mercoledì 19 settembre 2018
Dan Baird - All'Una e Trentacinque Circa, Cantù - 17/09/2018
mercoledì 12 settembre 2018
All'una e Trentacinque Circa - Settembre 2018
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giovedì 19 ottobre 2017
Robyn Hitchcock @ All'1.35 Circa, Cantù - 12/10/2017
lunedì 10 luglio 2017
Dale Watson & Ray Benson - Lignano Sabbiadoro, 8 Luglio 2017
giovedì 25 maggio 2017
Jesca Hoop - Teatro Bloser, Genova 24/05/2017
C'é spazio anche per alcuni brani più datati, dalla sincopata Whispering light, con le voci a compiere affascinanti evoluzioni, per nulla scontate, alla delicata Born to, la cui parte centrale mette in evidenza il grande affiatamento del duo, e per un paio di episodi nati da recenti fortunate collaborazioni: Murder of birds, cantata in studio con Guy Garvey (Elbow) e Know the wild that wants you, estratta dal bel disco realizzato lo scorso anno in coppia con Sam Beam/Iron & Wine ('Love Letters For Fire', Sub Pop). Due i bis, con la conclusiva Storms make grey the sea regalata all'attento pubblico in versione totalmente unplugged. Jesca Hoop è artista dalle doti non comuni, autrice tra le più interessanti emerse negli ultimi anni e performer in grado di sviluppare un'alchimia col pubblico molto profonda, per questo meriterebbe una platea decisamente più ampia di quella della bella location genovese.
martedì 16 maggio 2017
Dan Stuart & Don Antonio - 15/05/2017 All'1 e 35 Circa, Cantù (CO)
martedì 14 marzo 2017
Delta Saints - 13/03/2017 All'1 e 35 Circa, Cantù (CO)
venerdì 17 febbraio 2017
Midnight Oil - The Great Circle Tour 2017
mercoledì 8 febbraio 2017
Nick Cave in Italia a Novembre
Biglietti in vendita dalle 10.00 di Venerdì 17 Febbraio.
giovedì 23 aprile 2009
Hopeless Jazz Band - Caffé Doria 21/04/2009

Formazione attiva dai primi anni ottanta, tra le più longeve sulla scena milanese, la Hopeless Jazz Band propone un frizzante repertorio di jazz tradizionale bianco, con frequenti puntate in territori Swing e New Orleans-Style, interpretati con grande rispetto, entusiasmo ed una buona dose di sano divertimento. Guidata dal simpatico Gino Valdegrani, trombonista, cantante e musicologo di grande esperienza, la band ha all'attivo la partecipazione ad alcuni tra i più importanti festival italiani ed internazionali dedicati al jazz delle origini.
Per lungo tempo house band del Jazz Cafè di Corso Sempione, la “banda dei senza speranza” trova ora spazio nell'ottimo jazz club del Caffé Doria, per regalare al pubblico un tuffo nel passato, a riscoprire brani e personaggi di un'epoca lontana e piena di fascino.
Grande merito dunque alla band milanese ma soprattutto al locale attiguo all'Hotel Doria, il quale si dedica con passione ad un genere spesso sottostimato, allestendo un ricco cartellone mensile nel quale spiccano alcuni tra i più importanti jazzisti italiani della “vecchia guardia”.
La serata del 21 Aprile scorso ha visto una partecipazione di pubblico non numeroso, ma da un Martedì sera della pigrissima Milano di questi tempi non sarebbe stato comunque lecito aspettarsi di più. Band in buona forma, con il solito Valdegrani ad imperversare anche in veste di cantante, gigioneggiando da consumato crooner, e gli ormai fidati pards della sezione fiati, Francesco Licitra al clarinetto e Giancarlo Mariani alla tromba, a lanciarsi vicendevolmente gli innumerevoli assoli, caratteristica principale del genere, con il pianoforte del navigato Guido Cairo a tirare le fila, sospinto dalla batteria del giovane Alessio Pacifico e dal contrabbasso di Max Rovati (ospite in sostituzione dell'assente Giorgio Alderighi).
In scaletta una lunga serie di standard come I'm Gonna Sit Right Down and Write Myself a Letter, Basin Street Blues, Rosetta, I Found A New Baby, It's a Long Way To Tipperary, Tiger rag e l'immancabile finale di When The Saints Go Marching In.
Le piccole pecche in fase esecutiva, dovute sia alla mancanza di affiatamento con il contrabbassista “supplente” sia alle dinamiche della batteria, a volte fin troppo cariche, non hanno condizionato lo svolgimento della performance, godibile e mai troppo seriosa.
Due set separati da una breve pausa, nei quali la band ha dato fondo alle proprie energie, riempiendo il bel locale di via Andrea Doria di buone vibrazioni.
venerdì 10 aprile 2009
Tuck & Patti - Blue Note, Milano - 7, 8, 9 Aprile 2009

Sorride beata Patricia “Patti” Cathcart, piedi nudi ed abito svolazzante a coprire le generose forme da matrona del jazz, mentre stringe con forza la mano al riccioluto ed allampanato compagno Tuck Andress, al termine delle acclamatissime esibizioni tenute al Blue Note di via Borsieri nel corso di tre serate consecutive, il 7, 8 e 9 Aprile scorsi, ormai consolidata consuetudine nella Primavera musicale meneghina.
La forza espressiva di questa icona del jazz al femminile si placa nell'abbraccio mimato con calore in direzione del pubblico, negli sguardi di intesa e di soddisfazione lanciati verso lo strampalato compagno di vita, costantemente avvinghiato alla sua Gibson L-5 del 1949, ed in quella stretta di mano nella quale scorre la forza di un amore che ha portato la coppia a girare il Mondo, sempre insieme, regalando al pubblico un po' della potenza di quel sentimento che pare investirli costantemente.
Sono belli, Tuck And Patti, belli nel loro essere così diversi e così complementari, lui chitarrista bianco dalla tecnica strabiliante, artefice di un chitarrismo spettacolare nelle nervose progressioni tra walking bass e fingerstyle, in un connubio percussivo-armonico inimitabile, lei cantante nera dalle straordinarie doti improvvisative, figlia del vocalismo di Sarah Vaughan e Nina Simone.
E' uno spettacolo vedere Andress inseguire con lo sguardo, quasi a fatica, le evoluzioni delle proprie mani sulla tastiera di quella splendida chitarra vintage, mentre scruta con la coda dell'occhio la fisicità del vocalismo scuro e multiforme della compagna.
Pescando tra i numerosi album pubblicati, Tuck & Patti hanno proposto alcune tra le più belle composizioni da loro firmate: Confort Me, Chocolate Moment, Rejoice, My Romance, Takes My Breath Away e le consuete cover di Europa (Santana), con tanto di ironica presentazione da parte di un insospettabile Andress, e della celeberrima Time After Time (Cyndi Lauper), per la quale Patti ha coinvolto come di consueto il pubblico ai controcanti, in un applauditissimo bis.
Disponibili e simpatici i due si sono infine prestati alla session di autografi, senza lesinare sorrisi, abbracci e chiacchiere con gli affezionatissimi fans milanesi.
Dal 1978 i due si tengono per mano sui palchi di tutto il pianeta, mostrando la bellezza di un rapporto che va al di là di tanti inutili preconcetti, fortemente cementato dalla musica, la quale ha propiziato un incontro importante divenendo chiave di volta di una carriera trentennale, incentrata sulle emozioni che una chitarra ed una voce sono in grado di regalare.
martedì 7 aprile 2009
Pierre Favre - Istituto Svizzero, Milano - 06/04/2009

Location infelice quella predisposta per l'esibizione di uno dei musicisti europei più originali e innovativi. La sala situata all'interno dell'Istituto Svizzero di via Vecchio Politecnico è risultata inadatta ad ospitare sia le sonorità di un set percussivo così particolare, sia un pubblico non da grandi numeri, ma certamente superiore alle aspettative degli organizzatori.
Circa duecento persone stipate in una sala malamente attrezzata, con pochi posti a sedere ed una temperatura da clima tropicale che hanno scoraggiato un gran numero di spettatori, i quali hanno abbandonato la location dopo pochi minuti.
Un vero peccato, perché la performance “Poetry In Motion” del settantaduenne Pierre Favre avrebbe meritato sicuramente un ambito molto più importante.
Con il consueto enorme set di percussioni, comprendente una batteria con doppia cassa, un mastodontico tamburo, due enormi gong, djembé e darbouka, jam blocks, shakers e piatti di tutti i tipi, Favre ha letteralmente conquistato l'eterogeneo pubblico intervenuto con i suoi poliritmi ostinati, inseriti in uno spazio sonoro in continua mutazione, tra scene di ossessivo tribalismo ed escursioni in territori dispari quanto mai intricati e complessi.
Utilizzando di volta in volta mani, bacchette, tubi ed altri oggetti più o meno ortodossi, l'artista originario di Neuchatel ha mostrato tutte le sfaccettature del proprio viscerale rapporto con i suoni percussivi, frutto della vibrazione di membrane o delle risonanze metalliche, partendo dalla creazione di climax drammatici, all'interno dei quali venivano inserite strutture ritmiche in una sorta di loop continuo, sulle quali poggiavano poi le nervose sfuriate ritmiche in un'alternanza di suoni e strumenti.
Le esibizioni di Favre non sono semplicemente lunghi a solo per strumenti a percussione, bensì veri e propri percorsi verso costruzioni armonico/ritmiche oltremodo affascinanti, sorta di strabilianti coreografie sonore.
La tecnica sopraffina, sempre al servizio della creatività, unita all'eccezionale aplomb ed all'ironia velata che Favre inserisce nelle perfomance, hanno arricchito uno spettacolo emozionante ed intenso, che nemmeno i problemi logistici sono riusciti ad inficiare. La speranza è di poter riavere presto a Milano l'artista elvetico, magari inserendolo in uno spazio più adatto alle sue spettacolari installazioni sonore.
giovedì 26 marzo 2009
Larry Carlton - Blue Note, Milano - 25/03/2009

Quanti chitarristi si possono permettere di cominciare una serata con una riscrittura, ironica ma piena di fascinazioni timbrico/sonore, di Happy Birthday To You?
La risposta è semplice: solamente una leggenda vivente come Larry Carlton, il quale, salito puntualmente sul bel palco del club milanese, dopo la presentazione del simpatico Nick The Nightfly, dedica il brano a tutti coloro che come lui, nato il 2 Marzo 1948, hanno compiuto gli anni nel mese in corso, chiedendo addirittura al pubblico su quali tonalità suonare -per la cronaca Sol e Sib-.
Carlton, con le immancabili Gibson 335 (è soprannominato Mr.335) e valley Arts acustica sotto braccio, è in ottima forma, scherza coi presenti e “riscalda” le dita con un paio di brani in solitudine, nei quali mette in mostra l'inimitabile bagaglio di tecnica e gusto; quindi presenta i due musicisti che lo accompagneranno in questo viaggio attraverso la propria fitta discografia: il figlio Travis Carlton, straordinario bassista dal fisico mastodontico, autore dei passaggi che più hanno entusiasmato la platea ed il batterista Gene Coye, solido ed essenziale quando necessario, veloce e pirotecnico se lasciato libero di instillare energia devastante nelle dinamiche potentissime che è in grado di esprimere.
Repertorio che come di consueto si muove su territori meticci, iniettando forti dosi di blues su ritmiche funk e melodie potenti su terzine e poliritmi, la musica di Larry Carlton non può essere definita semplicisticamente, sfiora il jazz mantenendo forti connotazioni fusion, tra autentiche cavalcate chitarristiche, fraseggi morbidi e possenti sfoghi, con il poliedrico solismo del leader inserito in un tessuto ritmico efficace ed articolato. Carlton Jr. e Coye sono una autentica macchina da ritmo, una sicurezza sulla quale Carlton Sr. (che non smette di mostrare il proprio orgoglio per la bravura del figlio), può permettersi la tranquillità nell'esplorare le diverse sfumature dello strumento.
High points della serata: Sunrise, Smiles And Smiles To Go, Red Hot Poker, The Prince e l'immancabile Josie (dal repertorio degli Steely Dan), riproposte in maniera strepitosa.
Ennesimo trionfo al jazz club di via Borsieri per il chitarrista da Torrence, che fino a tutta la prima settimana di Aprile sarà in tour nel Vecchio Continente.
sabato 7 marzo 2009
Joshua Redman - Blue Note, Milano - 06/03/2009

In occasione dell'uscita dell'ottimo Compass, pubblicato nel Gennaio 2009 su etichetta Nonesuch, Joshua Redman ritorna sul palco del Blue Note di via Borsieri per due date in trio, accompagnato dall'ormai onnipresente Reuben Rogers al contrabbasso e dal pirotecnico Clarence Penn alla batteria.
Accolto da un'autentica ovazione, Redman sale sul palco scherzando con i colleghi; un rapido saluto al pubblico ed è subito il classicissimo Mack The Knife ad aprire la serata in maniera pimpante. Il trio gira già a mille, con il leader ad imbastire trame hard bop sullo swing deciso della sezione ritmica. Redman pare divertirsi parecchio, successivamente confesserà tra il serio e il faceto di avere bevuto qualche bicchiere di troppo, suscitando l'ilarità dei presenti.
I brani del nuovo album si alternano a vecchie composizioni e standard, arricchiti da improvvisazioni solide nei poliritmi della batteria di Penn e liriche nelle evoluzioni del sax, soprano e tenore, di Redman, il quale ancora una volta, casomai ce ne fosse bisogno, si dimostra musicista tra i più ispirati della scena jazz dei nostri giorni.
Faraway, Round Reuben e Little Ditty non sfigurano affatto tra i classici di Redman e i consueti omaggi a Rollins e Parker, mettendo in luce le peculiarità stilistiche ed il solido interplay del trio.
Redman, sempre più padrone del palco, fenomenale nei cambi di ritmo, tecnicamente ineccepibile, tiene in pugno le composizioni ed esalta la bravura dei comprimari, lasciandoli liberi di esprimere solismi strabordanti ed istrioniche improvvisazioni, allontanandosi dall'inciso in direzione di istintive jam, ricadendovi poi con decise progressioni dinamico/ritmiche.
Reuben Rogers (tra le sue collaborazioni spiccano i nomi di Roy Hargrove, Dianne Reeves e Nicholas Payton) è contrabbassista che con gusto e misura evita ogni forma di solismo esasperato; all'apparenza il meno incisivo dei tre, è invece motore indispensabile nell'economia del gruppo.
Clarence Penn (Dizzy Gillespie, Steps Ahead, Wynton Marsalis), batterista dal groove poderoso, nervoso e roboante nell'approccio ai tamburi, regala strepitosi spunti dinamici ed assoli al fulmicotone.
In molti avrebbero gradito la presenza sul palco di Brian Blade, Larry Grenadier e Gregory Hutchinson, per riportare appieno le favolose atmosfere del doppio trio presenti in Compass, ma lo spettacolo offerto da Redman, Rogers e Penn ha convinto ed entusiasmato gli appassionati di jazz milanesi, sempre più affezionati al sassofonista di Berkeley.
martedì 24 febbraio 2009
Vinicio Capossela - Teatro Smeraldo, Milano – 10/02/2009

Accomodarsi sulle poltroncine trendy del Teatro Smeraldo, per assistere al delirante side show di Vinicio Capossela, fa un po’ strano. L’atmosfera da soirée, i drappi damascati, le signorine in giacchetta che ti accompagnano al posto numerato, paiono un fragile involucro pronto a disintegrarsi al deflagrare delle prime note di pianoforte.
Tutto esaurito per queste tre date milanesi, aggiunte al tour a grande richiesta; pubblico eterogeneo, età media sorprendentemente bassa, un’umanità varia che comprendeva persino alcune signore fin troppo eleganti, con probabile biglietto omaggio in tasca, alle quali il buon Vinicio sarà stato descritto come una sorta di Giovanni Allevi un po’ svitato. Speriamo si siano divertite…
Certo è che questo Solo Show allestito dal cantautore nato ad Hannover rappresenta senza tema di smentita uno degli spettacoli più interessanti e coinvolgenti proposti da un artista italiano negli ultimi anni.
La squinternata comitiva di freaks che circonda Capossela è un caravanserraglio irresistibile, dal mago-giocoliere-illusionista-escapologo Christopher Wonder, che annuncia al megafono l’apertura del sipario attraversando la platea sui trampoli, all’Orchestrina coi musicisti agghindati in maniera che definire peculiare è il minimo, passando per il gigante, la lanciatrice di coltelli Jessica Love ed il coniglietto che ricorda in maniera inquietante l’onirico personaggio di Donnie Darko.
Nel mezzo di un’atmosfera che piacerebbe a Tim Burton, Capossela, indossando la tuba d’ordinanza, attacca la spina e parte con Il Gigante e il Mago, mettendo in moto un turbinìo di colori e sapori circensi. Vinicio gran mattatore, band tosta ed originale, contorno di personaggi da Barnum dei Navigli, pubblico letteralmente in delirio. Volendo fare i soliti azzeccagarbugli si potrebbero abbozzare paragoni e cercare somiglianze, ma quando un musicista può vantare un rapporto così particolare col pubblico tutto il resto conta poco e niente. Capossela non si propone di inventare nulla, il suo è un melange di musica, teatro, avanspettacolo, macchietta e circo che diventa originale nel momento stesso in cui attinge alle mille palesi influenze.
Ci ha pensato Vincenzo Costantino Chinaski a regalare il valore aggiunto alla serata, con un reading di pochi minuti, applauditissimo, della poesia Le Cento Città, rimanendo poi dietro le quinte a subire le divertenti stilettate ironiche lanciategli da Capossela.
Una descrizione dettagliata riempirebbe tutta la rivista, nel taccuino abbiamo annotato: un vecchio piano a coda mozza, un’insegna luminosa appesa sopra il palco, Achille Succi al clarinetto, il Mighty Wurlitzer, In Clandestinità, Mauro Ottolini al sousaphone , qualche passo di tip tap durante Una Giornata Perfetta, un piano giocattolo rosso donato da Pascal Comelade per Il Paradiso dei Calzini, assoli di theremin stile colonna sonora per fantascienza di serie B, i sequencer di Vincenzo Vasi, Alessandro Stefana al banjo, Dall’Altra Parte Della Sera, cappotto e colbacco, atmosfere mariachi, Lettere di Soldati, un evocativo harmonium e la pioggia fatta con lo schioccare delle dita, 15 minuti di pausa con il Saloon Burlesque, una sirena d’allarme, l'omaggio a Vysotsky di Gymnastica, Marajà con il saltellante contrabbasso di Glauco Zuppiroli, una maschera da scimmia per I Pagliacci, Medusa Cha Cha Cha, la Water Pagoda del palombaro di Canzone a Manovella, Che Cossè L’Amor In versione tex-mex, la tromba di Eusebio Martinelli, l’Human Pinata con Wonder in camicia di forza, Brucia Troia, lo scampanante Minotauro e la sua gabbia di lampadine, Cesare Malfatti dei La Crus, Nella Pioggia, il Corvo Torvo con un mantello nero, la grancassa di Zeno De Rossi, una rilettura di All’Una E Trentacinque Circa che pare uscire da un vicolo di New Orleans...un gran delirio collettivo e tanti, tanti coriandoli.
Tra un brano e l’altro piccoli monologhi, all’apparenza lievi ma pesantissimi nel leggere una situazione storica intricata e tragicomica; i testi di Capossela allineano una plétora di strambi nonsense che letti nella giusta luce sono molto più aderenti alla realtà di tante semplici, banali, parole.
In definitiva, uno spettacolo affascinante, stravagante, frenetico ma soprattutto divertente. L’idea di portarlo a Milano, trasformando un teatro del centro in un tendone a strisce bianche e rosse è stata una mossa geniale...o una pazzia, fate voi.
lunedì 23 febbraio 2009
Ivano Fossati - Conservatorio, Milano - 22/02/2009

Applauditissima rentrée meneghina in data 22 Febbraio 2009 per il cantautore genovese, già esibitosi lo scorso 4 Novembre nella medesima importante cornice. La Sala Verdi del Conservatorio si dimostra ancora una volta location perfetta, grazie all'ottima acustica ed al preciso e misurato impianto di amplificazione utilizzato.
La band, perfettamente rodata da decine di date nei teatri della Penisola, è una macchina solida, potente e dinamica, ben orchestrata negli arrangiamenti da Pietro Cantarelli (tastiere, pianoforte, effetti), già produttore dell'ultima fatica discografica a firma di Fossati, quel Musica Moderna, pubblicato nell'Ottobre 2008, che riportava il Nostro ad un songwriting diretto e deciso, con gli usuali splendidi testi, sapientemente incastonati in un'attitudine rock stradaiola.
Fabrizio Barale e Riccardo Galardini si dimostrano chitarristi di razza, il primo impegnato in prevalenza alle acustiche, il secondo alle elettriche.
L'immancabile Claudio Fossati alla batteria e Guido Guglielminetti al basso -noto ai più per essere il produttore degli ultimi lavori di Francesco De Gregori- compongono una sezione ritmica tosta e funzionale agli arrangiamenti elaborati da Cantarelli per questo tour.
Ivano Fossati sul palco non si risparmia, passando con disinvoltura dalla ballata up-tempo di stampo chitarristico al furore sanguigno delle percussioni, alla dolce malinconia del pianoforte, dimostrando simpatiche doti di entertainer e rara intelligenza artistica.
Set diviso in due parti, la prima dedicata in prevalenza ai brani di Musica Moderna, ormai metabolizzati dal gruppo e resi in maniera ineccepibile, la seconda incentrata sulle composizioni più note del cantautore ligure, con qualche chicca, per la gioia dei fans più irriducibili.
Fossati propone una scaletta con variazioni minime di data in data, lo spettacolo è concepito con una scansione obbligata, per mantenere una continuità nell'esibizione consentendo l'utilizzo di samples e l'ottima resa scenografica delle luci, certamente uno dei punti di forza dello show.
Tutti i brani sono degni di nota, ci permettiamo di segnalare La Guerra Dell'Acqua, Last Minute e Il Paese Dei Testimoni dall'ultimo album, brani nei quali la poetica Fossatiana sottende una caustica critica alla realtà dei nostri giorni. Le classiche Una Notte In Italia, I Treni A Vapore e La Musica Che Gira Intorno hanno invece scavato nel passato, riscaldando i cuori dei fans, decisi nell'omaggiare Fossati e band con una standing ovation al termine del secondo bis.
Da segnalare infine l'apertura del concerto, per sola voce e chitarra, ad opera del giovane cantautore palermitano Gaetano Civello, classe 1989, con due brani inediti che hanno mostrato buone doti di scrittura ed una vocalità a tratti molto interessante, ed una cover della ormai inflazionata Impressioni Di Settembre, dal repertorio della Premiata Forneria Marconi.
lunedì 9 febbraio 2009
Remo Anzovino – Blue Note, Milano - 08/02/2009

La proverbiale pigrizia dei milanesi, che notoriamente ammazzano il Sabato, ma la Domenica preferiscono oziare, spesso penalizza ciò che di buono hanno da offrire i cartelloni dei club meneghini. Domenica 8 Febbraio, Remo Anzovino ha regalato alla platea del Blue Note di via Borsieri una serata carica di emozione e poesia, fondendo musica ed immagini con un’intensità e un entusiasmo che avrebbero meritato un pubblico ben più numeroso.
Avvocato penalista prestato alla musica, il 33enne pianista di origine partenopea da anni si occupa della sonorizzazione di pellicole mute dei primi anni del ‘900, collaborando con prestigiose cineteche e partecipando ai più importanti festival internazionali.
Svincolandosi da un banalmente didascalico commento sonoro, Anzovino disegna architetture affascinanti volte a sostenere, esaltandole, le emozioni scatenate nel pubblico dalle immagini.
Le composizioni mescolano jazz, classica, tango, milonga e musica moderna, creando un melange di passionalità ed istinto, che non lascia indifferenti. Il supporto delle immagini aggiunge pathos e sostanza alla performance, portando letteralmente lo spettatore in una dimensione parallela, nel quale il tempo pare fermarsi.
Sul palco del Blue Note un trio: Remo Anzovino, chino al pianoforte, a scandire con bassi nervosi l’andamento delle composizioni, Gianni Fassetta, fisarmonicista solido nei contrappunti, sempre preciso e misurato e Marco Anzovino, fratello di Remo, chitarrista dalle spiccate propensioni ritmiche che lo portano spesso e volentieri a maltrattare la chitarra come fosse un cajòn.
La setlist ha privilegiato le composizioni tratte da Tabù, sorta di concept album pubblicato nel 2008, col quale l’autore ha voluto analizzare le trasgressioni contemporanee in un’ottica originale e modernista, avvalendosi però di stili musicali e frammenti di immagini lontani nel tempo.
Si sono così succedute la frenesia di Metropolitan, l’ansia scomposta de I Misteri Di Un’Anima, la struggente poetica di Dove Sei e di Son, il divertissement dissonante di Due Dita, l’apparente staticità di Que Viva Tina!. Finale con la title track, poi riproposta nei bis, preceduta dall’unico momento di solitudine sul palco per il pianoforte di Anzovino, nell’esecuzione della bellissima Deriva.
I filmati, proiettati su di uno schermo alle spalle del trio, hanno proposto spezzoni tratti dai capolavori di Murnau, Flaherty, Lang ed Eisenstejn, con le straordinarie performance espressive di due attori-icona del cinema muto: Louise Brooks e Buster Keaton. Splendido l’omaggio, durante l’esecuzione di Que Viva Tina!, alla fotografa rivoluzionaria Tina Modotti, con una sequenza di ritratti ed opere dell’artista di origine friulana in un crescendo emozionante ed intenso.
Una performance eccellente per un artista che con la sua aria da “capitato lì per caso” ha raccolto l’entusiasmo e la simpatia del pubblico, deciso nel tributargli una lunga e meritata ovazione finale.
sabato 7 febbraio 2009
Billy Cobham & Band – Blue Note, Milano - 6 febbraio 2009

A quasi 65 anni -è nato il 16 Maggio 1944- Billy Cobham può essere considerato a tutti gli effetti una leggenda vivente. Innovatore, sperimentatore, apripista per una generazione di batteristi che esplorò i confini tra jazz e rock, unendo finezze compositive e poliritmi del primo con irruenza e solidità del secondo, allo scopo di elaborare forme espressive intricate e complesse, cercando però di rifuggire la nicchia dentro la quale l'esasperazione tecnica stava ingabbiando il jazz moderno.
Cobham fu altresì il primo a sfatare il luogo comune secondo il quale il batterista in un gruppo è solitamente il meno dotato a livello compositivo. I suoi lavori mostrano grandi doti non solo per quello che riguarda le parti ritmiche, Billy è in possesso di solide basi musicali ed ha sempre dimostrato un gran gusto per la melodia, unito ad un approccio originale e raffinato.
Dall'esordio Spectrum (1973), da molti considerato il suo capolavoro, all'ultimo Fruit From The Loom (2007), Cobham ha mantenuto un'integrità artistica invidiabile, che gli ha permesso di confrontarsi con tutti i più importanti musicisti rock e jazz della seconda metà del '900.
Da un paio di anni Billy propone dal vivo i brani tratti dall'ultima fatica discografica, in compagnia di una band composta in prevalenza da musicisti europei (scelta influenzata anche dalla decisione di Cobham di trasferire la propria residenza a Zurigo, Svizzera, nel 1980): Jean Marie Ecay alla chitarra, Fifi Chayeb al basso, Christophe Cravero alle tastiere e l'ormai immancabile Junior Gill alle percussioni.
Il ruolo di Gill è fondamentale, grande importanza riveste l'utilizzo delle steel pan che conferiscono alle composizioni accenti caraibici, in un originale dualismo con le chitarre di Ecay.
Il basso di Chayeb, aggressivo e pulsante, si sposa appieno con le ritmiche toste di Cobham, il quale dà immancabilmente sfoggio di un groove strepitoso.
Al Blue Note Cobham & Band hanno letteralmente infiammato la platea, con solide digressioni sonore, ritmi potenti ed improvvisazioni di classe, mai fini a se stesse. Il leader in testa, ma tutti i componenti della band hanno avuto modo di ritagliarsi ampi spazi solisti, dando sfoggio di tecnica sopraffina e grande capacità di resa del suono d'insieme.
Le scalette dei due set, il primo più canonico e lineare, il secondo strepitoso per intensità ed arrangiamenti, hanno visto scorrere nuove e vecchie composizioni, da Spectrum a Red Baron, da Florianapolis a Sweet Bocas, passando per Stratus ed Eggshell Still On My Head.
Pubblico in visibilio, nel bel club di via Borsieri completamente esaurito, per la gioia di Cobham e band, che a fine concerto si sono trattenuti simpaticamente coi fans per foto ed autografi di rito.








