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lunedì 1 gennaio 2024

Playlist Gennaio 2024

Ecco la Playlist di Gennaio. Link diretto

Buon 2024!

 


mercoledì 27 dicembre 2023

Video della Settimana: W.Haynes & Playing for Change - Soulshine

Chiudiamo bene l'anno con questa splendida versione di Soulshine che il buon Warren Haynes re-interpreta con alcuni musicisti del progetto Playing for Change. Enjoy!



martedì 26 dicembre 2023

The Felice Brothers - Asylum on the Hill (Self)


di Chris Airoldi

La fine del 2023 è stata decisamente prodiga di buona musica: ci ha regalato il grande ritorno di alcuni nomi illustri, diverse solide conferme e qualche stuzzicante nome nuovo che sarà il caso di tenere d'occhio nel prossimo futuro. In piena zona Cesarini è saltato fuori a sorpresa questo 'Asylum on the Hill', pubblicato il 15 Dicembre nel solo formato liquido, scaricabile dalla pagina Bandcamp dei Felice Brothers, un disco che arriva a due anni di distanza dall'ottimo 'From Dreams to Dust' (Yep Roc 2021), da molti considerato tra i migliori lavori della band da Catskills, NY. 

Registrato come il precedente nella vecchia chiesa di Harlemville che i fratelli hanno trasformato in studio, vede alla consolle e alla co-produzione il fido Nate Wood, sempre più a proprio agio coi suoni minimali e intensi, spesso flebili, della band di Ian e James Felice. Solo dieci giorni di lavoro, per 12 brani decisamente belli, dai quali traspare una stramba atmosfera di rilassatezza, probabilmente frutto della totale mancanza di pressioni discografiche o produttive. Ma attenzione: non si tratta di un disco leggero e spensierato, bensì di un lavoro ispirato e concreto, estremamente maturo, che allinea una prodigiosa serie di racconti in musica, con qualche momento lieve ma in prevalenza temi molto profondi e affascinanti. 

Ian Felice lo ha definito: "un disco sul fare musica perché amiamo farla; (un disco) che parla di gerani rossi che diventano mostruosamente grandi e potenti, di varie deformità del cuore e della mente, e del ritorno inaspettato di un musicista di strada, morto da tempo e dimenticato". Un miscuglio dunque interessante e peculiare, tutto da assaporare, che già dopo pochi ascolti riesce a farci ammettere di aver chiuso forse troppo presto la lista dei migliori dischi dell'anno: 'Asylum on the Hill' vi si colloca senza dubbio a pieno titolo, e siamo certi non saremo i soli a rimettere mano alle nostre classifiche per una irrinunciabile variante in corso d'opera. 

L'intensa ballad iniziale Candy Gallows è tanto profonda nel testo quanto riuscita nell'arrangiamento; semplice per approccio ma carica in fase strutturale, con le voci (un amico direbbe: "hanno portato i Beach Boys in chiesa") usate alla perfezione per sostenere l'andamento generale e sottolineare un crescendo centrale/finale molto emozionante. Un'apertura di lavoro intrigante, che fa da apripista all'apparente frivolezza musicale di una ritmica Strawberry Blonde, la quale volutamente richiama melodie pop pre-masticate per infilarsi agilmente sottopelle e rilasciare il carico pesante di un testo assolutamente amaro. L'illusoria leggerezza resta solamente nella banale dichiarazione contenuta nel ritornello ("Strawberry Blonde, I love you"), ma tutto il resto delle liriche ci parla di un amore deluso, disperato e bistrattato, mentre un piano beffardo e le voci in qualche modo se la ridacchiano in sottofondo.

Abundance è una gemma oscura che apre come una soul ballad d'altri tempi, con il basso a dettare il ritmo, per poi sputare fuori un ritornello corale, sgangherato ma potente, che dà ancora più forza ad un testo sulla solitudine e il disincanto. Fisarmonica e piano allestiscono una struttura musicale solida, sulla quale prospera una coralità forte e incisiva, quasi broadwayana, per un brano strepitoso. Teeth in the Tabloids è invece una piano ballad che assieme alla successiva Macrame ci porta alla mente i territori cari a The Band o ai migliori Jayhawks, ma in un'ottica dimessa. Le voci a duettare, il piano in contrappunto, la batteria quadrata, per un tuffo in piena atmosfera No Depression, Roots Rock o Americana, chiamatela come diavolo vi pare. 

C'é spazio anche per qualche momento più scanzonato, con la movimentata Green Automobile e la sincopata When Susie Was a Skeleton; la prima è introdotta da un piano verticale con un suono da saloon che trova la complicità nella gestione del ritmo in una cowbell, mentre la seconda è una sorta di filastrocca divertita con un testo molto acuto. Entrambe, pur avendo una natura acustica, mostrano uno spirito vicino a quello di certa new wave anglo-americana degli '80-90. I bei cori fanno la differenza e rendono questi brani godibili, qualcosa di più di semplici riempitivi, utili a far sì che il disco diventi decisamente più eterogeneo, pur senza abbassarne la tensione generale. 

Spring Gazing è un breve intermezzo con una voce di bimbo a recitare un estratto dal testo della poetessa cinese Xue Tao su una base di armonici di chitarra, invero un po' inquietante, ma perfetto per introdurre l'evocativa Long Dead Street Musician, ennesima ballad del disco, con un peculiare ritmo marziale che esalta un retrogusto di folk britannico che si esplicita soprattutto nel ritornello corale, uno dei momenti migliori di tutto il disco. Si torna in territori più rock con l'upbeat di Birds of the Wild West, brano con ancora la fisarmonica a farla da padrona. Un bel testo, le acustiche a macinare chilometri, la ritmica a far battere il piedino e le solite belle voci; ci sono tutti gli ingredienti per un brano che dal vivo si farà certamente apprezzare. 

La title-track ci trasporta inaspettatamente nella fredda atmosfera della Seconda Guerra Mondiale. È un brano splendido, inutile girarci attorno; qualcuno probabilmente dirà fin troppo Dylaniano, ok, ma avercene di brani così. Testo bellissimo, arrangiamento perfetto, è puro oro liquido. E se ancora non bastasse c'é la conclusiva What Will You Do Now, una commovente composizione per piano, voce e poco altro, anch'essa a livelli sublimi; la cantasse Tom Waits, tanto per dire, si urlerebbe al capolavoro. Da sole queste ultime due composizioni valgono il costo dell'album, fidatevi.

Disco dell'anno? Chi l'avrebbe detto? (8,5/10)

The Felice Brothers su Bandcamp
The Felice Brothers

venerdì 26 novembre 2021

Ben Chasny - The Intimate Landscape (Drag City)


di Luca Salmini

Secondo una voce autorevole, in quanto a chitarre e a solisti dello strumento quale senza dubbio è Buck Curran, che tra l'altro conosce bene il personaggio, Ben Chasny sarebbe “...uno dei cantautori e dei chitarristi più peculiari d'America...” e basta ascoltare il nuovo album 'The Intimate Landscape' o uno qualsiasi dei dischi del suo progetto di lungo corso Six Organs Of Admittance, per intuire cosa possa ispirare tali complimenti, come abbia guadagnato la stima e l'ammirazione di amici e colleghi e perfino un contratto che lo lega ormai da anni a una prestigiosa etichetta indipendente come la Drag City. 

Nato in seguito a un'insolita proposta della storica etichetta britannica KPM Music, finora specializzata in sonorizzazioni di materiale cinematografico e televisivo, 'The Intimate Landscape' è un disco esclusivamente strumentale e per sola chitarra, un lavoro in cui Ben Chasny lascia da parte le interferenze rumorose e le derive elettriche e psichedeliche dei Six Organs Of Admittance per suonare poetiche e pastorali melodie acustiche sospese tra bucoliche atmosfere folk e una vaga aura new age. 

In linea di massima si direbbe che 'The Intimate Landscape' riesca a evocare l'incanto dell'opera di eccelsi solisti come John Fahey, Leo Kottke, Jack Rose o William Tyler (solo per citarne alcuni), ma ancora una volta sono forse le percezioni e le parole espresse da un artista sulla stessa lunghezza d'onda come Buck Curran a rendere meglio l'idea: “...Attraverso tutto l'album la musica è pervasa da un feeling gioioso diverso dalla maggior parte dei lavori dal carattere mistico e umorale del passato. In questa collezione di strumentali il suo fingerpicking è pacificato e le sue cascate di note tanto meravigliose da farmi venire in mente le immagini di un fiume e delle sue rapide...le cui acque paiono talmente scintillanti da sembrare diamanti che rifrangono la luce del sole...”. 

In effetti, che evochino scene d'acqua, terra o cielo a seconda dello stato d'animo di chi ascolta, le musiche di Ben Chasny sono altamente scenografiche e sebbene il titolo sottintenda un carattere introspettivo e meditativo, non è difficile immaginare la meraviglia degli sconfinati paesaggi naturali della wilderness americana, abbandonandosi all'echeggiare di basici folk come la splendida The Many Faces Of Stone o la bucolica Waterfall Path, all'aura ambientale di Six Diamonds, dove affiorano un'alito di sintetizzatori e i lievi contrappunti di un piano elettrico, al sentire blues di una sinistra Water Dragon, alle suggestioni psichedeliche di Star Cascade, alla malinconia autunnale di una meravigliosa Where Have All The Summers Gone o al ricercato fingerpicking di Circular Road. Un sognatore e un visionario, Ben Chasny si conferma compositore ispirato e fantasioso anche in solitaria e 'The Intimate Landscape' è un disco affascinate e poetico che susciterà entusiasmo e empatia non solo tra competenti addetti ai lavori come Buck Curran. (8/10)



domenica 7 novembre 2021

Courtney Hartman - Glade (Reckoner Reckords)


di Chris Airoldi

Cantautrice originaria del Colorado alla seconda prova discografica, Courtney Hartman rilascia un lavoro molto interessante, nel quale la vena folk trova terreno fertile, grazie ad una penna ispirata e ad un notevole lavoro sugli arrangiamenti, con prevalenza di colori tenui e piccole sfumature che danno ai brani strutture all'apparenza fragili e minimali, in realtà estremamente solide, senza mai forzare sulle dinamiche.

Il risultato è un album liquido, autunnale, che alterna momenti dolenti a contrappunti dal sapore delicato, affascinandoci con le note degli strumenti a corda ma soprattutto con la voce eterea di Hartman, che ha nel sussurro effluvi agro-dolci ed anche nei momenti più drammatici riesce a permearsi di un morbido sentore di rinascita, portando i brani verso orizzonti luminosi.

Bright at My Back apre il disco trasportandoci dentro un'atmosfera da alba livida, grazie ad un arpeggio dal tempo incerto ed alla voce in bilico tra suoni naturali e filtri, mentre gli archi crescono come foschia, attorno a un paesaggio apparentemente desolato ma pregno di sostanza che porta verso un finale più carico, con un tema ripetuto che diventa una sorta di mantra.

Moontalk lascia invece alle spalle la foschia, per addentrarsi in territori tersi e ritmati, con chitarra e basso a gestire la situazione in compagnia di piccoli contrappunti percussivi e sonori. La voce di Hartman brilla, specie quando doppiata, sia in unisono sia in controcanto. Wandering è invece un brano che si riallaccia alla tradizione folk dei grandi cantautori, con un picking molto riconoscibile, belle melodie e una leggerezza rassicurante. C'é anche un retrogusto europeo nel mood generale del brano.

Home Remedy si apre con una bella chitarra soffusa, sulla quale la voce si innesta lirica e fluida, è uno di quei pezzi in grado di trasportare l'ascoltatore in un'altra dimensione, grazie alla quasi impalpabile presenza di violino e steel guitar. Marrow torna ritmata, c'è anche una batteria a portare il tempo, sebbene si tratti di piccoli interventi che si intersecano ai volteggi degli archi e delle chitarre nel tema. Groove e sperimentazione, un brano decisamente interessante.

Ci si rituffa immediatamente in atmosfere rarefatte con When I Wake, pezzo caratterizzato da un incedere iniziale epico che dopo poche battute svanisce, lasciando voce e chitarra a sviluppare trame folk con semplicità formale ma grande intensità nell'interpretazione e negli arrangiamenti che riportano all'incedere iniziale, addolcendolo in un finale sospeso. Hideaway parte proprio da questa sospensione, modellandosi su una bella melodia del cantato; è un brano senza guizzi particolari, ma con un finale molto lirico, ben inserito nel contesto dell'album.

Have We Landed parte da lontano, anche nel suono riverberato della chitarra, che tratteggia un arpeggio cadenzato che diventa una sorta di loop acustico sul quale voce e basso si muovono fluidamente; gran brano che dopo qualche ascolto si gusta appieno, non c'é proprio nulla fuori posto.

Turning sembra inizialmente un demo, con la chitarra quasi accennata e un ambiente sonoro che si discosta dal resto del lavoro. Ha il pathos del folk nord-europeo e chiude l'album degnamente. Courtney Hartman è chiaramente molto lontana da qualunque tentazione mainstream, ma una musica così pregna, in grado di toccare le corde dell'ascoltatore nel profondo, meriterebbe l'attenzione del grande pubblico. (8,5/10) 


Courtney Hartman - Facebook




mercoledì 27 ottobre 2021

Raindance Kid - Chimeras EP (Timezone Records)


di Luca Salmini

Quando qualche anno fa usciva il loro esordio Swayer, i tedeschi Raindance Kid sembrarono subito i più credibili e ispirati cantori delle visioni e dell'immaginario di quel Sud Segreto e di quell'America selvaggia e malata che i Sixteen Horsepower raccontarono così bene in una manciata di album usciti tra la fine degli anni '90 e il principio del nuovo secolo.

Suscita più o meno le stesse impressioni il nuovo EP Chimeras, che espande le percezioni di quel primo lavoro in cui folclorici schiocchi d'ossa della tradizione e urgenti schitarrate rock si intrecciavano per dar vita a un suono potente e scenografico che evocava le atmosfere dei romanzi di Cormac McCarthy e Larry McMurtry o le sequenze di tante pellicole western di seconda categoria.

Più che un seguito, Chimeras EP potrebbe essere considerato come un'appendice di Swayer o piuttosto un'anticipazione di quanto i Raindance Kid faranno in futuro, perché se l'aura apocalittica di un deviato roots rock come Ride On e di uno spiritato bluegrass come Nemesis pare riprendere il discorso dal punto esatto in cui si era interrotto il debutto, l'arioso folk di Lay Me Doon fa venire in mente l'echeggiare di un qualche canto marinaresco dell'antica Scozia, la romantica titletrack fluttua tra pianoforte e violini come una ballata dell'era vittoriana, Down The Line è invece una polca che riesce ad azzerare le distanze tra l'Europa dell'Est e gli Appalachi e infine l'acustica e arida Waltz suona polverosa e profonda quanto una canzone di John Prine.

Sebbene la loro musica rimanga di straordinaria intensità e le loro fantasie da selvaggio west altrettanto potenti e immaginifiche, per certi versi i Raindance Kid di Chimeras EP suonano più pastorali e folk, come se le inquietudini dell'adolescenza fossero sul punto di raggiungere la consapevolezza della maturità. Sarà senza dubbio interessante seguire quanto faranno da questo momento in avanti. (8/10)


venerdì 31 luglio 2020

Cory Wong - Trail Songs: Dusk (Roundwound Media)


di Chris Airoldi

Straordinario chitarrista con una bella serie di collaborazioni eccellenti a curriculum, noto ai più principalmente per il lavoro svolto sul palco di Vulfpeck e Fearless Flyers, Cory Wong abbandona momentaneamente la vena funk e sincopata che lo ha reso celebre, per addentrarsi in un progetto che lo vedrà pubblicare a distanza di poche settimane uno dall'altro due brevi album, per certi versi speculari -il secondo si intitola infatti 'Trail Songs: Dawn'-, coi quali si propone di allineare tutte le sfaccettature del proprio linguaggio sonoro, evidentemente non solo caratterizzato dai virtuosismi sulla Stratocaster, ma in questo caso epigono di un folk acustico con velleità orchestrali, decisamente interessante, lontano anni luce da ciò a cui il suo nome viene generalmente associato.

'Dusk' è dunque un album nel quale regnano le atmosfere acustiche strumentali, dettate da una chitarra pizzicata, accarezzata con intima delicatezza e circondata da archi pastorali e languidi, forse in alcuni casi un po' manieristici, ma resi gradevoli da una sorta di innocenza di fondo, che aggiunge sincerità ad un progetto di certo non nato per cercare i favori delle classifiche. Ne è esempio lampante il brano di apertura, Tomorrow and Forever, piccolo affresco costruito a partire da un picking quasi incerto, sul quale viole e violini tracciano evoluzioni ora a rinforzo, ora verso traiettorie deviate, con un crescendo centrale che mette in mostra oltre alle ottime doti di chitarrista acustico di Wong anche quelle di arrangiatore, che non si limita solo ad imbastire un'orchestrazione drammatica per il pezzo.

In First Time I Saw the Milky Way, Wong crea un'introduzione mantrica, con chitarra circolare, piano sussurrato e piccoli solismi di requinto, che dopo un breve stop trasfigurano in un brano dal ritmo sostenuto, con andamento sincopato, non originalissimo ma molto godibile. La seguente One Man's Treasure è una composizione breve, costruita su un bell'arpeggio di chitarra, con gli archi che battuta dopo battuta crescono di importanza, e la voce di Phoebe Katis a moltiplicarsi in un variopinto tessuto corale che dona al brano un denso inprinting mistico.

The Life Cicle of a Butterfly è caratterizzata da un'atmosfera iniziale decisamente più malinconica rispetto a quella dei brani che l'hanno preceduta. Le poche note di piano si sovrappongono agli archi nella descrizione sonora della vita di una farfalla, per un brano che riporta a certe atmosfere di un gigante della chitarra acustica come Bert Jansch, ma che resta in bilico tra lirismo e manierismo. La successiva Aurora è invece più meditativa, giocata sui fraseggi e ben sostenuta dalla sezione archi, con violino e viola a prendersi piccoli spazi solistici apprezzabili. Anche in questo caso si percepiscono sapori che riportano al folk acustico degli anni '70, soprattutto nel botta e risposta centrale tra chitarra e archi.

Trail End conclude il viaggio all'apparire delle prime luci dell'alba, con le delicate evoluzioni delle corde e un ampio respiro nel generale andamento tenue; uno sguardo di speranza per un disco concepito in pieno lockdown, che ovviamente riflette le atmosfere del periodo in cui è stato composto. Discorso a parte merita la rilettura della immortale Blackbird di Lennon/McCartney, brano ovviamente rischioso: Wong lo porta a casa discretamente, non allontanandosi dalle atmosfere beatlesiane originali, ma presentandolo con innocenza ed onestà, aggiungendo solo una dose di ritmo che non intacca lo spirito del brano. Forse inserire un'altra composizione originale sarebbe stata una scelta più azzeccata, ma in fin dei conti è un omaggio che non sfigura in questo lavoro pulito e gradevole, che ci mostra un lato di Wong che speriamo non resti confinato in un espisodio isolato. (7/10)

Molto interessante il video di presentazione dell'album, pubblicato in diretta lo scorso 11 Luglio da Wong sul proprio canale YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=3p0Tfsanp60 


martedì 29 gennaio 2019

Recensioni Brevi: Six Mile Grove, Júníus Meyvant

Six Mile Grove - Million Birds (Renas Kitchen)













Con soli sette album pubblicati in ventuno anni di carriera discografica, non si può certo affermare che il quintetto dal Minnesota sia il combo più prolifico del movimento Alt-Country; di sicuro possiamo considerarlo uno dei più apprezzabili per coerenza e continuità nella proposta. Roots-rock, Americana, chiamatela come volete, la musica dei Six Mile Grove è questo: un condensato apprezzabile di rock venato di country, con qualche sfumatura folk. Non aspettatevi dunque un viaggio nella sperimentazione sonora più estrema, ma gustatevi questo bell'album nel quale le chitarre la fanno da padrone, con solide armonie vocali, un gusto apprezzabile per le ballate e, cosa più importante, una manciata di canzoni oneste e ben scritte. Per chi rimpiange i bei tempi all'esordio del movimento No Depression o addirittura certi stilemi del Paisley Underground, questo è un lavoro capace di rinverdire i fasti dell'epoca, dando parecchie soddisfazioni. Un disco che chi scrive farebbe ascoltare a quelli che ciclicamente, con presuntuosa sicumera, danno il rock per morto e sepolto. (7,5/10)



Júníus Meyvant - Across The Borders (Record Records)

La piccola Islanda è da sempre una fucina di talenti inesauribile: non c'é paese nella vecchia Europa che possa vantare una presenza di artisti altrettanto alta in proporzione al numero di abitanti. Se da decenni ci siamo abituati a sentir parlare di Sigur Ròs, Björk e discendenti assortiti, un soul singer ancora mancava all'appello; ecco dunque Unnar Gìsli Sigurmundsson aka Júníus Meyvant andare ad occupare la posizione vacante con questo bell'album, secondo in carriera, che in alcuni momenti pare uscito dai vecchi studi Motown, per le atmosfere vintage ma soprattutto per l'uso di orchestrazioni che richiamano i grandi classici dell'etichetta del Michigan, sebbene adeguatamente inserite in un tessuto sonoro con ampi slanci verso la modernità, e sta tutta qui la forza del disco. Dopo un piccolo straniamento iniziale, la naturalezza con cui Meyvant interpreta i brani fa scorrere l'album in maniera fluida, e ci porta ad attendere ogni traccia con curiosità. Sulle alte, la voce del nostro deve qualcosa a Rod Stewart, per il timbro, quella pasta un po' sgranata e quel graffio, fin troppo riconoscibili, ma nel corso del disco possiamo apprezzarne le sfumature. C'è qualche momento un po' ridondante negli arrangiamenti di archi e ottoni ma per il resto il disco si fa ascoltare con piacere, una bella sorpresa. Brani migliori: Love Child, Let It Pass, Carry on with Me. (7/10)


venerdì 25 gennaio 2019

Recensioni Brevi: Tiffany Williams, William Tyler

Tiffany Williams - When You Go (Self-Released)













Cantautrice dal Kentucky all'esordio discografico, Tiffany Williams si inserisce in quella corrente del neo-folk americano con radici negli Appalachi, tra bluegrass e country primordiale, che in questi ultimi anni ha espresso una serie di interessanti talenti al femminile, la cui punta di diamante al momento è sicuramente il trio I'm With Her. Williams si affaccia sulla scena musicale con questo EP di 5 brani, onesto e gradevole, nel quale le soffici atmosfere acustiche di chitarra, banjo, violino e contrabbasso fanno da contorno ad una bella voce in grado di rendere giustizia a testi dalla ricca poetica, ora introspettivi, ora più narrativi (Williams porta avanti parallelamente alla musica l'attività di scrittrice). Nella vocalità sicura e pregevole di Tiffany c'é tutta la grande tradizione americana, la capacità di interpretare con gusto belle melodie con alle spalle un impianto minimale, senza dover ricorrere ad arrangiamenti ricercati o svolazzi stilistici, nella tranquillità naif del folk delle radici, ben rappresentata in copertina. I cinque pezzi si fanno ascoltare con gran piacere e sono un buon viatico per un futuro full-lenght. Composizioni migliori: la drammatica Big Enough to Be a Mountain, l'epica The Waiting e la riflessiva When I'm Gone. (7,5/10)



William Tyler - Goes West (Merge)

Quarto album per lo straordinario chitarrista da Nashville, noto ai più per la militanza in band seminali della scena alternative come Lambchop e Silver Jews; con 'Goes West' Tyler prosegue sulla strada tracciata dai lavori precedenti, album strumentali le cui composizioni costituivano una sorta di viaggio sonoro tra grandi spazi e suggestioni oniriche. Per questo bel disco, prodotto dall'esperto Tucker Martine, Tyler ha scelto di utilizzare esclusivamente la chitarra acustica, avvalendosi però della collaborazione di due chitarristi ospiti di lusso: Bill Frisell e Meg Duffy (la quale è in procinto di pubblicare un interessante secondo lavoro per il progetto Hand Habits, a breve su queste pagine), oltre al bassista/produttore Brad Cook, al tastierista James Wallace e al batterista Griffin Goldsmith. Il risultato è un album riuscito, ovviamente non adatto a tutti i palati, sono 10 brani strumentali con le corde in grande spolvero, ma per gli appassionati delle atmosfere chitarristiche elaborate e suggestive il piatto è decisamente ricco. La buona penna di Williams e l'ottimo lavoro di arrangiamento e produzione contribuiscono ad allineare una tracklist varia e scorrevole, senza cadute di tono o sensazione di ripetitività. Our Lady of the Desert, Call Me When I'm Breathing Again, Rebecca e Man in a Hurry mettono insieme belle melodie, affascinanti sfumature, classe e gusto indiscussi. Un disco che per una manciata di minuti ci può aiutare a staccare dalla (spesso triste) realtà. (7,5/10)

venerdì 18 gennaio 2019

Steve Gunn - The Unseen in Between (Matador)


di Chris Airoldi

Cantautore e chitarrista dalla Pennsylvania con alle spalle una lunga militanza nei Violators di Kurt Vile, Steve Gunn arriva al quarto full-lenght da solista, a tre anni dall'ottimo 'Eyes on the Lines', debutto su Matador la cui promozione a pochi giorni dall'uscita fu funestata dalla notizia della morte del padre di Steve. Questo 'The Unseen in Between' muove i propri passi proprio da quell'evento, ma senza volerne essere cronaca o tragico compendio, tanto da suonare come un tenero tributo, soprattutto nella dolce malinconia di alcuni testi e nell'approccio spesso tenue e per nulla negativo.

Gunn è un autore molto ispirato e per questo disco sceglie di farsi produrre dall'amico James Elkington, cantautore e chitarrista altrettanto ispirato, del quale abbiamo già parlato in più di un'occasione (consigliato l'ascolto dell'ottimo 'Wintres Woma' del 2017). Elkington pennella i suoni attorno alla chitarra, e non poteva essere altrimenti, mettendo in gran luce le suggestioni europee e meticce insite nella musica di Gunn, dando al disco una connotazione lontana dall'Americana e dallo svagato lo-fi dei lavori con Vile. Merito di Elkington ma anche di Tony Garnier, l'altro ospite illustre del disco, sodale di Bob Dylan ma soprattutto bassista straordinario che arricchisce con il proprio contrabbasso il parco suoni dell'album.

Album che si apre con New Moon, ballad tremolante ben sostenuta da una batteria sincopata e dal contrabbasso, con un inciso che porta con sè i sapori dell'oriente, una armonica che modula in sottofondo e la bella voce di Gunn che pare sempre messa lì un po' in bilico, a reggere la parte principale fino al bel solo finale di chitarra. Vagabond è più sostenuta, si basa su un bell'arpeggio che in qualche modo ci riporta alle atmosfere down under dei Midnight Oil di Golden Age. Il pezzo è decisamente orecchiabile e gradevole; belle le chitarre, così come l'uso delle voci (con l'ospite Meg Baird) e l'arrangiamento, pieno ma non invadente. Chance non è da meno, siamo sempre immersi in scenari chitarristici, con la voce che resta indietro quasi a volersi inserire nel pieno strumentale, dopo due ascolti è un brano che convince.

Il brano cardine del disco è però Stonehurst Cowboy, splendida elegia per acustica e contrabbasso, che ci riporta al folk inglese degli anni '70, con reminescenze di Bert Jansch e dell'amato John Fahey. Garnier affila gli artigli e il brano si gusta dalla prima all'ultima nota. Luciano prosegue ad alto livello, con un bel lavoro di arrangiamento, tra reverberi e contrappunti e le voci a costruire trame notevoli; va ascoltata più volte, per godere appieno del lavoro delle chitarre, soprattutto nel catartico finale. Il suono meticcio torna prepotentemente nella successiva New Familiar, lunga galoppata dal retrogusto psichedelico, forse meno incisiva di ciò che l'ha preceduta, soprattutto per l'arrangiamento un po' caotico. Meglio la seguente Lightning Fields, con le tante chitarre ad inseguirsi tra arpeggi e soli.

L'album si chiude con le atmosfere desertiche folkie e il bel picking di Morning is Mended, brano che pare arrivare da un'altra epoca, seppur fresco e godibile, tra voci doppiate, bordoni di contrabbasso e un sentore di Nick Drake tutt'altro che spiacevole, e con l'up-tempo di Paranoid, ballad pianistica che per suoni e soluzioni stilistiche starebbe bene in un album di Father John Misty. Gunn ci regala un buon lavoro, con poche ombre e molte luci, nel quale come detto non troviamo gli stilemi Americana consueti, ma molto gusto e grande capacità di mettere in risalto gli elementi cardine del proprio stile; un lavoro che, come spesso diciamo, merita più di un ascolto. (7,5/10)

giovedì 17 gennaio 2019

Willard Grant Conspiracy - Untethered (Loose Music)



di Luca Salmini

C'è una grande tristezza nella consapevolezza che per ovvi motivi, non ci saranno altri dischi dei Willard Grant Conspiracy dopo 'Untethered' e se da un lato non è possibile non tenerne conto, dall'altro va sottolineato che non si tratta del classico raschio del barile che caratterizza buona parte delle pubblicazioni postume. Robert Fisher se n'è andato il 12 febbraio del 2017 senza tanto rumore e con poche lacrime ed 'Unthetered' è il meritato omaggio alla sua memoria: un disco a cui l'artista stava già lavorando quando ha scoperto la malattia e che il violinista David Michael Curry, il più stretto collaboratore negli ultimi tempi, ha portato a termine dopo la sua triste scomparsa. 

E' inevitabile pensare allo spirito con cui Fisher ha composto queste canzoni e facile ricollegarlo all'infinita tristezza e al sospiro di dolore che pervadono canzoni come Chasing Rabbits e come la commovente Love You Apart, se non all'urlo di rabbia di Hideous Beast capace perfino di evocare il ruvido post punk dei Birthday Party. Il feeling che si respira nelle canzoni di 'Untethered' è quello degli ultimi volumi degli American Recordings di Johnny Cash e il senso di tragedia quello che avvolge le ballate di Nick Cave, due artisti che sono sempre sembrati qualcosa in più di una semplice influenza per la musica dei Willard Grant Conspiracy, formazione emersa negli anni '90 sull'onda dell'alternative country e sopravvissuta al declino del genere proprio in virtù di una forma canzone e di una sintassi musicale molto personali. 

Ad eccezione della rauca e già citata scheggia di elettricità di Hideous Beast, 'Untethered' è uno dei lavori più quieti e musicalmente parchi della storia dei Willard Grant Conspiracy: qui e là balenano i lampi di una chitarra elettrica, i colpi di un tamburo o le cadenze di un pianoforte, ma per lo più bastano la voce sempre intensissima ma a tratti inevitabilmente più fragile di Robert Fisher, la sua chitarra acustica e il violino di Curry per celebrare questo amaro e profondo preludio alla dipartita. Sono ballate lente, poetiche e pensose, sospese tra le tradizioni degli Appalachi e la solitudine della canzone d'autore, quelle che compongono 'Untethered': episodi toccanti e bellissimi come la titletrack, la ritmata Do Not Harm, la scenografica Let The Storm Be Your Pilot, l'elegiaca I Could Not, la dolcissima Saturday With Jane o l'epitaffio strumentale di Trail's End. Non c'è alternativa alla perdita di Robert Fisher e non c'è futuro per i Willard Grant Conspiracy, ma almeno 'Untethered' li consegna alla storia come quella grande band che sono sempre stati. (8/10)

domenica 30 dicembre 2018

Recensioni Brevi: Peter Broderick & Friends, Emma Ruth Rundle

Peter Broderick & Friends - Play Arthur Russell (Pretty Purgatory)










 


di Chris Airoldi 

Attivissimo polistrumentista e autore statunitense, ormai stabilmente trapiantato in Irlanda, il 31enne Peter Broderick è uno dei talenti più interessanti apparsi negli ultimi tempi sulla scena musicale. Appassionato sperimentatore di suoni e atmosfere, ha percorso le strade della musica in tutte le direzioni, da solo o in compagnia di nomi del calibro di Nils Frahm, M.Ward, David Allred e Laura Gibson. Titolare di una già nutrita discografia, a pochi mesi dall'ottimo 'All Together Again' (Erased Tapes), ritorna sugli scaffali dei negozi con questo tributo ad un musicista al quale è stato spesso accostato: lo sfortunato Arthur Russell, poliedrico cantautore/violoncellista dall'Iowa, scomparso a soli 40 anni nel 1992. Circondato da una bella schiera di amici tra i quali spiccano i nomi di Peter McLaughlin, Brigid Mae Power e il già citato Allred, Broderick mette mano a dieci composizioni di Russell, registrando un tributo decisamente interessante, nel quale spiccano le atmosfere minimali di Words of Love e Losing My Taste for the Nightlife, i ritmi lievi di Come to Life e A Little Lost e l'estasi finale della drammatica You Are My Love. Un disco che conferma la bravura di Broderick, anche in veste di arrangiatore e interprete di brani altrui, ma soprattutto invita alla riscoperta del lavoro di un talento che rischiava ingiustamente di finire nel dimenticatoio. (7,5/10)



Emma Ruth Rundle - On Dark Horses (Sargent House Records)
di Luca Salmini

Lo sprofondo in quelle che lo scrittore John Steinbeck chiamerebbe le “...buie e desolate grotte della mente...”: è questa l'impressione che suscita l'ascolto di 'On Dark Horses', quarto album di Emma Ruth Rundle, giovane cantautrice di Louisville, Kentucky, che si muove tra la poesia gotica di Marissa Nadler e il doom folk di Chelsea Wolfe, a grandi linee punti di riferimento del suono oscuro e grave di On Dark Horses; un lavoro sospeso tra le plumbee frustate elettriche delle chitarre e l'impatto lirico di un canto che trasuda tormento e inquietudine come se canzoni struggenti e dall'aria maledetta come la febbricitante Fever Dreams, la sciamanica Darkhorse o l'apocalittica Dead Set Eyes fossero la penitenza con cui espiare una colpa o la fiamma con cui cauterizzare una ferita. Ombre profonde e poche, fioche luci perfino in un brano intitolato Light Song che si snoda lento e magmatico tra le deflagrazioni e le derive post delle chitarre, e nemmeno nel respiro onirico di ballate che evocano l'ipnotismo dei Mazzy Star come Races e la meravigliosa You Don't Have to Cry oppure nei vaghi brividi western di un'intensa Apathy On The Indian Border. Affascinante e cupo come fosse stato concepito in una notte priva di stelle, On Dark Horses pare custodire il lato più tenebroso del cantautorato al femminile statunitense: una dark side che Emma Ruth Rundle incarna alla perfezione. (7,5/10)

lunedì 5 novembre 2018

The Cordovas - The Santa Fe Channel (ATO Records)


di Luca Salmini

Figlio di una cantante d'opera e di un campione di scacchi, Joe Firstman è quello che si dice un talento naturale, visto che ha appena 12 anni quando comincia a suonare il pianoforte e nemmeno 20 quando guadagna una certa attenzione con l'omonima band Firstman, giusto prima di saltare sull'autobus che da Charlotte in Nord Carolina porta dritto in California, dove gli basta poco per ricevere il premio di “cantautore dell'anno” ai Los Angeles Music Awards del 2001. L'anno successivo debutta su Atlantic con l'EP 'Wives Tales' e successivamente con l'album 'The War Of Women', lavori accolti positivamente dalla critica, che tuttavia non fanno partire una vera e propria carriera ma gli garantiscono sufficiente esposizione per trovare un'impiego come direttore d'orchestra del programma televisivo della NBC Last Call With Carson Daly. 

Quando l'emittente riprogramma il palinsesto, come niente fosse Firstman ricomincia a scrivere canzoni e a pubblicare dischi in proprio fino al 2011, quando a Nashville fa confluire tutte le precedenti esperienze nel nuovo progetto The Cordovas, formazione oggi all'esordio su ATO Records con il secondo album di studio “That Santa Fe Channel”, prodotto da Kenneth Pattengale dei Milk Carton Kids. Composti da Firstman al basso e alla voce, dai chitarristi Lucca Soria e Toby Weaver, dal tastierista Sevans Henderson e dal batterista Graham Spillman, i Cordovas resuscitano il suono caldo e affascinante della California dei seventies, intrecciando rock, country, folk, blues e deliziosi impasti vocali come succedeva nei dischi di Crosby, Stills & Nash, dei Flying Burrito Bros., degli Eagles o della Nitty Gritty Dirt Band. 

La rivista Rolling Stone li ha già segnalati tra “...i nuovi 10 artisti country da conoscere...” e a giudicare dall'incantevole circuitare di chitarre, tastiere e armonie vocali che riempie 'The Santa Fe Channel' è molto probabile che non si sbagli nel consigliarli a chi adora 'American Beauty' dei Grateful Dead, 'Dixie Chicken' dei Little Feat e 'North Hills' dei Dawes, in linea di massima punti di riferimento pertinenti con la fragrante dinamica delle melodie dei Cordovas e con l'attitudine da jam band che in qualche modo si respira nel fluido rimescolarsi degli strumenti. In fondo, i Cordovas sono dei romantici sognatori: gente che condivide le cose della vita e della musica come una comune hippie ed è in questo contesto idillico e fuori dal tempo che sono sbocciate le canzoni di 'The Santa Fe Channel', un'ammaliante collezione di solari midtempo elettrici venati di blues e di country, in cui si colgono l'atmosfera rilassata delle sessions e l'immediatezza delle performance dal vivo in studio. 

Almeno è questa la sensazione che suscita la freschezza delle nove tracce di 'The Santa Fe Channel' e in particolare il fluido intercalare di una deaddiana I'm The One Who Needs You Tonight, l'ariosa west coast di This Town's A Drag, il country cosmico di SelfishLoner e della spaziosa Santa Fe, i toni bluesy di una littlefeatiana Talk To Me o i cambi di tempo della neworleansiana Step-Back Red. Con uno splendido interplay tra il piano e le chitarre, eccellenti armonizzazioni tra le voci, brillanti sincronismi tra gli strumenti e canzoni decisamente sopra la media, magari i Cordovas non inventano niente, ma se non altro dimostrano che senza particolari colpi di genio, con tanto buon gusto e il giusto feeling è ancora possibile fare grande musica oggi: può sembrare ovvio, ma non è sempre del tutto scontato, così come non lo è la meraviglia che si leva da 'The Santa Fe Channel', una delle novità più accattivanti e seducenti degli ultimi tempi. (8/10) 

mercoledì 10 ottobre 2018

Spain - Mandala Brush (Glitterhouse)


di Chris Airoldi

I lettori più vecchi ricorderanno come in passato, sulle coste degli album in vinile, le case discografiche usassero inserire la dicitura "file under..." seguita dal genere, per facilitarne l'inserimento a scaffale nei negozi. Al di là dell'utilità o meno, questa usanza serviva per definire in qualche modo il suono di un lavoro, senza perdersi in troppe iperboli stilistiche. Questo nuovo album degli Spain arriva nelle nostre mani accompagnato da una cartella stampa che recita:"indie pop slow-core Americana free jazz", una definizione che per quanto dica tutto e niente (potrebbe essere di ispirazione per un testo di Franco Battiato), ci fa capire quanto complicato sia incasellare in un solo ambito la musica di Josh Haden e famiglia.

Contaminazione, libertà espressiva, ricerca stilistica, chiamatela come volete: nei solchi di questo lavoro c'é un mondo di sonorità che affascina, magari non al primo ascolto, ma lentamente ci avvolge e ci trasporta, quasi fossimo attratti magneticamente dallo stilizzato mandala in copertina che, seguendo la stessa linea della musica, racchiude il simbolo di Venere, del rame e del sesso femminile, nonché le trame dei dreamcatcher dei nativi. Un chiaro messaggio di universalità che va di pari passo con il misticismo dei testi e l'onestà delle intenzioni.

Come detto è un lavoro dalle trame oscure, che potremmo inserire nel filone del gotico americano più di sostanza, sebbene infarcito di influenze globalizzanti, pensiamo all'iniziale ossessivo mantra con sapori latini di Maya in The Summer, alla splendida elegia minimale di Holly, o ai quindici minuti catartici di God is Love, composizione da viaggio psichedelico nella quale l'intro è affidata al suono di uno strumento ad ancia battente (le nostre launeddas, per intenderci), brani che di anglosassone hanno solo linee e testi. C'è il profumo del jazz, che ovviamente è nei geni degli Haden, soprattutto nell'uso libero dei fiati, i quali si muovono con grande agilità anche nei contesti più folk-oriented, come Folkstone, Kent, Tangerine o The Coming of The Lord.

Ma il lavoro regala altre gemme: il coinvolgente up-tempo di Sugarkane, brano dove ogni cosa è al posto giusto, soprattutto le splendide chitarre; la languida visceralità di Rooster Cogburn, con organo, basso e batteria sugli scudi, e la sostanza della desertica Laurel, Clementine, brano dai toni vicini al pop. Su tutto la voce di Haden, con quella fragilità intrinseca che la fa percepire così umana e credibile, sia quando racconta storie della suburra americana, sia quando liricamente si spinge verso la spiritualità. La musica degli Spain è tutto questo, una sorta di amorfo gospel, in perfetto equilibrio tra l'intimo e l'universale che in questo disco si esprime ai massimi livelli. Non fermatevi al primo ascolto. (8/10)

Josh Haden e soci approderanno in Italia nei prossimi giorni, per esibirsi il 12 Ottobre all'1e35 Circa di Cantù e la sera successiva al FreakOut Club di Bologna. Non perdeteli!

lunedì 23 aprile 2018

Video della settimana: Brent Cobb - Morning's Gonna Come

'Providence Canyon' terzo album per il 31enne cantautore dalla Georgia, sarà nei negozi il prossimo 11 Maggio; ecco il video che accompagna il primo singolo: Morning's Gonna Come. Enjoy!


mercoledì 18 aprile 2018

Caitlin Canty - Motel Bouquet (Self-Released)


di Luca Salmini

Il phisique du role per diventare una stella del country non le manca affatto, ma a giudicare da quanto si ascolta nel nuovo album 'Motel Bouquet', non è evidentemente il futuro a cui aspira la giovane cantautrice Caitlin Canty, anche se è solo dopo il suo arrivo a Nashville che le cose hanno cominciato a girare per il verso giusto, come dimostra la recente elezione da parte della rivista Rolling Stone tra i “10 nuovi artisti country da conoscere assolutamente”. 

In verità Caitlin non è una nuova nell'ambiente perchè dal 2015, anno di pubblicazione dell'ottimo 'Reckless Skyline', ad oggi, si è esibita nei locali di mezza America, accumulando quelle esperienze che gli hanno consentito di realizzare il disco della maturità e di guadagnare quell'investitura da parte dei media, che se non altro significa che la direzione presa è quella giusta, anche se le sue canzoni sembrano funzionare meglio dal momento in cui hanno smesso di seguirne una e cominciato a reclamare una vita propria, come spiega la stessa autrice riguardo il proprio songwriting: “...Ho provato ad astrarmi dal corso delle canzoni mentre le scrivevo e lasciarle diventare ciò che volevano essere...”. 

Qualunque sia stato il processo che le ha generate, le canzoni di 'Motel Bouquet' suonano come affascinanti ballate sospese tra malinconie folk e polveri country, magari appena un po' più levigate di quanto le ha precedute, ma non meno profonde e sentite: forse è proprio quello che avrebbero voluto essere o più probabilmente il modo in cui le hanno pensate un produttore come Noam Pikelny, straordinario banjoista dei The Punch Brothers, e una band che allinea calibri come la cantautrice Aoife O'Donovan e il violinista bluegrass Stuart Duncan. 

E' evidente che la zona di Nashville in cui si muove Caitlin Canty non è quella delle fatue mainstreets che portano ai vertici delle classifiche, bensì quella delle backstreets del songwriting dove le canzoni sono libere di circolare tra le emozioni e le storie raccontate con l'anima: è questa l'impressione che suscitano l'ascolto di una scenografica ballata di frontiera come la stupenda Take Me For A Ride, i paesaggi in un'elettroacustico chiaroscuro di una meravigliosa River Alone, il romantico passo di valzer evocato da una deliziosa Time Rolls By, i dolenti orizzonti desertici di un'intensissima Who o di una spettacolare Cinder Blocks in orbita Lucinda Williams, i sussulti country di un'ariosa Leaping Out, il radioso honky tonk di Basil Gone To Blossom e di una nervosa Onto You o i sussurri folk di una seducente Motel. 

Alla luce di un disco come 'Motel Bouquet', per quanto onorevole e prestigiosa, la posizione affibiatale da Rolling Stone va un po' stretta per un'interprete sensibile e una storyteller ispirata come Caitlin Canty, che sembrerebbe piuttosto in grado di aspirare alle più alte sfere della canzone d'autore americana con o senza cappello da cowboy e speroni. (8/10)

venerdì 23 febbraio 2018

Grant-Lee Phillips - Widdershins (Yep Roc)


Widdershins è un affascinante vocabolo, utilizzato dagli anglofoni per indicare un andamento contrario rispetto al tempo o ad una direzione; in italiano potremmo tradurlo in maniera semplicistica con "antiorario" o "contromano". E' il titolo scelto per l'ultima fatica del cantautore da Stockton, ora stabilmente Nashvilliano, il quale, da un paio di anni a questa parte, pare aver recuperato l'urgenza compositiva e la grinta che caratterizzarono l'epopea di band come Shiva Burlesque e Grant Lee Buffalo, indirizzandole in un vivido contesto Americana, territorio nel quale Phillips si muove con una naturalezza che pochi altri artisti possono vantare. 

Album dopo album, il Nostro si è costruito un suono riconoscibilissimo, mettendo insieme una calda e raffinata vocalità, strumentazioni parche ma sapientemente arricchite di sfumature, e una penna sempre ispirata, anche nei brani minori o meno incisivi. Il percorso artistico l'ha portato ad esplorare ogni tipo di sonorità: dall'elettronica al proto-punk, dal folk intimista al rock più ridondante, e i geni di ognuna di queste esperienze sono ancora presenti nel dna della sua musica. Questo Widdershins ne è la prova tangibile: dodici solidi brani in pieno Phillips-style, con la tensione sempre alta e una rinfrancante freschezza compositiva. 

Se l'ottimo lavoro precedente, The Narrows (2016), indugiava in ambiti più folkie, dando l'impressione di trovarsi di fronte ad un autore con una maturità ormai lontana dalla grinta rock dei vecchi tempi, Widdershins rimette le cose a posto, mostrandoci un Grant-Lee ancora pienamente a proprio agio sulle corde elettriche di una Gibson o sul beat massiccio della spettacolare sezione ritmica formata da Jerry Roe e Lex Price, elementi cardine di questo lavoro, certamente uno dei più riusciti nella sua intera discografia. 

L'iniziale Walk in Circles è una sorta di manifesto programmatico: il jingle jangle delle chitarre, ben sostenuto da una pastosa batteria, getta le fondamenta per una tracklist ricca e variegata, nella quale trovano posto il dolce-amaro up-tempo di una splendida Unruly Mobs, solidissima nell'arrangiamento, le atmosfere vintage di una sincopata ballad come Something's Gotta Give, la scoria punk dal sapore anglosassone di Scared Stiff, e le reminiscenze Buffaloane della rocciosa The Wilderness e della anthemica Liberation; brani che scorrono fluidi, senza incertezze, grazie anche all'ottimo lavoro in studio, opera dello stesso Phillips in compagnia di due vecchie volpi come Tucker Martine (R.E.M., My Morning Jacket, Bill Frisell) e Mike Stankiewicz (Willie Nelson, Jason Isbell).

Grant-Lee Phillips è una sicurezza; spesso ingiustamente relegato ad un ruolo da comprimario in una scena musicale che privilegia personaggi con attitudine più ruffiana o presenzialista, continua imperterrito a percorrere la propria strada, contromano o in senso antiorario che sia, rivitalizzando disco dopo disco un linguaggio ancora vegeto, nonostante i titoli ad effetto sempre uguali delle riviste patinate da sala d'aspetto. Siamo solo a Febbraio, tanta acqua deve passare sotto i ponti, ma un posticino tra i migliori dell'anno questo disco se lo merita, tenetelo a mente. (8,5/10)

mercoledì 14 febbraio 2018

Video Della Settimana: I'm With Her - Game to Lose

'See You Around' è il titolo dell'album di debutto per il trio formato da Sara Watkins, Sarah Jarosz e Aoife O'Donovan. Il disco, registrato negli studi Real World di Bath in compagnia dell'esperto Ethan Johns, sarà nei negozi dal 16 Febbraio. Nell'attesa godiamoci il nuovo singolo: Game To Lose.


mercoledì 18 ottobre 2017

Joe Henry - Thrum (earMUSIC)



Reduce dall'esaltante esperienza di 'Shine a Light', formidabile opera di recupero di una manciata di composizioni dallo sconfinato songbook folk statunitense, realizzata in compagnia dell'amico Billy Bragg, Joe Henry si è rifugiato per quattro giornate in uno studio di Hollywood, tra Febbraio e Marzo 2017, circondato da una schiera di storici collaboratori: il batterista Jay Bellerose, il bassista David Piltch, il chitarrista John Smith, il pianista Patrick Warren e il figlio, l'ottimo sassofonista Levon. Con il pluripremiato ingegnere del suono Ryan Freeland (Ray LaMontagne, Bonnie Raitt, Allen Toussaint) al mixer, il combo ha messo insieme undici brani notevoli, regalandoci uno degli album migliori prodotti del cantautore da Charlotte.

La forza di 'Thrum' sta proprio nella formula utilizzata: la registrazione in presa diretta ha impresso ai brani un calore palpabile e una forza propulsiva di dinamiche in continuo mutamento, perfetti per le atmosfere sommesse delle composizioni di Henry, la cui voce si erge imperiosa su un tessuto sonoro carico di pathos. Da produttore consumato che può vantare uno dei curriculum più ricchi sulla piazza, Joe Henry ha saputo dosare con precisione suoni e arrangiamenti, completando un lavoro nel quale non c'é una nota fuori posto; tutti i brani, anche quelli meno incisivi, godono di un impasto sonoro spettacolare e di una parte narrativa di altissimo livello, con una semplicità strutturale che permette loro di essere apprezzati già al primo ascolto.

Climb apre il disco terzinata, con Henry a scandire il tempo per la band che, battuta dopo battuta, costruisce attorno al suo caldo ed espressivo cantato una architettura di archi, fiati e piano elettrico dai sapori jazzati, soprattutto per merito di Levon, il quale inserisce nel brano una bella serie di virtuosismi al soprano. Un inizio lento ma esaltante che fa da apripista alle cadenze sempre estremamente originali della batteria di Jay Bellerose, vero artista delle pelli che con i suoi suoni vintage imprime un po' a tutto il disco una profonda impronta. Believer è una ballad ritmata in continuo mutare; viaggia in crescendo dalla prima all'ultima nota e convince senza riserve.

Dark is Light Enough è una composizione ariosa, aperta da momenti vicini al noise, con tutti gli strumenti a creare un climax molto suggestivo. Dopo un minuto di intro tutto pare fermarsi ed ecco la voce di Henry a creare con gli strumenti un intreccio armonico che sa di oriente nella sequenza degli accordi. Il testo ha una poetica malinconica, con i ricordi e le disillusioni ad inseguirsi. Altro ottimo pezzo, nel quale i musicisti paiono completamente liberi di esprimersi, e lo fanno alla grande. Blood of the Forgotten Song è forse un filo risaputa, cantata e suonata benissimo, ma meno incisiva delle precedenti; ha i sapori folk del Greenwich Village, pare un outtake della colonna sonora del bel film dei Coen 'A Proposito di Davis'.

World of This Room si apre con uno strumming di chitarra suggestivo, sul quale si innestano la voce, creando un unisono, e le percussioni suonate in maniera anticonvenzionale dal buon Bellerose. E' uno dei momenti più alti del lavoro. I suoni sono splendidi, ogni colpo di piatto della batteria è liberatorio. All'opposto nelle sonorità ma altrettanto pregna di contenuto, la successiva The Glorious Dead, con l'apertura affidata al piano e i contrappunti ai clarinetti alto e basso. Hungry è la più moderna tra le ballad dell'album, si muove su percorsi in tonalità minore, nei quali Henry si avventura deciso, arrangiando il tutto con grande maestria. Altra vetta del lavoro.

Ennesima lunga intro per Quicksilver, ballad con un picking originale, dal piglio western, forse meno risoluta delle altre ma certamente sopra la media. Per River Floor si ritorna a sperimentare sui suoni, con batteria e fiati ancora una volta sugli scudi. Il tempo è dispari, va un poco assimilato, ma una volta compreso l'andazzo il pezzo arriva, denso e articolato. Now and Never ha un testo splendido, in tutto l'album c'é un gusto per la narrazione di altissimo livello; è una ballata semplice per chitarra, voce e fiati effettati, con giusto qualche contrappunto di marimba, una piccola gemma.

Chiude Keep Us in Song, la più lineare delle ballad contenute nel disco, dylaniana nelle liriche e pastorale nell'arrangiamento  degli archi, un finale perfetto per un ottimo lavoro. La fama come produttore ha spesso fatto trascurare le doti di autore ed interprete del 57enne artista dal North Carolina, ma questo 'Thrum' rimette le cose a posto; lo vedremo apparire spesso nelle classifiche di fine anno. (9/10)

venerdì 25 agosto 2017

Iron & Wine - Beast Epic (Sub Pop)


Ritorno tra le mura amiche di Sub Pop per il quarantaquattrenne cantautore dalla Carolina del Sud, con un album che recupera il Sam Beam della prima ora, quello minimale ed acustico di album come The Creek Drank the Cradle (2002) e Our Endless Numbered Days (2004). Sebbene negli ultimi lavori a firma I&W il nostro abbia mostrato una vivida vena compositiva e grande capacità nel gestire in studio suoni complessi ed articolati allo scopo di arricchire i brani con una moltitudine di sfumature, la cifra stilistica che i fans ancora apprezzano maggiormente è quella degli esordi, scarna e intimista, rivitalizzata di recente grazie alle raccolte di archivio ed al riuscito Love Letter For Fire, album pubblicato nel 2016 in coppia con la brava Jesca Hoop. 

Beast Epic, settimo album di studio per il moniker Iron & Wine, è una sorta di concept-album incentrato sullo scorrere del tempo, per il quale Beam crea un universo fatto di bestie in grado di esprimere emozioni umane, di luoghi della coscienza (e non) e di una esplicita malinconia, molto spesso scanzonata, che permea testi acuti e carichi di immagini poetiche. L'intenzione non è quella di fare da apripista verso nuovi orizzonti del folk moderno, ma semplicemente continuare sulle tracce di un percorso pregno di tradizione, gusto e creatività che ha portato il nostro a livelli di maturità e credibilità che pochi altri artisti possono vantare. 

Registrato in presa diretta tra il Luglio 2016 e il Gennaio 2017 da Tom Schick (Ryan Adams, Norah Jones) al Loft di Chicago, studio di proprietà degli amici Wilco, e masterizzato a Nashville da Richard Dodd (Tom Petty, Counting Crows), il disco vede dietro gli strumenti tre fidati collaboratori di Sam Beam: il tastierista Robert Burger, il batterista Joe Adamik e lo straordinario polistrumentista Jim Becker; in aggiunta il bassista Sebastian Steinberg (Fiona Apple) ed il violoncellista Teddy Rankin-Parker. 

La chitarra acustica, ripresa splendidamente, è ovviamente protagonista di tutti i brani, spesso circondata da pochi suoni a far da contrappunto, come nella timida Song in Stone o nella cupa The Truest Stars We Know, in altre occasioni inserita in contesti più strutturati, come l'ariosa Bitter Truth o la ritmata Call It Dreaming. Spazio anche per le fascinazioni younghiane di Summer Clouds e  per momenti più sperimentali, come la sincopata About a Bruise e la dissonante Last Night. E' un disco vario, nel quale i marchi di fabbrica del barbuto cantautore appaiono riconoscibilissimi, pur non lasciandoci alla fine delle tracce la sensazione di aver assistito alla ripetizione di una formula già fin troppo collaudata; i pezzi sono molto validi e il disco cresce ascolto dopo ascolto.

Un ritorno decisamente gradito, undici brani per trentacinque minuti o poco più di ottima musica da un autore ormai maturo, con all'attivo una discografia già di alto livello ma chiaramente in grado di regalare ulteriori soddisfazioni nel prossimo futuro. Molto interessante la versione deluxe in vinile colorato rosso e blu che contiene cinque brani bonus dei quali parleremo a breve. (8/10)