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mercoledì 19 settembre 2018

Dan Baird - All'Una e Trentacinque Circa, Cantù - 17/09/2018


Il primo evento internazionale nel programma settembrino del bel live club di Carlo Prandini porta sul palco la coerenza rock di Dan Baird, 64enne ex-leader di quei Georgia Satellites che per un buon decennio furono tra i migliori rappresentanti del rock'n'roll a stelle e strisce, piazzando tre album ai piani alti delle classifiche ed infiammando i palchi con esibizioni muscolari e prive di fronzoli, fino a che il Nostro non decise di dedicarsi a una carriera solista per la quale a breve celebrerà l'anniversario dei 30 anni.

Baird si presenta a Cantù accompagnato dai fedelissimi Homemade Sin, tra le cui fila militano il vecchio compagno di avventure coi Satellites Marco Magellan alla batteria, il pittoresco Warner E.Hodges (da Jason & The Scorchers) alla chitarra e l'ipercrinito bassista Sean Savacool. Una band dal suono solido e potente, tanto compatta nel far deflaglare le sventagliate elettriche dei brani più rock di Baird quanto precisa nell'assecondare le dinamiche delle ballate e dei brani più tendenti alla jam. Gli strumenti sono quelli che ci si aspetta di trovare tra le pagine di un bignami del rock americano: Gibson, Fender e Ludwig. Baird imbraccia la fidata Danocaster, chitarra del liutaio Dan Strain che da qualche tempo sostituisce nelle esibizioni live la preziosa Fender Esquire che fu di Steve Marriott.

Dopo essersi sistemato il top hat d'ordinanza, il Nostro mette subito le cose in chiaro: saranno due ore tirate di sano rock, con una set list equamente divisa tra brani nuovi e successi del passato. Ecco dunque alternarsi composizioni storiche come I Love You Period, Julie + Lucky e Crooked Smile e brani più recenti, come Bust Your Heart o Something Better, dal nuovo album 'Screamer' (JCPL Records), fresco di pubblicazione. Tra riff poderosi e fervore elettrico, con Hodges che si diverte a lanciare in spin la propria chitarra mentre si esibisce in spericolati assoli, e Baird che dimostra di non avere perso né un grammo di carisma né l'inconfondibile voce con quella sua mediosa strafottenza, la serata fila come un treno, per la gioia del numeroso pubblico sotto il palco, tra scorribande rock, citazioni zeppeliniane, derive southern e ballate straccia-mutande.

Personaggi come Baird e soci sono autentici libri di testo viventi per tutti i musicisti che si approcciano al sano vecchio rock; hanno ancora molto da insegnare e, disco dopo disco, tengono degnamente in vita quel dinosauro che tutti i critici musicali danno ormai per estinto ma che quando meno te l'aspetti assesta colpi di coda devastanti, come quello di ieri. Gran serata.

mercoledì 12 settembre 2018

All'una e Trentacinque Circa - Settembre 2018

Tornano le serate di grande musica All'Una e Trentacinque Circa di Cantù. L'apertura della nuova stagione del locale di Carlo Prandini è fissata per Sabato 15 Settembre; sul palco la band verbanese The Midnight Kings. Primo evento internazionale, Lunedì 17, il concerto del sempreverde Dan Baird con i suoi Homemade Sin, tutto il resto lo trovate elencato sul manifesto che segue. Non mancate!

Clicca per ingrandire

giovedì 19 ottobre 2017

Robyn Hitchcock @ All'1.35 Circa, Cantù - 12/10/2017


In una insolitamente calda serata ottobrina, un discreto manipolo di appassionati assiepa i tavoli dell'accogliente club canturino, per assistere al ritorno in Italia dello stralunato cantautore londinese ormai da tempo residente a Nashville, impegnato nel fitto tour di presentazione dell'ottimo album omonimo, pubblicato il 21 Aprile scorso per la benemerita Yep Roc. Robyn Hitchcock è un nome di culto, un cantautore peculiare, creativo e divertente, un personaggio unico, amatissimo dai colleghi e da uno zoccolo duro di fans; poterlo ammirare sui palchi nostrani è un'occasione imperdibile.

Apre la serata Annie Barbazza, giovane cantautrice le cui radici musicali muovono da molto lontano, dalla psichedelia e dal prog britannico, influenze palesi nella proposta musicale, che le hanno permesso di calcare le scene in compagnia di nomi storici come Greg Lake, Area e Aldo Tagliapietra. Eccellenti doti vocali e buona attitudine sul palco, Barbazza si destreggia bene su una tracklist composta esclusivamente di cover, aperta da una sorprendente Arnold Layne. La volontà di non proporre nessun brano originale è forse un po' limitante, ma la scelta dei brani è risultata comunque felice; non capita spesso di poter ascoltare la splendida Dear God degli XTC interpretata con il giusto piglio.

Con flemma tutta britannica Mr.Hitchcock prende posto sul palco con la fida chitarra sotto braccio; veste una delle camicie sgargianti che lo hanno reso celebre e spesso si sistema il lungo ciuffo di capelli bianchi del quale va evidentemente fiero, sebbene durante il concerto si lascerà scappare un commento sulla, a suo dire, meravigliosa chioma di Bryan Ferry. L'ottima amplificazione del locale canturino permette al pubblico di godere appieno di tutte le sfumature presenti nelle esecuzioni in solo di Hitchcock: dal suono splendido della chitarra, che il nostro padroneggia con originalità e grande maestria, alle evoluzioni vocali e liriche di un autore che viaggia costantemente ai limiti del nonsense, alternando momenti di anarchia sonica a monumentali espressioni di grande qualità artistica.

Ecco dunque un bell'excursus nella carriera del nostro, con qualche brano dall'ultimo album (I Want To Tell You Aboout What I Want, I Pray When I'm Drunk), diversi dai suoi lavori con gli Egyptians (My Wife and My Dead Wife, Balloon Man, Madonna of the Wasps) e alcune chicche dal repertorio degli storici Soft Boys. Hitchcock si destreggia bene anche come affabulatore e riempie gli spazi tra un brano e l'altro di divertenti aneddoti e storielle, conditi da sguardi allucinati e umorismo tutto british. Dopo una buona ora e mezza di musica il concerto si chiude con il ritorno di Annie Barbazza sul palco in veste di seconda voce e chitarra per un paio di encore

lunedì 10 luglio 2017

Dale Watson & Ray Benson - Lignano Sabbiadoro, 8 Luglio 2017


L'Arena Alpe Adria è una struttura molto particolare, progettata per ospitare eventi musicali di media portata (capienza dichiarata circa 2500 posti) e situata a due passi dal centro storico della frequentatissima località balneare friulana. Scelta come location per l'unica data italiana delle due glorie del country texano, si è rivelata fin troppo ampia per un pubblico che, con una stima ottimistica, non superava le 150 unità. Evidentemente l'organizzazione pensava di poter contare su un bacino di utenza ben più ampio, magari comprendente, oltre a quelli italiani, i fan del genere sloveni e croati. Così non è stato e coloro i quali avrebbero preferito vedere il duo in azione sul palco di un piccolo club tra olezzo di sudore e sentori alcolici forse non avevano tutti i torti, dato che, oltre alla poca affluenza di pubblico il concerto, pur potendo disporre di un dispiegamento di mezzi di tutto rispetto, è stato penalizzato anche da una gestione dei suoni poco felice.

L'impianto di amplificazione era infatti più che adeguato, con imponenti colonne di diffusori e una bella schiera di sub utilizzati tutt'altro che con parsimonia da chi gestiva le operazioni al mixer, per la gioia della prima fila che, dopo un paio di brani, sceglieva quasi in toto di arretrare di qualche metro per evitare di uscire dal concerto rintronata come dopo un match contro il Tyson dei bei tempi. Effettivamente un club da 200 posti sarebbe stato l'ideale, anche per mettere più a proprio agio i musicisti, i quali ad inizio concerto parevano abbastanza demoralizzati per la scarsa affluenza. Questo non ha comunque inficiato la performance che è stata senza ombra di dubbio di altissimo livello, con un andamento in crescendo e una risposta del pubblico molto calorosa.

Watson, Benson e soci non si sono risparmiati, proponendo nelle due ore di concerto quasi tutti i brani del recente Dale & Ray (Mailboat, 2017), alternati ai rispettivi cavalli di battaglia, mettendo in campo un gran vigore e una coinvolgente carica di simpatia. Tra un pezzo e l'altro i due hanno inscenato un botta e risposta continuo, snocciolando battute, ricordi, tributi ad amici scomparsi e qualche divertente marchetta alla Lone Star Beer, il tutto con forti dosi di autoironia, costantemente innaffiato da grandi quantità della bionda bevanda. Sul palco, oltre alle belle voci baritonali e alle Telecaster dei due leader, la sezione ritmica formata dalla batteria di Mike Bernal e il contrabbasso di Chris Crepps, lo straordinario violino di Dennis Ludiker e la steel guitar di Don Pawlak, quest'ultima lo strumento più penalizzato dall'impianto, in diversi momenti praticamente assente.

Tra western swing, old style, divagazioni rockabilly e outlaw, i due hanno messo sul piatto un repertorio fieramente ameripolitan, trasportando i presenti nell'universo del country tradizionale, quello che faticosamente cerca di non soccombere allo smielato pop mascherato da country degli artisti mainstream nashvilliani. Uno spettacolo che come detto meritava una location meno pretenziosa e un pubblico più numeroso, ma di questi tempi bisogna accettare quello che passa il convento, accontentandosi di poter dire:"noi c'eravamo."

(video da Youtube; foto di Carlo Merlo)

giovedì 25 maggio 2017

Jesca Hoop - Teatro Bloser, Genova 24/05/2017


Location molto particolare quella prescelta per la prima assoluta italiana della cantautrice californiana, da tempo stabilmente domiciliata in quella Manchester scossa proprio in questi giorni dall'attentato terroristico sferrato a margine del concerto di Ariana Grande che la Hoop ha voluto commentare con poche parole molto sentite. Il minuscolo Teatrino sotterraneo di Piazza Marsala, un tempo laboratorio per l'avanguardia, le piccole compagnie di esordienti e i cabarettisti, da un paio di anni recuperato in una forma molto simile a quella originaria e rinominato Teatro Bloser, è la propaggine culturale di uno dei locali più interessanti della città della Lanterna, quel Beautiful Loser che oltre ai piaceri della tavola coltiva da sempre una predilezione per certa musica di nicchia. 

Una piccola sala nata negli anni '60 che conta meno di un centinaio di posti a sedere, intima e carica di fascino; un luogo nel quale è ancora possibile respirare l'odore delle tavole del palcoscenico mischiato agli afrori umidi di uno scantinato, immaginandosi immersi nelle atmosfere anni '60 di un piccolo club del Greenwich Village e sentendosi in qualche modo parte di un gruppetto di privilegiati. Ad aprire la serata, l'esibizione di un'artista ormai di casa al Bloser: Carlotta Risso aka Charlie, cantautrice genovese classe 1977, con una passione per certo folk statunitense e una vocalità che a tratti ricorda quella di Dolores O'Riordan. Il suo breve set in compagnia del violinista Antonio Capelli riscalderà adeguatamente la platea.

Jesca Hoop si presenta sul palco a piedi nudi, con un vaporoso vestito scuro e la consueta capigliatura arzigogolata, in compagnia della brava polistrumentista Kirana Peyton, indispensabile spalla sia in veste di musicista sia in quella di seconda voce. Il duo è ampiamente rodato e gli arrangiamenti, anche grazie ad un impianto audio molto ben gestito, non fanno rimpiangere le atmosfere dei lavori in studio, in particolare il recente 'Memories Are Now' (Sub Pop 2017), dal quale provengono gran parte dei brani in scaletta. Ecco dunque l'elegiaca Songs of old,  splendida apertura di concerto con la sua struttura scarna ed essenziale, la disillusa The lost sky, la dolce Pegasi e la title-track, blues dalle cadenze sghembe che in questa versione minimale non perde  una briciola della potenza espressiva che ha su disco.

C'é spazio anche per alcuni brani più datati, dalla sincopata Whispering light, con le voci a compiere affascinanti evoluzioni, per nulla scontate, alla delicata Born to, la cui parte centrale mette in evidenza il grande affiatamento del duo, e per un paio di episodi nati da recenti fortunate collaborazioni: Murder of birds, cantata in studio con Guy Garvey (Elbow) e Know the wild that wants you, estratta dal bel disco realizzato lo scorso anno in coppia con Sam Beam/Iron & Wine ('Love Letters For Fire', Sub Pop).  Due i bis, con la conclusiva Storms make grey the sea regalata all'attento pubblico in versione totalmente unplugged. Jesca Hoop è artista dalle doti non comuni, autrice tra le più interessanti emerse negli ultimi anni e performer in grado di sviluppare un'alchimia col pubblico molto profonda, per questo meriterebbe una platea decisamente più ampia di quella della bella location genovese.

martedì 16 maggio 2017

Dan Stuart & Don Antonio - 15/05/2017 All'1 e 35 Circa, Cantù (CO)


Sweet and bitter, dolce e amaro; così l'ex-Green On Red ha definito l'alternarsi dei brani della  scaletta canturina, tra rimandi al glorioso passato e gustosi assaggi di un presente forse meno fortunato in termini di visibilità, ma sempre di alto livello, per un autore ancora perfettamente in grado di dosare gli elementi necessari a rinvigorire un genere che sembra ben lontano dal voler esalare l'ultimo respiro. Pubblico equamente diviso tra appassionati e addetti ai lavori, quello assiepato tra i tavoli del bel locale di Cantù, baluardo lombardo della buona musica, scelto come location per l'ultima data di questa mini tournée italiana in compagnia di Antonio Gramentieri e compagni. 

Stuart si è presentato in buona forma, a livello vocale ma anche nella veste di intrattenitore, in grado di coinvolgere pubblico e band dosando con sapienza il proverbiale sarcasmo ed evitando intelligentemente la spesso pesante pantomima dell'americano che prova, in maniera tragica, a spiccicare qualche parola di italiano. Sul palco con lui, oltre al barbuto 'Don,' corredato di Telecaster d'ordinanza, il batterista Diego Sapignoli e il polistrumentista Franz Valtieri. Quest'ultimo, oltre a cimentarsi con bass synth, fiati e percussioni, sarà anche uno dei bersagli dell'ironia di Stuart, dimostrandosi un'ottima spalla oltre che un traduttore pronto alla bisogna. Nel finale spazio anche per Andrea Scarso, aka Caterino Riccardi, con le sue percussioni e l'ormai proverbiale washboard.

Il concerto viaggia deciso, con brani della recente produzione del songwriter da Tucson, in particolare dall'ultimo lavoro 'Marlowe's Revenge', intervallati da composizioni pescate qua e là nella discografia della band losangelina. Gli arrangiamenti sono minimali per il numero esiguo di strumenti sul palco, ma "grossi" nel suono, con la multicolore batteria vintage di Sapignoli ad arricchire di colori il tessuto sonoro creato dalla piccola tastiera con funzione di basso manovrata da Valenti, e soprattutto dagli effetti della chitarra di Gramentieri, in grado di alternare bollenti riverberi desertici a ficcanti sventagliate elettriche sulle tracce delle sonorità del Paisley Underground.

Una dietro l'altra scorrono dunque, in una sorta di film a tinte forti sulla frontiera tex mex, la tesa What are you laughing about?, la sincopata Elena e l'oscura Gringo go home, vecchi successi come Zombie for love,  Gravity talks e Down to the bone, ma anche due ottime cover: una splendida That's how every empire falls, dal songbook di R.B.Morris, e una sorprendente Suspicious minds, ovviamente cantata da tutto il pubblico. Spazio anche per due brani della band, tratti dal recente disco eponimo, mentre Stuart si prende una pausa per gustare una meritata sambuca che poi provvederà a servire sul palco con tanto di vassoio. Come sempre ottimi i suoni del locale canturino, è un piacere ascoltare la buona musica quando è così ben proposta. Dan Stuart non ha certo deluso le aspettative, il 56enne songwriter tiene il palco alla grande, ha un ricco repertorio di ottimi brani e il connubio con Don Antonio and company si è dimostrato ancora una volta vincente.

martedì 14 marzo 2017

Delta Saints - 13/03/2017 All'1 e 35 Circa, Cantù (CO)

In tanti hanno cercato una definizione calzante per il genere proposto dal quintetto di Nashville che nella serata di ieri, 13 Marzo 2017, ha infiammato il palco dell'Una e Trentacinque Circa di Cantù, davanti ad un pubblico attento e partecipe, sebbene non nutrito quanto una band di quel livello meriterebbe. Nei comunicati stampa, con una certa ironia, loro stessi si descrivono come "Bourbon-Fueled Bayou-Rock Band" e possiamo partire da questo per delineare riferimenti più ampi e calzanti. 

Nato nel 2007, come gruppo dai forti accenti southern ma chiaramente figlio del rock degli anni '90, il combo guidato dal cantante e chitarrista Ben Ringel porta sul palco le sonorità di band come Allman Brothers e Black Crowes, inserendole in una sorta di piccola enciclopedia delle influenze musicali che non risparmia latitudini e generi: dal grunge al college rock, dall'indie britannico allo stoner. Il risultato è un mix di linguaggi che, se al primo ascolto può in qualche modo spiazzare, sulla lunga distanza mostra una coerenza stilistica e una freschezza che da tempo parevano diventate merce rara.

Questo li ha portati ad essere apprezzati anche in Europa, area che bazzicano fin dagli esordi, avendo trovato un buon seguito in nazioni musicalmente più curiose della nostra, come Belgio, Olanda e Germania. Eccoli dunque a percorrere col loro van le strade del vecchio Continente, in un mese di Marzo serratissimo di date che li porterà ad esibirsi anche in Francia, Spagna e Svizzera.
Nell'ora e mezza di esibizione canturina hanno sciorinato un ricco e variegato repertorio, pescando in egual misura dai due album finora pubblicati (Death Letter Jubilee, 2013 e Bones, 2015), nonché da Monte Vista, nuovo lavoro in uscita il 28 Aprile prossimo. 

Il bel club nel comasco può vantare una acustica di alto livello, fattore determinante per la buona resa di un concerto nel quale le dinamiche e la ricerca sonora sono fondamentali. La band è chiaramente molto ben rodata, la sezione ritmica viaggia spedita, con il basso preciso e potente di David Supica e la batteria solida di Vincent Williams; questi, inseritosi di recente nella band, ha portato in dote un gusto per la percussione più tendente al groove, con qualche digressione nel gospel drumming mai invadente. La parte del leone la fanno comunque le chitarre del dotatissimo cantante Ben Ringel, ritmico indiavolato tra resofonica, acustica ed elettrica, e Dylan Fitch, bravissimo alla slide, nonché le tastiere di Nate Kremer, vera colonna portante del sound della band.

Spazio dunque al blues psichedelico di Sometimes I worry e Bones, ai groove irresistibili di Berlin, A bird called Angola e Heavy hammer, ed alle nuove California e Space Man; sul palco la band ha dato il massimo, portando a termine un'esibizione da ricordare a lungo. Unico rammarico la poca presenza di giovanissimi: un gruppo che si muove nel nutrito sottobosco delle college radio americane, capace di riempire di ragazzi scatenati i club del Nord Europa, nel nostro Paese raduna un pubblico di adulti appassionati, che si dimostrano molto più curiosi e attenti verso ciò che ogni giorno si affaccia sul mercato musicale rispetto ai giovani, i quali spesso paiono snobbare certe forme di divertimento, forse considerate non abbastanza social.

venerdì 17 febbraio 2017

Midnight Oil - The Great Circle Tour 2017


Arriva un po' a sorpresa, con una conferenza stampa organizzata su una nave nel porto di Sidney, l'annuncio di un lungo tour mondiale per la leggendaria band australiana, riformatasi dopo 15 anni. La tournée partirà alla fine di Aprile dal Brasile e toccherà Europa e Stati Uniti, concludendosi a Novembre con un trionfale ritorno in patria. Come prevedibile, nessuna data italiana in programma, le più vicine saranno in Francia, Svizzera e Germania. Biglietti già in vendita online.

Formazione al gran completo, con Peter Garrett, Rob Hirst, Jim Moginie, Martin Rotsey e Bones Hillman. Contestualmente al tour sarà ripubblicato tutto il back catalogue della band, anche in diverse  edizioni deluxe con inediti audio e video.  
Date e info su www.midnightoil.com


mercoledì 8 febbraio 2017

Nick Cave in Italia a Novembre

Ecco le date del tour Europeo 2017 di Nick Cave and The Bad Seeds.
Biglietti in vendita dalle 10.00 di Venerdì 17 Febbraio.

giovedì 23 aprile 2009

Hopeless Jazz Band - Caffé Doria 21/04/2009


Formazione attiva dai primi anni ottanta, tra le più longeve sulla scena milanese, la Hopeless Jazz Band propone un frizzante repertorio di jazz tradizionale bianco, con frequenti puntate in territori Swing e New Orleans-Style, interpretati con grande rispetto, entusiasmo ed una buona dose di sano divertimento. Guidata dal simpatico Gino Valdegrani, trombonista, cantante e musicologo di grande esperienza, la band ha all'attivo la partecipazione ad alcuni tra i più importanti festival italiani ed internazionali dedicati al jazz delle origini.


Per lungo tempo house band del Jazz Cafè di Corso Sempione, la “banda dei senza speranza” trova ora spazio nell'ottimo jazz club del Caffé Doria, per regalare al pubblico un tuffo nel passato, a riscoprire brani e personaggi di un'epoca lontana e piena di fascino.

Grande merito dunque alla band milanese ma soprattutto al locale attiguo all'Hotel Doria, il quale si dedica con passione ad un genere spesso sottostimato, allestendo un ricco cartellone mensile nel quale spiccano alcuni tra i più importanti jazzisti italiani della “vecchia guardia”.


La serata del 21 Aprile scorso ha visto una partecipazione di pubblico non numeroso, ma da un Martedì sera della pigrissima Milano di questi tempi non sarebbe stato comunque lecito aspettarsi di più. Band in buona forma, con il solito Valdegrani ad imperversare anche in veste di cantante, gigioneggiando da consumato crooner, e gli ormai fidati pards della sezione fiati, Francesco Licitra al clarinetto e Giancarlo Mariani alla tromba, a lanciarsi vicendevolmente gli innumerevoli assoli, caratteristica principale del genere, con il pianoforte del navigato Guido Cairo a tirare le fila, sospinto dalla batteria del giovane Alessio Pacifico e dal contrabbasso di Max Rovati (ospite in sostituzione dell'assente Giorgio Alderighi).


In scaletta una lunga serie di standard come I'm Gonna Sit Right Down and Write Myself a Letter, Basin Street Blues, Rosetta, I Found A New Baby, It's a Long Way To Tipperary, Tiger rag e l'immancabile finale di When The Saints Go Marching In.

Le piccole pecche in fase esecutiva, dovute sia alla mancanza di affiatamento con il contrabbassista “supplente” sia alle dinamiche della batteria, a volte fin troppo cariche, non hanno condizionato lo svolgimento della performance, godibile e mai troppo seriosa.

Due set separati da una breve pausa, nei quali la band ha dato fondo alle proprie energie, riempiendo il bel locale di via Andrea Doria di buone vibrazioni.




venerdì 10 aprile 2009

Tuck & Patti - Blue Note, Milano - 7, 8, 9 Aprile 2009


Sorride beata Patricia “Patti” Cathcart, piedi nudi ed abito svolazzante a coprire le generose forme da matrona del jazz, mentre stringe con forza la mano al riccioluto ed allampanato compagno Tuck Andress, al termine delle acclamatissime esibizioni tenute al Blue Note di via Borsieri nel corso di tre serate consecutive, il 7, 8 e 9 Aprile scorsi, ormai consolidata consuetudine nella Primavera musicale meneghina.

 

La forza espressiva di questa icona del jazz al femminile si placa nell'abbraccio mimato con calore in direzione del pubblico, negli sguardi di intesa e di soddisfazione lanciati verso lo strampalato compagno di vita, costantemente avvinghiato alla sua Gibson L-5 del 1949, ed in quella stretta di mano nella quale scorre la forza di un amore che ha portato la coppia a girare il Mondo, sempre insieme, regalando al pubblico un po' della potenza di quel sentimento che pare investirli costantemente.


Sono belli, Tuck And Patti, belli nel loro essere così diversi e così complementari, lui chitarrista bianco dalla tecnica strabiliante, artefice di un chitarrismo spettacolare nelle nervose progressioni tra walking bass e fingerstyle, in un connubio percussivo-armonico inimitabile, lei cantante nera dalle straordinarie doti improvvisative, figlia del vocalismo di Sarah Vaughan e Nina Simone.

E' uno spettacolo vedere Andress inseguire con lo sguardo, quasi a fatica, le evoluzioni delle proprie mani sulla tastiera di quella splendida chitarra vintage, mentre scruta con la coda dell'occhio la fisicità del vocalismo scuro e multiforme della compagna. 


Pescando tra i numerosi album pubblicati, Tuck & Patti hanno proposto alcune tra le più belle composizioni da loro firmate: Confort Me, Chocolate Moment, Rejoice, My Romance, Takes My Breath Away e le consuete cover di Europa (Santana), con tanto di ironica presentazione da parte di un insospettabile Andress, e della celeberrima Time After Time (Cyndi Lauper), per la quale Patti ha coinvolto come di consueto il pubblico ai controcanti, in un applauditissimo bis.

Disponibili e simpatici i due si sono infine prestati alla session di autografi, senza lesinare sorrisi, abbracci e chiacchiere con gli affezionatissimi fans milanesi.


Dal 1978 i due si tengono per mano sui palchi di tutto il pianeta, mostrando la bellezza di un rapporto che va al di là di tanti inutili preconcetti, fortemente cementato dalla musica, la quale ha propiziato un incontro importante divenendo chiave di volta di una carriera trentennale, incentrata sulle emozioni che una chitarra ed una voce sono in grado di regalare.


martedì 7 aprile 2009

Pierre Favre - Istituto Svizzero, Milano - 06/04/2009


Location infelice quella predisposta per l'esibizione di uno dei musicisti europei più originali e innovativi. La sala situata all'interno dell'Istituto Svizzero di via Vecchio Politecnico è risultata inadatta ad ospitare sia le sonorità di un set percussivo così particolare, sia un pubblico non da grandi numeri, ma certamente superiore alle aspettative degli organizzatori.


Circa duecento persone stipate in una sala malamente attrezzata, con pochi posti a sedere ed una temperatura da clima tropicale che hanno scoraggiato un gran numero di spettatori, i quali hanno abbandonato la location dopo pochi minuti.

Un vero peccato, perché la performance “Poetry In Motion” del settantaduenne Pierre Favre avrebbe meritato sicuramente un ambito molto più importante.


Con il consueto enorme set di percussioni, comprendente una batteria con doppia cassa, un mastodontico tamburo, due enormi gong, djembé e darbouka, jam blocks, shakers e piatti di tutti i tipi, Favre ha letteralmente conquistato l'eterogeneo pubblico intervenuto con i suoi poliritmi ostinati, inseriti in uno spazio sonoro in continua mutazione, tra scene di ossessivo tribalismo ed escursioni in territori dispari quanto mai intricati e  complessi.


Utilizzando di volta in volta mani, bacchette, tubi ed altri oggetti più o meno ortodossi, l'artista originario di Neuchatel ha mostrato tutte le sfaccettature del proprio viscerale rapporto con i suoni percussivi, frutto della vibrazione di membrane o delle risonanze metalliche, partendo dalla creazione di climax drammatici, all'interno dei quali venivano inserite strutture ritmiche in una sorta di loop continuo, sulle quali poggiavano poi le nervose sfuriate ritmiche in un'alternanza di suoni e strumenti.


Le esibizioni di Favre non sono semplicemente lunghi a solo per strumenti a percussione, bensì veri e propri percorsi verso costruzioni armonico/ritmiche oltremodo affascinanti, sorta di strabilianti coreografie sonore.

La tecnica sopraffina, sempre al servizio della creatività, unita all'eccezionale aplomb ed all'ironia velata che Favre inserisce nelle perfomance, hanno arricchito uno spettacolo emozionante ed intenso, che nemmeno i problemi logistici sono riusciti ad inficiare. La speranza è di poter riavere presto a Milano l'artista elvetico, magari inserendolo in uno spazio più adatto alle sue spettacolari installazioni sonore.




giovedì 26 marzo 2009

Larry Carlton - Blue Note, Milano - 25/03/2009


Quanti chitarristi si possono permettere di cominciare una serata con una riscrittura, ironica ma piena di fascinazioni timbrico/sonore, di Happy Birthday To You?

La risposta è semplice: solamente una leggenda vivente come Larry Carlton, il quale, salito puntualmente sul bel palco del club milanese, dopo la presentazione del simpatico Nick The Nightfly, dedica il brano a tutti coloro che come lui, nato il 2 Marzo 1948, hanno compiuto gli anni nel mese in corso, chiedendo addirittura al pubblico su quali tonalità suonare -per la cronaca Sol e Sib-.


Carlton, con le immancabili Gibson 335 (è soprannominato Mr.335) e valley Arts acustica sotto braccio, è in ottima forma, scherza coi presenti e “riscalda” le dita con un paio di brani in solitudine, nei quali mette in mostra l'inimitabile bagaglio di tecnica e gusto; quindi presenta i due musicisti che lo accompagneranno in questo viaggio attraverso la propria fitta discografia: il figlio Travis Carlton, straordinario bassista dal fisico mastodontico, autore dei passaggi che più hanno entusiasmato la platea ed il batterista Gene Coye, solido ed essenziale quando necessario, veloce e pirotecnico se lasciato libero di instillare energia devastante nelle dinamiche potentissime che è in grado di esprimere.


Repertorio che come di consueto si muove su territori meticci, iniettando forti dosi di blues su ritmiche funk e melodie potenti su terzine e poliritmi, la musica di Larry Carlton non può essere definita semplicisticamente, sfiora il jazz mantenendo forti connotazioni fusion, tra autentiche cavalcate chitarristiche, fraseggi morbidi e possenti sfoghi, con il poliedrico solismo del leader inserito in un tessuto ritmico efficace ed articolato. Carlton Jr. e Coye sono una autentica macchina da ritmo, una sicurezza sulla quale Carlton Sr. (che non smette di mostrare il proprio orgoglio per la bravura del figlio), può permettersi la tranquillità nell'esplorare le diverse sfumature dello strumento.


High points della serata: Sunrise, Smiles And Smiles To Go, Red Hot Poker, The Prince e l'immancabile Josie (dal repertorio degli Steely Dan), riproposte in maniera strepitosa.

Ennesimo trionfo al jazz club di via Borsieri per il chitarrista da Torrence, che fino a tutta la prima settimana di Aprile sarà in tour nel Vecchio Continente.




sabato 7 marzo 2009

Joshua Redman - Blue Note, Milano - 06/03/2009


In occasione dell'uscita dell'ottimo Compass, pubblicato nel Gennaio 2009 su etichetta Nonesuch, Joshua Redman ritorna sul palco del Blue Note di via Borsieri per due date in trio, accompagnato dall'ormai onnipresente Reuben Rogers al contrabbasso e dal  pirotecnico Clarence Penn alla batteria.


Accolto da un'autentica ovazione, Redman sale sul palco scherzando con i colleghi; un rapido saluto al pubblico ed è subito il classicissimo Mack The Knife ad aprire la serata in maniera pimpante. Il trio gira già a mille, con il leader ad imbastire trame hard bop sullo swing deciso della sezione ritmica. Redman pare divertirsi parecchio, successivamente confesserà tra il serio e il faceto di avere bevuto qualche bicchiere di troppo, suscitando l'ilarità dei presenti.


I brani del nuovo album si alternano a vecchie composizioni e standard, arricchiti da improvvisazioni solide nei poliritmi della batteria di Penn e liriche nelle evoluzioni del sax, soprano e tenore, di Redman, il quale ancora una volta, casomai ce ne fosse bisogno, si dimostra musicista tra i più ispirati della scena jazz dei nostri giorni.

Faraway, Round Reuben e Little Ditty non sfigurano affatto tra i classici di Redman e i consueti omaggi a Rollins e Parker, mettendo in luce le peculiarità stilistiche ed il solido interplay del trio.


Redman, sempre più padrone del palco, fenomenale nei cambi di ritmo, tecnicamente ineccepibile, tiene in pugno le composizioni ed esalta la bravura dei comprimari, lasciandoli liberi di esprimere solismi strabordanti ed istrioniche improvvisazioni, allontanandosi dall'inciso in direzione di  istintive jam, ricadendovi poi con decise progressioni dinamico/ritmiche.


Reuben Rogers (tra le sue collaborazioni spiccano i nomi di Roy Hargrove, Dianne Reeves e Nicholas Payton) è contrabbassista che con gusto e misura evita ogni forma di solismo esasperato; all'apparenza il meno incisivo dei tre, è invece motore indispensabile nell'economia del gruppo. 

Clarence Penn (Dizzy Gillespie, Steps Ahead, Wynton Marsalis), batterista dal groove poderoso, nervoso e roboante nell'approccio ai tamburi, regala strepitosi spunti dinamici ed assoli al fulmicotone. 


In molti avrebbero gradito la presenza sul palco di Brian Blade, Larry Grenadier e Gregory Hutchinson, per riportare appieno le favolose atmosfere del doppio trio presenti in Compass, ma lo spettacolo offerto da Redman, Rogers e Penn ha convinto ed entusiasmato gli appassionati di jazz milanesi, sempre più affezionati al sassofonista di Berkeley.



martedì 24 febbraio 2009

Vinicio Capossela - Teatro Smeraldo, Milano – 10/02/2009


Accomodarsi sulle poltroncine trendy del Teatro Smeraldo, per assistere al delirante side show di Vinicio Capossela, fa un po’ strano. L’atmosfera da soirée, i drappi damascati, le signorine in giacchetta che ti accompagnano al posto numerato, paiono un fragile involucro pronto a disintegrarsi al deflagrare delle prime note di pianoforte.

Tutto esaurito per queste tre date milanesi, aggiunte al tour a grande richiesta; pubblico eterogeneo, età media sorprendentemente bassa, un’umanità varia che comprendeva persino alcune signore fin troppo eleganti, con probabile biglietto omaggio in tasca, alle quali il buon Vinicio sarà stato descritto come una sorta di Giovanni Allevi un po’ svitato. Speriamo si siano divertite…


Certo è che questo Solo Show allestito dal cantautore nato ad Hannover rappresenta senza tema di smentita uno degli spettacoli più interessanti e coinvolgenti proposti da un artista italiano negli ultimi anni.

La squinternata comitiva di freaks che circonda Capossela è un caravanserraglio irresistibile, dal mago-giocoliere-illusionista-escapologo Christopher Wonder, che annuncia al megafono l’apertura del sipario attraversando la platea sui trampoli, all’Orchestrina coi musicisti agghindati in maniera che definire peculiare è il minimo, passando per il gigante, la lanciatrice di coltelli Jessica Love ed il coniglietto che ricorda in maniera inquietante l’onirico personaggio di Donnie Darko.


Nel mezzo di un’atmosfera che piacerebbe a Tim Burton, Capossela, indossando la tuba d’ordinanza, attacca la spina e parte con Il Gigante e il Mago, mettendo in moto un turbinìo di colori e sapori circensi. Vinicio gran mattatore, band tosta ed originale, contorno di personaggi da Barnum dei Navigli, pubblico letteralmente in delirio. Volendo fare i soliti azzeccagarbugli si potrebbero abbozzare paragoni e cercare somiglianze, ma quando un musicista può vantare un rapporto così particolare col pubblico tutto il resto conta poco e niente. Capossela non si propone di inventare nulla, il suo è un melange di musica, teatro, avanspettacolo, macchietta e circo che diventa originale nel momento stesso in cui attinge alle mille palesi influenze.


Ci ha pensato Vincenzo Costantino Chinaski a regalare il valore aggiunto alla serata, con un reading di pochi minuti, applauditissimo, della poesia Le Cento Città, rimanendo poi dietro le quinte a subire le divertenti stilettate ironiche lanciategli da Capossela.

Una descrizione dettagliata riempirebbe tutta la rivista, nel taccuino abbiamo annotato: un vecchio piano a coda mozza, un’insegna luminosa appesa sopra il palco, Achille Succi al clarinetto, il Mighty Wurlitzer, In Clandestinità, Mauro Ottolini al sousaphone , qualche passo di tip tap durante Una Giornata Perfetta, un piano giocattolo rosso donato da Pascal Comelade per Il Paradiso dei Calzini, assoli di theremin stile colonna sonora per fantascienza di serie B, i sequencer di Vincenzo Vasi, Alessandro Stefana al banjo, Dall’Altra Parte Della Sera, cappotto e colbacco, atmosfere mariachi, Lettere di Soldati, un evocativo harmonium e la pioggia fatta con lo schioccare delle dita, 15 minuti di pausa con il Saloon Burlesque, una sirena d’allarme, l'omaggio a Vysotsky di Gymnastica, Marajà con il saltellante contrabbasso di Glauco Zuppiroli, una maschera da scimmia per I Pagliacci, Medusa Cha Cha Cha, la Water Pagoda del palombaro di Canzone a Manovella, Che Cossè L’Amor In versione tex-mex, la tromba di Eusebio Martinelli, l’Human Pinata con Wonder in camicia di forza, Brucia Troia, lo scampanante Minotauro e la sua gabbia di lampadine, Cesare Malfatti dei La Crus, Nella Pioggia, il Corvo Torvo con un mantello nero, la grancassa di Zeno De Rossi, una rilettura di All’Una E Trentacinque Circa che pare uscire da un vicolo di New Orleans...un gran delirio collettivo e tanti, tanti coriandoli.


Tra un brano e l’altro piccoli monologhi, all’apparenza lievi ma pesantissimi nel leggere una situazione storica intricata e tragicomica; i testi di Capossela allineano una plétora di strambi nonsense che letti nella giusta luce sono molto più aderenti alla realtà di tante semplici, banali, parole.

In definitiva, uno spettacolo affascinante, stravagante, frenetico ma soprattutto divertente. L’idea di portarlo a Milano, trasformando un teatro del centro in un tendone a strisce bianche e rosse è stata una mossa geniale...o una pazzia, fate voi. 


lunedì 23 febbraio 2009

Ivano Fossati - Conservatorio, Milano - 22/02/2009


Applauditissima rentrée meneghina in data 22 Febbraio 2009 per il cantautore genovese, già esibitosi lo scorso 4 Novembre nella medesima importante cornice. La Sala Verdi del Conservatorio si dimostra ancora una volta location perfetta, grazie all'ottima acustica ed al preciso e misurato impianto di amplificazione utilizzato. 


La band, perfettamente rodata da decine di date nei teatri della Penisola, è una macchina solida, potente e dinamica, ben orchestrata negli arrangiamenti da Pietro Cantarelli (tastiere, pianoforte, effetti), già produttore dell'ultima fatica discografica a firma di Fossati, quel Musica Moderna, pubblicato nell'Ottobre 2008, che riportava il Nostro ad un songwriting diretto e deciso, con gli usuali splendidi testi, sapientemente incastonati in un'attitudine rock stradaiola. 


Fabrizio Barale e Riccardo Galardini si dimostrano chitarristi di razza, il primo impegnato in prevalenza alle acustiche, il secondo alle elettriche.

L'immancabile Claudio Fossati alla batteria e Guido Guglielminetti al basso -noto ai più per essere il produttore degli ultimi lavori di Francesco De Gregori- compongono una sezione ritmica tosta e funzionale agli arrangiamenti elaborati da Cantarelli per questo tour.


Ivano Fossati sul palco non si risparmia, passando con disinvoltura dalla ballata up-tempo di stampo chitarristico al furore sanguigno delle percussioni, alla dolce malinconia del pianoforte, dimostrando simpatiche doti di entertainer e rara intelligenza artistica. 

Set diviso in due parti, la prima dedicata in prevalenza ai brani di Musica Moderna, ormai metabolizzati dal gruppo e resi in maniera ineccepibile, la seconda incentrata sulle composizioni più note del cantautore ligure, con qualche chicca, per la gioia dei fans più irriducibili.


Fossati propone una scaletta con variazioni minime di data in data, lo spettacolo è concepito con una scansione obbligata, per mantenere una continuità nell'esibizione consentendo l'utilizzo di samples e l'ottima resa scenografica delle luci, certamente uno dei punti di forza dello show.


Tutti i brani sono degni di nota, ci permettiamo di segnalare La Guerra Dell'Acqua, Last Minute e Il Paese Dei Testimoni dall'ultimo album, brani nei quali la poetica Fossatiana sottende una caustica critica alla realtà dei nostri giorni. Le classiche Una Notte In Italia, I Treni A Vapore e La Musica Che Gira Intorno hanno invece scavato nel passato, riscaldando i cuori dei fans, decisi nell'omaggiare Fossati e band con una standing ovation al termine del secondo bis.


Da segnalare infine l'apertura del concerto, per sola voce e chitarra, ad opera del giovane cantautore palermitano Gaetano Civello, classe 1989, con due brani inediti che hanno mostrato buone doti di scrittura ed una vocalità a tratti molto interessante, ed una cover della ormai inflazionata Impressioni Di Settembre, dal repertorio della Premiata Forneria Marconi. 


lunedì 9 febbraio 2009

Remo Anzovino – Blue Note, Milano - 08/02/2009


La proverbiale pigrizia dei milanesi, che notoriamente ammazzano il Sabato, ma la Domenica preferiscono oziare, spesso penalizza ciò che di buono hanno da offrire i cartelloni dei club meneghini. Domenica 8 Febbraio, Remo Anzovino ha regalato alla platea del Blue Note di via Borsieri una serata carica di emozione e poesia, fondendo musica ed immagini con un’intensità e un entusiasmo che avrebbero meritato un pubblico ben più numeroso.

Avvocato penalista prestato alla musica, il 33enne pianista di origine partenopea da anni si occupa della sonorizzazione di pellicole mute dei primi anni del ‘900, collaborando con prestigiose cineteche e partecipando ai più importanti festival internazionali.
Svincolandosi da un banalmente didascalico commento sonoro, Anzovino disegna architetture affascinanti volte a sostenere, esaltandole, le emozioni scatenate nel pubblico dalle immagini.
Le composizioni mescolano jazz, classica, tango, milonga e musica moderna, creando un melange di passionalità ed istinto, che non lascia indifferenti. Il supporto delle immagini aggiunge pathos e sostanza alla performance, portando letteralmente lo spettatore in una dimensione parallela, nel quale il tempo pare fermarsi.

Sul palco del Blue Note un trio: Remo Anzovino, chino al pianoforte, a scandire con bassi nervosi l’andamento delle composizioni, Gianni Fassetta, fisarmonicista solido nei contrappunti, sempre preciso e misurato e Marco Anzovino, fratello di Remo, chitarrista dalle spiccate propensioni ritmiche che lo portano spesso e volentieri a maltrattare la chitarra come fosse un cajòn.
La setlist ha privilegiato le composizioni tratte da Tabù, sorta di concept album pubblicato nel 2008, col quale l’autore ha voluto analizzare le trasgressioni contemporanee in un’ottica originale e modernista, avvalendosi però di stili musicali e frammenti di immagini lontani nel tempo.
Si sono così succedute la frenesia di Metropolitan, l’ansia scomposta de I Misteri Di Un’Anima, la struggente poetica di Dove Sei e di Son, il divertissement dissonante di Due Dita, l’apparente staticità di Que Viva Tina!. Finale con la title track, poi riproposta nei bis, preceduta dall’unico momento di solitudine sul palco per il pianoforte di Anzovino, nell’esecuzione della bellissima Deriva.

I filmati, proiettati su di uno schermo alle spalle del trio, hanno proposto spezzoni tratti dai capolavori di Murnau, Flaherty, Lang ed Eisenstejn, con le straordinarie performance espressive di due attori-icona del cinema muto: Louise Brooks e Buster Keaton. Splendido l’omaggio, durante l’esecuzione di Que Viva Tina!, alla fotografa rivoluzionaria Tina Modotti, con una sequenza di ritratti ed opere dell’artista di origine friulana in un crescendo emozionante ed intenso.
Una performance eccellente per un artista che con la sua aria da “capitato lì per caso” ha raccolto l’entusiasmo e la simpatia del pubblico, deciso nel tributargli una lunga e meritata ovazione finale.

sabato 7 febbraio 2009

Billy Cobham & Band – Blue Note, Milano - 6 febbraio 2009


A quasi 65 anni -è nato il 16 Maggio 1944- Billy Cobham può essere considerato a tutti gli effetti una leggenda vivente. Innovatore, sperimentatore, apripista per una generazione di batteristi che esplorò i confini tra jazz e rock, unendo finezze compositive e poliritmi del primo con irruenza e solidità del secondo, allo scopo di elaborare forme espressive intricate e complesse, cercando però di rifuggire la nicchia dentro la quale l'esasperazione tecnica stava ingabbiando il jazz moderno.


Cobham fu altresì il primo a sfatare il luogo comune secondo il quale il batterista in un gruppo è solitamente il meno dotato a livello compositivo. I suoi lavori mostrano grandi doti non solo per quello che riguarda le parti ritmiche, Billy è in possesso di solide basi musicali ed ha sempre dimostrato un gran gusto per la melodia, unito ad un approccio originale e raffinato.


Dall'esordio Spectrum (1973), da molti considerato il suo capolavoro, all'ultimo Fruit From The Loom (2007), Cobham ha mantenuto un'integrità artistica invidiabile, che gli ha permesso di confrontarsi con tutti i più importanti musicisti rock e jazz della seconda metà del '900.


Da un paio di anni Billy propone dal vivo i brani tratti dall'ultima fatica discografica, in compagnia di una band composta in prevalenza da musicisti europei (scelta influenzata anche dalla decisione di Cobham di trasferire la propria residenza a Zurigo, Svizzera, nel 1980): Jean Marie Ecay alla chitarra, Fifi Chayeb al basso, Christophe Cravero alle tastiere e l'ormai immancabile Junior Gill alle percussioni.


Il ruolo di Gill è fondamentale, grande importanza riveste l'utilizzo delle steel pan che conferiscono alle composizioni accenti caraibici, in un originale dualismo con le chitarre di Ecay.

Il basso di Chayeb, aggressivo e pulsante, si sposa appieno con le ritmiche toste di Cobham, il quale dà immancabilmente sfoggio di un groove strepitoso.


Al Blue Note Cobham & Band hanno letteralmente infiammato la platea, con solide digressioni sonore, ritmi potenti ed improvvisazioni di classe, mai fini a se stesse. Il leader in testa, ma tutti i componenti della band hanno avuto modo di ritagliarsi ampi spazi solisti, dando sfoggio di tecnica sopraffina e grande capacità di resa del suono d'insieme.


Le scalette dei due set, il primo più canonico e lineare, il secondo strepitoso per intensità ed arrangiamenti, hanno visto scorrere nuove e vecchie composizioni, da Spectrum a Red Baron, da Florianapolis a Sweet Bocas, passando per Stratus ed Eggshell Still On My Head.

Pubblico in visibilio, nel bel club di via Borsieri completamente esaurito, per la gioia di Cobham e band, che a fine concerto si sono trattenuti simpaticamente coi fans per foto ed autografi di rito.