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giovedì 2 marzo 2017

In vendita la console di Dark Side Of The Moon


Avete tempo fino alle 13.00 del 27 Marzo prossimo, per aggiudicarvi il banco col quale, tra il 1972 e il 1973, i Pink Floyd diedero vita allo storico Dark Side of the Moon negli studi EMI di Abbey Road. La console, una EMI TG12345 MK IV, è stata infatti messa all'incanto dalla casa d'aste Bonham, la quale non ha comunicato un prezzo di vendita indicativo, ma si aspetta il raggiungimento di una cifra molto importante, presumibilmente a sei cifre, visto il curriculum dell'oggetto.

Utilizzato dal 1971 al 1983 nella sala 2 di Abbey Road, il modello fu prodotto in soli due esemplari completamente customizzati, ed è stato definito "il miglior banco mai costruito" da Brian Gibson, guru delle attrezzature da studio. Sui comandi hanno agito le mani di ingegneri del suono del calibro di Alan Parsons o Arne Akselberg, ma anche quelle di musicisti come Paul McCartney, George Harrison, Kate Bush, The Cure e molti altri.

La console è perfettamente funzionante e arriverà all'acquirente accompagnata da una lettera di presentazione firmata dall'ex-manager degli studi, Ken Townsend, una copia di Dark Side of the Moon e una foto promozionale d'epoca dei Pink Floyd. Sul sito di Bonhams trovate le caratteristiche del banco e i dettagli:
http://www.bonhams.com/auctions/23878/lot/35/


domenica 15 febbraio 2009

Pearl Eliminator Demon Drive


Innovativo, veloce, leggero, versatile; questi sono solo alcuni degli aggettivi utilizzati dal colosso giapponese nel descrivere la nuova incarnazione dell’ormai storico pedale Eliminator, presentata in pompa magna in occasione del Namm 2009. Forte di un’estetica asciutta, moderna e accattivante, associata a soluzioni tecniche inedite ed estremamente funzionali, questo Demon Drive ha attirato l’attenzione del pubblico, guadagnandosi dagli addetti ai lavori un riconoscimento come Best New Product. 

Da sempre tra le aziende leader nella produzione di hardware, Pearl è immancabilmente sinonimo di solidità e durata nel tempo. La qualità delle meccaniche inserite nel catalogo del brand nipponico è indiscutibile, persino le serie entry-level presentano pregevoli soluzioni costruttive, garantendo al cliente un’affidabilità che pochi altri costruttori possono vantare. 
La serie Eliminator  riveste un ruolo di primo piano nelle strategie produttive Pearl; meccaniche hi-hat e pedali cassa sono tra i più apprezzati dai batteristi pro e non di tutto il Mondo, i quali riconoscono nelle svariate possibilità di regolazione una versatilità senza pari. 
Singoli e doppi, con cinghia o catena, con camme di ricambio ed utili accessori, i pedali Pearl sono tra i best sellers nella categoria degli hardware professionali. 

Demon Drive
Per contrastare la sempre più agguerrita concorrenza che negli ultimi anni ha introdotto sul mercato pedali dal look aggressivo, realizzati con materiali di derivazione aerospaziale, caratterizzati da fluidità d’azione e velocità portentose, Pearl lancia sul mercato un prodotto molto particolare, presentato con clamore alla fiera di Anaheim, California (15-18 Gennaio 2009).
Si tratta di un pedale cassa a trazione diretta (cioè senza cinghia né catena), realizzato in lega composita, disponibile in versione singolo (art. P3000-D) e doppio (art. P3002-D e P3002-DL per mancini. Ovviamente tra gli accessori a catalogo è presente un kit di conversione da singolo a doppio, art. P3001-D),  caratterizzato dalla interessantissima possibilità di trasformare la piastra da short a longboard.

A differenza dei concorrenti, molto curati a livello funzionale ma poco accattivanti esteticamente, il Demon Drive si presenta con un’immagine studiata nei minimi particolari, un look raffinato e futuristico, con il metallo satinato, le forme arrotondate, i battenti tondi in legno o feltro nero/arancio ed una serie di particolari visivi in tinta arancione a richiamare il colore del logo, un diavoletto con tanto di corna e coda puntuta.

A livello meccanico, l'Eliminator Demon Drive presenta componenti concepiti nella forma, nei bordi e nel peso per permettere un movimento fluido, veloce e preciso, senza latenze o “gioco” nel funzionamento. L’utilizzo di cuscinetti a sfera Ninja di ottima qualità e l’assemblaggio estremamente preciso sono garanzia di stabilità e durevolezza.


La Novità
Come dicevamo, ciò che rende unico questo pedale è la piastra di appoggio (footplate), denominata Duo-Deck, costruita in maniera tale da poter essere traslata sul piano orizzontale, sbloccando quattro viti poste al di sotto della stessa. Con questa semplice operazione si rimuove il poggiatacco, che verrà applicato alla piastra, trasformando il pedale da short a long board, per la gioia di quei batteristi che cercano una risposta rapida senza perdita di potenza nel colpo.
Soluzione molto interessante, rende questo pedale virtualmente adatto a qualsiasi batterista, grazie anche alla possibilità di sperimentare diversi set-up regolando la posizione sul piano orizzontale del battente, per ottenere maggiore attacco e miglior definizione e/o l’inclinazione del giunto di trazione, per una migliore risposta del pedale.

La prova 
Una volta estratto dall’imballo, il pedale si appronta in pochi attimi e già con le regolazioni di fabbrica mostra tutte le proprie peculiarità: stabile e silenzioso, estremamente sensibile al tocco, preciso e potente nel colpire la pelle. L’aggancio alla cassa è solido e sicuro e la molla è dotata di click lock, per restare sempre nella giusta tensione.
L’action è fluida e bilanciata, richiede uno sforzo minimo per ottenere le giuste dinamiche, senza eccessive sollecitazioni.
Indubbiamente si tratta di uno dei pedali più veloci che ci sia mai capitato di provare, basta il più piccolo movimento del piede a far muovere il battente. Chi fosse abituato alle dinamiche dei pedali a catena dovrà impratichirsi un po' prima di ottenere ottimi risultati con il Demon Drive, ma una volta presa la mano (o forse sarebbe meglio dire “preso il piede”) si rimane strabiliati dall'efficienza di questo prodotto.

Conclusioni
Pearl continua sulla strada dell'innovazione, proponendo un pedale versatile e funzionale, adatto ad ogni tipo di esigenza, con un'estetica vincente ed una caratteristica che lo rende unico nel suo genere. Il colosso nipponico lo ha lanciato con una campagna pubblicitaria imponente, coinvolgendo alcuni dei migliori endorser presenti nel proprio roster: Virgil Donati, Will Kennedy, Nate Morton, Morgan Rose, Todd Sucherman e Mike Mangini. 
Vista l'indubbia qualità del prodotto ed il passaparola che l'apparizione al Namm ha generato, c'é da scommettere che anche stavolta sarà un successo.
 


venerdì 17 ottobre 2008

Sabian XS20 - APX


Forte di un catalogo in grado di soddisfare i palati fini di qualunque musicista, dal principiante con pochi soldi in tasca al professionista più esigente, Sabian ha recentemente immesso sul mercato queste due interessanti serie, presentandole in pompa magna nelle importanti vetrine del Musikmesse di Francoforte e del Namm 2008.


Pensate per una fascia “intermedia” di pubblico, quella in cerca di piatti con il migliore rapporto qualità/prezzo, queste serie mutuano materiali e soluzioni tecniche dalle linee top di gamma del marchio canadese, puntando alla copertura di significative nicchie di mercato, grazie a particolari scelte timbriche ed espressive, nonché misure e pesi indirizzati a generi di musica specifici. 

Sorprende la qualità decisamente buona del prodotto, che si pone sicuramente al di sopra dell’entry-level, andando a soddisfare un target di mercato difficile, sempre un po’ trascurato dai produttori di piatti: quello dei musicisti che non sentono l’esigenza di acquistare set di piatti costosissimi e/o semplicemente non si possono permettere un investimento ingente, pur necessitando di suoni e caratteristiche superiori a quelli dei piatti di fascia bassa. 


XS20

Prodotti in casting nella lega di bronzo B20 (80% rame con tracce di argento e 20% stagno), ovvero la medesima utilizzata nella lavorazione delle prestigiose serie AAX ed HHX, questi XS20 catturano subito l’occhio, grazie ad un’estetica accattivante e decisamente poco entry-level style.

Utilizzando procedimenti di lavorazione più automatizzati e meno artigianali, Sabian riesce a mantenere basso il costo di produzione, proponendo questi piatti a prezzi decisamente allettanti.


Con una spesa contenuta è possibile portarsi a casa un set di ottima fattura, molto resistente (spesso i piatti entry-level a livello di materiali si rivelano totalmente inadatti a chi sta imparando lo sticking corretto e finiscono in discarica con spaccature estreme, ma ancora belli lucidi…), con un suono più che accettabile a livello di timbriche e sfumature. 

Un buon termine di paragone per questa serie potrebbe essere Alpha di Paiste. Sono piatti molto solidi, che in alcuni casi non sfigurano rispetto a serie superiori, con un range di misure e suoni un po’ limitato ma sufficiente a soddisfare le esigenze di tanti batteristi.


La linea comprende splash, hi-hat, ride e china, proposti in versione Regular, Medium e Rock. 

Gli splash sono probabilmente i piatti meno interessanti del lotto: risultano pesanti, poco incisivi, con un suono pingoso che li rende poco versatili.

Per quello che riguarda gli hi-hats, siamo rimasti favorevolmente impressionati dal 14” Regular, ben definito, sia chiuso che aperto, con una pasta sonora bilanciata, ne’ troppo ficcante ne’ troppo scura. L’HH 14” Heavy è invece più limitato, pesante e con gran volume, poco sensibile ai fills ed alle finezze, decisamente adatto a musica di grana grossa.


I ride sono caratterizzati da campane molto presenti, ping definito, ma un suono poco aperto, che puo’ andare bene per la versione Heavy, ma risulta limitante per il Medium, rendendolo poco piacevole da ascoltare in fase di accompagnamento. I crash sono sempre il tallone d’Achille delle serie economiche, in questo caso si guadagnano tranquillamente la sufficienza, meglio questi di tante padelle cinesi che ultimamente troviamo sugli scaffali dei negozi. Come accade spesso per le serie low budget, è previsto un packaging denominato Performance Set, il quale include, nel classico hard case Sabian, un hi-hat 14” Regular, un crash 16” Medium Thin ed un ride 20” Medium, ad un prezzo molto competitivo. 


In conclusione una serie adatta a musicisti in cerca di suoni e prestazioni di buona qualità, senza l’obbligo di esborsi pesanti. AAX ed HHX sono su un altro pianeta, ma questi XS20 si difendono benino. 


APX 

Specificamente progettati per fronteggiare la violenza dei batteristi più muscolari, suonando a volumi altissimi, questi APX si presentano come piatti mono-genere , adatti specificamente a situazioni di rock estremo. La definizione data dalla casa produttrice è: “High-Decibel design” e non lascia dubbi circa la natura di questi piatti. 


Per ottenere la giusta sonorità, Sabian ha scelto di utilizzare una lega di Bronzo B8 (92% rame ed 8% stagno), con fogli tagliati e stampati in misura a macchina. I piatti così ottenuti vengono successivamente sottoposti ad intensa martellatura e, infine torniti su entrambi i lati. Esteticamente risultano quindi molto belli, pur conservando il colore, per alcuni poco attraente, tipico del bronzo B8. 

Gli Hi-Hats (Solid e Regular nelle misure 13” e 14”) mostrano subito di che pasta sono fatti: taglienti, brillanti, con un volume notevole. Molto buono il suono da chiusi, la bacchetta colpisce definita e potente. Da aperti tendono un po’ a lasciarsi andare, diventando decisamente più sporchi. Non male, comunque.


I Ride (Solid e Regular in misura 20” e 22”) sono pesanti e molto penetranti, con campane devastanti ed un ping forte e fin troppo definito. Meglio il 22”, che ha maggior respiro, molto più  versatile. Per quel che riguarda i crash, Sabian propone quattro misure: 14”, 16”, 18” e 20”. 

Il piccolo 14”, potrebbe sembrare poco più che uno splash, ma una volta percosso esplode con un volume impensabile per quella misura. Il 16” è forse il migliore del lotto: volume altissimo, brillantezza ed aggressività, attacco fulmineo e decay controllato, l’ideale per fronteggiare un muro di chitarre distorte. Dà dei punti a tanti crash “pesanti” di serie più blasonate.


18” e 20”, per ottenere il giusto attacco, necessitano invece di braccia muscolose. Pesanti e duri come macigni, soprattutto in versione Solid, sono metal al 100%. Forse poco personali a livello di suono, non risultano così incisivi inseriti in contesto di gruppo.

Molto bene invece i China (18” e 20”), velocissimi nell’attacco ed esplosivi per volume e sonorità. 

Gli splash, da 8”, 10” e 12”, sono pesanti e definiti. Meglio i diametri più grandi, l’8” risulta avere un rapporto misura/spessore un po’ troppo “rigido”.


Per finire Sabian inserisce in questa serie anche due degli ormai ben noti crash O-zone (16” e 18”), che presentano una serie di fori di diametro 5 cm su tutta la superficie. Sono piatti molto particolari, difficili da descrivere, alcuni li amano, altri li odiano. L’effetto è simile ad un china, ma in questo caso il peso li porta ad avere un suono (rumore?) “trashy” che a volte è addirittura fastidioso.

Come di consueto Sabian mette in vendita dei set precostituiti (con la intrigante denominazione “sonically matched”) in due varianti: Performance set, che comprende HiHat da 14”, crash da 16”o 18” e ride da 20” o 22”, e Effects pack, contenente splash da 10” e China da 18” .


Gli endorsers più noti per questa linea, sono al momento John Kelly (Type-O Negative), Ray Luzier (Korn) e Rich Beddoe (Finger Eleven).

In definitiva una serie con potenzialità limitate, senza nessuna presunzione a livello di versatilità, che può dare grandi soddisfazioni a chi cerca un suono potente, brillante e deciso. Sicuramente sono acquisti da valutare secondo gusto personale, meglio non buttarcisi a scatola chiusa. Qualche elemento in più per un giudizio iniziale, come sempre ce lo regala il buon sito della casa canadese: www.Sabian.com


martedì 10 giugno 2008

Mapex Orion Maple Traditional – Krushed Glass Glitter


Nuovissime finiture in edizione limitata per questa interessante proposta di casa Mapex che va a ripescare, utilizzandoli sulle due serie di punta Orion e Saturn, gli affascinanti wraps glass glitter, largamente in uso negli anni ’60 e ’70 ed ora definitivamente ritornati in auge.


Il colosso taiwanese da sempre infonde notevoli sforzi nello studio di finiture ad effetto per i propri prodotti; molte delle varianti estetiche presenti sui cataloghi Mapex negli scorsi anni sono state adottate, opportunamente rivedute e corrette, dai marchi più prestigiosi e conosciuti.

Anche questa volta, pur rifacendosi a soluzioni datate, Mapex riesce a sbalordire con scelte cromatiche senza dubbio molto efficaci. 

Il ciclico ritorno ad un’estetica vintage viene sublimato con proposte legate ai classici sparkle, glass glitter, oyster pearl, diamond pearl e satin flame, rivisti con ottica moderna e gusto. Anche la batteria segue le mode, dunque. 


Denominata Krushed Glass Glitter e prodotta dall’americana Delmar ( HYPERLINK "http://www.delmarproducts.com" www.delmarproducts.com), una delle aziende leader nella produzione di wraps per batterie, questa finitura è disponibile in tre varianti cromatiche: Cosmic, Crystal e Copper Krush. Nell’ottimo sito ufficiale mapexdrums.com sono visionabili gallerie di foto che mostrano in maniera esauriente i set in tutte le colorazioni. 

Cosmic è una variante di blu, con una forte componente di glitters bianchi. Davvero una sfumatura difficile a descriversi, molto molto attraente, potremmo definirla una sorta di azzurro elettrico. Crystal è invece una finitura più standard, un white diamond che possiamo avvicinare al classico silver glitter. Il set in questa versione assume un indiscutibile fascino vintage. 


Per questa nostra prova abbiamo avuto a disposizione un set Orion Maple Traditional nella splendida colorazione Copper Krush, la quale dal vivo risulta indiscutibilmente ancora più bella di quanto non appaia in fotografia. Questo rame ricorda abbastanza da vicino il Bermuda Sand, finitura cara alle vecchie Ludwig e Gretsch, con una sfumatura tendente al rosso scuro. Sul palco, ben illuminata, farà certamente un figurone. 


Venduto senza meccaniche ed in un’unica configurazione (22-10-12-14-16-14), il set si presenta esteticamente molto accattivante, ottimamente rifinito, con lo spesso wrap incollato in maniera ineccepibile, a tal punto da sembrare indistruttibile. 

I fusti in sei strati di acero sono molto sottili e tanto gradevoli a vedersi dentro quanto fuori: belle venature, bordi rifiniti, fori per le viti ben fatti e senza sbavature.

I blocchetti sono gli usuali Mapex piccoli ovali in finitura cromata, montati con una sola vite, che a prima vista potrebbero sembrare esili data la ridotta dimensione e invece si rivelano abbastanza tosti da sopportare tensioni notevoli. Sugli stessi blocchetti si innestano i supporti per i reggitom e le gambe di timpani e cassa, con l’ormai collaudato sistema I.T.S. (Isolated Tom System), che favorisce la risonanza dei fusti. La filosofia costruttiva del “minimal metal contact” è uno dei biglietti da visita di Mapex ed è palese nelle dimensioni ridotte di tutte le meccaniche a contatto coi fusti, dimostrandosi fattiva esteticamente quanto funzionalmente.


La cassa monta cerchi in acero anch’essi ricoperti di wrap in finitura, con interno natural; su tom e timpani troviamo gli ormai collaudati cerchi tripla flangia Powerhoops da 2.3mm, mentre il rullante è provvisto di die-cast sia per il lato battente sia per quello risonante.

Le pelli sono tutte Remo Ambassador made in Usa, marchiate Mapex. La cassa monta come battente l’ormai consueta Powerstroke3 ed una risonante sabbiata bianca che contribuisce all’aspetto oldie del kit. 

La serie Orion non ha bisogno di grandi presentazioni, visto lo status raggiunto nel corso degli anni e la plétora di batteristi professionisti che si sono affidati a questi set (tanto per fare qualche nome, tra gli endorser del marchio taiwanese compaiono: Gregg Bissonette, Will Calhoun, Brady Blade ed il nostro Alfredo Golino). 

Costruzione ineccepibile, versatilità, gusto estetico, contribuiscono a fare della Orion una scelta azzeccata in qualunque contesto musicale. 


I fusti sottili esaltano le peculiarità dell’acero selezionato: attacco deciso, ottima risonanza, gran definizione dei bassi. Queste batterie hanno un timbro e una ricchezza sonora che le fa preferire a nomi più altisonanti, soprattutto grazie ad un rapporto qualità prezzo davvero ottimo. Sono batterie assemblate in Cina; Mapex dal 2006 produce stabilmente nel complesso aperto a Tianjin, che impegna centinaia di dipendenti. Nonostante qualcuno possa storcere il naso dobbiamo ammettere che la qualità dei prodotti si rivela notevole, anche supportata da un prezzo al pubblico estremamente competitivo, un set del genere prodotto in occidente costerebbe cifre ben più alte. 


Ciò che colpisce maggiormente a livello sonoro è senza dubbio la cassa: 22x18, sottile (7.2mm), si accorda con molta facilità (tutti i tiranti sono a testa quadrata standard) risultando oltremodo versatile. Ha un volume notevole, bassi ben definiti ed un ottimo attacco, ben controllata su tutte le frequenze, molto promettente quindi per situazioni amplificate o di studio.

Le gambe e l’attacco del reggitom sono stabili e solidi, come da tradizione per la casa orientale. Mapex ci ha abituato a meccaniche di standard molto alto.

I tom poco profondi (10x8, 12x9), definiti e dotati di un buon volume, necessitano di un lavoro di accordatura attento che dà splendidi risultati. Grazie al sistema I.T.S. risuonano magnificamente, restando ben saldi sui supporti, senza fastidiosi sovratoni o pericolosi cedimenti. 


I timpani da 14x14 e 16x16 combattono da pari a pari con la cassa, dimostrandosi profondi e corposi, ottimamente accoppiati e stabili, grazie alle gambette pesanti e ben disegnate.

Il rullante in misura standard 14x5.5 mutua soluzioni tecniche ed estetiche dai celebrati Black Panther, che tanta fortuna hanno portato in casa Mapex. Cerchi die-cast, blocchetti e macchinetta tendicordiera, sono quelli montati sui BP di ultima generazione. Molto versatile, dà il meglio di sé a tensioni della battente medio-alte che, anche grazie ai cerchi die-cast, lo rendono secco e ficcante ma al tempo stesso molto corposo, soprattutto nei rimshot.


Punti deboli determinanti non sono riscontrabili in questo set; le uniche perplessità riguardano il punto di sovrapposizione del wrap che è stato posizionato in zone molto visibili dei fusti, i fanatici della perfetta finitura potrebbero eccepire che un uso più “furbo” dei blocchetti avrebbe reso meno invasiva la linea di sovrapposizione (ma si tratta di mere considerazioni estetiche) ed il tipo di macchinetta tendicordiera utilizzato sul rullante. Questa dà l’impressione di essere un po’ fragile. Sembra uno di quei tendicordiera standard su batterie di marchi cinesi meno rinomati. Ovviamente questa impressione può essere verificata solo alla lunga, con l’utilizzo.


Mapex ha raggiunto con la serie Orion uno status invidiabile. E’ innegabile la competitività di queste batterie nell’ambito degli strumenti professionali. 

Mantenendo prezzi concorrenziali propongono pregevoli soluzioni tecniche, splendide finiture e, quello che più conta, ottime sonorità. 

Questa Mapex Orion Traditional Maple si rivela quindi funzionale a diversi contesti, ottimamente studiata per ben figurare sia in situazioni acustiche sia ripresa ed amplificata. 


venerdì 2 maggio 2008

Hang 2008 - L'integrale


Ancestrale e moderno, tribale e futuristico, spirituale e tecnologico…coppie di aggettivi apparentemente inconciliabili, però calzanti nel descrivere le due anime simbiontiche in questo peculiare strumento musicale creato ormai quasi un decennio fa dalla coppia di artisti/artigiani bernesi Felix Rohner e Sabina Schärer sotto l’egida del marchio PanArt.


I due, da sempre dediti alla costruzione di percussioni in metallo (Steelpan, Gong, Gamelan, Ciotole), per venire incontro alle richieste di Reto Weber, noto percussionista svizzero in cerca di uno strumento che fosse evoluzione del Gatham, abbinarono uno steelpan rovesciato ad una semisfera dello stesso metallo dotata di un foro centrale di sfiato. Il risultato fu una sorta di disco armonico da suonarsi con le mani che univa i sovratoni e le note ficcanti del metallo all’afflato gutturale del Gatham.


A questa nuova creatura venne attribuito il nome di Hang che in dialetto bernese significa “mano”.

Restavano però ancora da risolvere alcune problematiche: l’ingombro dello strumento ne rendeva scomodo l’utilizzo e poco incisiva la componente risonante dell’aria all’interno del corpo. Gli artigiani intrapresero così un percorso teso allo sviluppo di materiali, forma e intonazione che li portò nell’evoluzione dello strumento ad avvalersi di studiosi ed esperti di fisica e metalli.


La forma del corpo diventò più piccola e schiacciata, permettendo una maggior comodità di utilizzo poggiandolo sulle ginocchia, nonché una miglior risposta dell’aria al suo interno. Le prove sul materiale portarono al miglior rendimento del PANG-Blech, la lamiera composta da metallo arricchito di nitrogeno che tramite una lunga serie di lavorazioni viene modellata ed intonata. Per tenere insieme le due parti in modo più funzionale fu infine previsto un anello di ottone ripiegato.

Nel frattempo l’Hang cominciò a far parlare di sé negli ambienti percussivi; richieste di informazioni e proposte di acquisto arrivavano da ogni parte del globo. 


Il suono così particolare, per alcuni dotato persino di una componente spirituale e l’aspetto futuristico ne sancirono il successo. Puo’ capitare, passeggiando per le vie delle grandi metropoli, di venire attratti dal suono straordinario e dalla forma curiosa di questo strumento, nelle mani di artisti di strada, novelli portatori di una filosofia molto particolare che con gli anni sembra divenire sempre più importante anche nell’etica stessa dei costruttori.

Felix e Sabina decisero quindi di organizzare un canale distributivo adeguato, scegliendo un solo negozio per nazione e mettendo un prezzo fisso allo strumento. Col passare del tempo questa soluzione fu scartata, preferendo la vendita diretta da Berna verso tutto il Mondo.


Gli Hanghang (plurale di Hang) sono dunque venduti solo per un certo periodo dell’anno, presso l’Atelier di Berna, o spediti a coloro che non hanno possibilità di fare un viaggio in Svizzera. E’ necessario contattare via posta l’atelier (attenzione:solo posta cartacea, Felix e Sabina non amano particolarmente la rete e le comodità della posta elettronica, hanno persino chiuso il loro sito web), per avere l’ok dei costruttori. Questa sorta di selezione ha un semplice motivo: la rarità dello strumento, tutto artigianale e prodotto in un numero limitato di esemplari, ha fatto sì che si creasse un mercato parallelo dei vecchi modelli in vendita a cifre assurde. 


Per tutelarsi Felix e Sabina hanno così deciso di vendere l’Hang a condizione che l’acquirente, tramite contratto, si impegni ad informarli dell’eventuale intenzione di rivendere, cosicché possano decidere se ritirarlo loro stessi o valutare il nuovo compratore, che non dovrà pagare una cifra superiore a quella imposta.

Qualcuno potrà pensare che queste siano preoccupazioni esagerate, ma basta fare una piccola ricerca in rete per incappare in annunci di vendita di Hanghang a cifre iperboliche.


L’atelier e’ un posto molto particolare, composto di differenti ambienti anche atti ad ospitare gli acquirenti, con il laboratorio dove gli Hanghang vengono creati e una zona dove spesso si svolgono delle jam sessions fra musicisti di tutto il Mondo. 

Al momento dell’acquisto l’acquirente è lasciato solo in una stanza con decine di Hanghang da provare con tutto il tempo necessario, ognuno dovrebbe poter trovare il proprio. Ogni Hang e’ numerato, datato e firmato da Felix e Sabina. 


Compresa nel prezzo una custodia a scelta  rigida o morbida in materiali naturali (canapa). Il prezzo per il 2008 è di 1200 euro.

L’ultima evoluzione dello strumento è stata definita “Integrale”. Per anni Felix e Sabina hanno prodotto Hanghang caratterizzati da diverse scale provenienti dalla tradizione musicale di ogni parte del Mondo, col tempo hanno deciso di produrre una sola scala: l’atmosfera multistrato (risonanza dell’aria nella cavità dello strumento) ha come centro un re2. Il ding, l’areola centrale, è accordato in re3, mentre le sette note satelliti, o campi sonori, sono: la3, sib3, do4, re4, mi4, fa4, la4, disposte in un ordine armonico.


Questa combinazione è ritenuta dai costruttori la più adatta alle dimensioni ed al tipo di materiale e contribuisce alla filosofia dello strumento; avere un’unica scala per tutti gli Hanghang fa sì che si possa raggiungere una sorta di valore utopico dello strumento: una melodia universale da potersi suonare in ogni parte del globo.

Utilizzando le dita, i polpastrelli o il palmo della mano è possibile ottenere suoni più o meno definiti, carichi di armonici e risonanze molto interessanti. Una vera e propria tecnica dello strumento non esiste ancora, vi e’ molta libertà nell’approccio. 


Dall’Hang nascono sonorità affascinanti, che colpiscono nel profondo anche l’ascoltatore meno attento. E’ indiscutibilmente uno strumento che non passa inosservato.

Ruotandolo sulle ginocchia per porre i campi sonori in posizioni diverse si ottengono combinazioni variegate e sempre interessanti. Il limite delle otto note risulta così meno influente. Osando un po’ si possono ottenere soluzioni molto originali.

Se ben utilizzato l’Hang tiene l’accordatura per molto tempo, ma ovviamente un “tagliando” a Berna prima o poi bisogna metterlo in conto.