile, ma erano anni che non si sentiva una proposta su disco così fresca ed interessante. 

Onore al merito di questo ragazzotto innamorato di suoni ed atmosfere vintage che, rese nella giusta dimensione, evitano il sentore di "minestra riscaldata" che spesso affligge questo genere di musica. Tutti i pezzi sono originali, scritti da Eli, in un paio di occasioni coadiuvato dai fidi gregari, e di volta in volta ci portano alle sonorità tipiche dei mostri sacri citati qualche riga più su, mantenendosi personali e rispettosi di tanto mito. Registrazione analogica, strumentazione che più classica non si puo', nessuna concessione a mode o correnti, tanta voglia di fare musica, questo è ciò che traspare da questo disco, a partire dalla copertina, che si ispira a quelle dei vecchi 45 giri.

Già l'iniziale Stake Your Claim parte alla grande, con una ritmica stomp forsennata che fa da subito battere il piede, fiati in crescendo incalzante e la voce (che a tratti riporta alla mente il giovane Bobby Bland) ad alternare vocalizzi soft e graffi tirati, tanto per farci capire da subito che il ragazzo non scherza affatto. 
Am I Wasting My Time, up-tempo raffinato, ci riporta a Redding e Pickett, con la chitarra pizzicata, i fiati a far da bordone sotto la voce e un bridge che più soul di così non si puo'. Si resta in quest'ambito anche con la successiva It's Easier, che parte dettata dai fiati per smorzarsi su una melodia che supporta in maniera leggera la voce, grande protagonista.

The Satisfier parte sincopata, con l'urlo di Eli che sembra voler dire:"che ne dite di un po' di James Brown?". Gran lavoro di ritmica e fiati, coretti femminili e chitarre ficcanti. Il disco aumenta d’intensità di canzone in canzone ed è la volta di uno dei pezzi forti: Take My Love With You ha un intro urlata con tutta l'anima, poi la batteria stacca uno shuffle alla Fats Domino contrappuntato dai fiati, che ci porta dritti al ritornello, uno di quelli che una volta entrati in mente non ce li togli più. Pezzo che se qualche radio illuminata tramettesse, farebbe probabilmente vendere al Nostro qualche migliaio di dischetti anche in Italia.

Il contrabbasso apre la successiva I'll Roll With You, che dà il titolo all'album. Pezzo semplice e lineare che forse porta un po' troppo alla mente What A Wonderful World di Sam Cooke.
She Walks è una ballad soulful giocata su un arpeggio liquido, in questo brano la voce ha un che di Jaggeriano…finale che cresce grazie a stacchi e fiati in bella evidenza.
I'm Gonna Getcha Back aumenta di nuovo il ritmo, con l'intro parlata su una base incalzante a sfociare in una ritmica possente e nell'ennesimo ritornello "catchy". Tre minuti strepitosi.

Won't Give Up Without A Fight ha dinamiche più danzerecce (da intendersi in senso vintage, ovviamente), meno incisiva delle precedenti è solo il preludio al gran finale dell'album.
(Am I Just) Fooling Myself, ballata soul fino al midollo, con la chitarra ad arpeggiare e i fiati a sorreggere l'anima di Eli che vibra nella melodia della voce, cantando pene d'amore come si faceva una volta.Crescendo epico per questo brano, il più lungo della raccolta. 

(Doin' The) Boom Boom parte in maniera ironica, accendendosi con una ritmica devastante, James Brown dall'alto sorride e tutta la band si lascia andare. Altro pezzo strepitoso, l'avesse scritta nei '60 forse l'avremmo sentita coverizzata dai Blues Brothers di John Belushi e Dan Aykroyd.
Insomma, un album che non avrà pretese di originalità, ma rispettoso del genere e tutt'altro che noioso. Se la stucchevolezza del soul moderno vi ha stufato, questo piccolo disco si rivelerà un toccasana. Consigliatissimo.