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lunedì 1 gennaio 2024

Playlist Gennaio 2024

Ecco la Playlist di Gennaio. Link diretto

Buon 2024!

 


martedì 26 dicembre 2023

The Felice Brothers - Asylum on the Hill (Self)


di Chris Airoldi

La fine del 2023 è stata decisamente prodiga di buona musica: ci ha regalato il grande ritorno di alcuni nomi illustri, diverse solide conferme e qualche stuzzicante nome nuovo che sarà il caso di tenere d'occhio nel prossimo futuro. In piena zona Cesarini è saltato fuori a sorpresa questo 'Asylum on the Hill', pubblicato il 15 Dicembre nel solo formato liquido, scaricabile dalla pagina Bandcamp dei Felice Brothers, un disco che arriva a due anni di distanza dall'ottimo 'From Dreams to Dust' (Yep Roc 2021), da molti considerato tra i migliori lavori della band da Catskills, NY. 

Registrato come il precedente nella vecchia chiesa di Harlemville che i fratelli hanno trasformato in studio, vede alla consolle e alla co-produzione il fido Nate Wood, sempre più a proprio agio coi suoni minimali e intensi, spesso flebili, della band di Ian e James Felice. Solo dieci giorni di lavoro, per 12 brani decisamente belli, dai quali traspare una stramba atmosfera di rilassatezza, probabilmente frutto della totale mancanza di pressioni discografiche o produttive. Ma attenzione: non si tratta di un disco leggero e spensierato, bensì di un lavoro ispirato e concreto, estremamente maturo, che allinea una prodigiosa serie di racconti in musica, con qualche momento lieve ma in prevalenza temi molto profondi e affascinanti. 

Ian Felice lo ha definito: "un disco sul fare musica perché amiamo farla; (un disco) che parla di gerani rossi che diventano mostruosamente grandi e potenti, di varie deformità del cuore e della mente, e del ritorno inaspettato di un musicista di strada, morto da tempo e dimenticato". Un miscuglio dunque interessante e peculiare, tutto da assaporare, che già dopo pochi ascolti riesce a farci ammettere di aver chiuso forse troppo presto la lista dei migliori dischi dell'anno: 'Asylum on the Hill' vi si colloca senza dubbio a pieno titolo, e siamo certi non saremo i soli a rimettere mano alle nostre classifiche per una irrinunciabile variante in corso d'opera. 

L'intensa ballad iniziale Candy Gallows è tanto profonda nel testo quanto riuscita nell'arrangiamento; semplice per approccio ma carica in fase strutturale, con le voci (un amico direbbe: "hanno portato i Beach Boys in chiesa") usate alla perfezione per sostenere l'andamento generale e sottolineare un crescendo centrale/finale molto emozionante. Un'apertura di lavoro intrigante, che fa da apripista all'apparente frivolezza musicale di una ritmica Strawberry Blonde, la quale volutamente richiama melodie pop pre-masticate per infilarsi agilmente sottopelle e rilasciare il carico pesante di un testo assolutamente amaro. L'illusoria leggerezza resta solamente nella banale dichiarazione contenuta nel ritornello ("Strawberry Blonde, I love you"), ma tutto il resto delle liriche ci parla di un amore deluso, disperato e bistrattato, mentre un piano beffardo e le voci in qualche modo se la ridacchiano in sottofondo.

Abundance è una gemma oscura che apre come una soul ballad d'altri tempi, con il basso a dettare il ritmo, per poi sputare fuori un ritornello corale, sgangherato ma potente, che dà ancora più forza ad un testo sulla solitudine e il disincanto. Fisarmonica e piano allestiscono una struttura musicale solida, sulla quale prospera una coralità forte e incisiva, quasi broadwayana, per un brano strepitoso. Teeth in the Tabloids è invece una piano ballad che assieme alla successiva Macrame ci porta alla mente i territori cari a The Band o ai migliori Jayhawks, ma in un'ottica dimessa. Le voci a duettare, il piano in contrappunto, la batteria quadrata, per un tuffo in piena atmosfera No Depression, Roots Rock o Americana, chiamatela come diavolo vi pare. 

C'é spazio anche per qualche momento più scanzonato, con la movimentata Green Automobile e la sincopata When Susie Was a Skeleton; la prima è introdotta da un piano verticale con un suono da saloon che trova la complicità nella gestione del ritmo in una cowbell, mentre la seconda è una sorta di filastrocca divertita con un testo molto acuto. Entrambe, pur avendo una natura acustica, mostrano uno spirito vicino a quello di certa new wave anglo-americana degli '80-90. I bei cori fanno la differenza e rendono questi brani godibili, qualcosa di più di semplici riempitivi, utili a far sì che il disco diventi decisamente più eterogeneo, pur senza abbassarne la tensione generale. 

Spring Gazing è un breve intermezzo con una voce di bimbo a recitare un estratto dal testo della poetessa cinese Xue Tao su una base di armonici di chitarra, invero un po' inquietante, ma perfetto per introdurre l'evocativa Long Dead Street Musician, ennesima ballad del disco, con un peculiare ritmo marziale che esalta un retrogusto di folk britannico che si esplicita soprattutto nel ritornello corale, uno dei momenti migliori di tutto il disco. Si torna in territori più rock con l'upbeat di Birds of the Wild West, brano con ancora la fisarmonica a farla da padrona. Un bel testo, le acustiche a macinare chilometri, la ritmica a far battere il piedino e le solite belle voci; ci sono tutti gli ingredienti per un brano che dal vivo si farà certamente apprezzare. 

La title-track ci trasporta inaspettatamente nella fredda atmosfera della Seconda Guerra Mondiale. È un brano splendido, inutile girarci attorno; qualcuno probabilmente dirà fin troppo Dylaniano, ok, ma avercene di brani così. Testo bellissimo, arrangiamento perfetto, è puro oro liquido. E se ancora non bastasse c'é la conclusiva What Will You Do Now, una commovente composizione per piano, voce e poco altro, anch'essa a livelli sublimi; la cantasse Tom Waits, tanto per dire, si urlerebbe al capolavoro. Da sole queste ultime due composizioni valgono il costo dell'album, fidatevi.

Disco dell'anno? Chi l'avrebbe detto? (8,5/10)

The Felice Brothers su Bandcamp
The Felice Brothers

venerdì 15 dicembre 2023

Harp - Albion (Bella Union)

 



di Chris Airoldi

Gradito ritorno quello di Tim Smith, ex-vocalist e principale autore dei texani Midlake, band che a seguito della dipartita del leader ha alternato uscite molto buone a momenti decisamente interlocutori e tuttora è alla ricerca di un colpo di reni che la faccia uscire da un preoccupante stallo creativo.

Smith si è invece preso tutto il tempo, una decina di anni buoni, per creare insieme alla compagna Kathi Zung il progetto Harp, artefice di un lavoro che farà felici i fans del combo da Denton ma anche coloro che amano le atmosfere intrise di malinconia e le reminescenze di certo soft-rock degli anni '70 e '80 che, va detto, trovavano ampio spazio già nei lavori della band, la quale ha sempre palesato una propensione per certi suoni, più europei che americani.

Ecco dunque 12 brani nei quali a farla da padrone è ovviamente la voce ora dolcemente eterea ora lascivamente lirica di Smith, che molto spesso è doppiata o triplicata con quel pizzico di dissonanze sparse che da sempre fanno parte del lessico del musicista texano insieme ai temi agro-dolci dei testi, ancora incentrati sulla difficoltà dell'essere umano e sulla ricerca di una sorta di redenzione dai passi falsi che la vita ci porta inesorabilmente a fare.

Si potrebbe pensare che ispirazione e temi abbiano dato vita ad un album dalle tinte invernali e dalle atmosfere fredde; in realtà, al di là della copertina e di una certa iconografia medioevale utilizzata, il lavoro ci trasporta in una dimensione avvolgente che sfugge dal pessimismo o da qualsiasi emozione negativa, per mantenerci in una sorta di caldo giaciglio in cui regna una sognante consapevolezza.

I suoni sono accuratamente centellinati, non ci sono guizzi dinamici o vibranti colpi di scena, ma un insieme solido di brani che all'impatto sonoro privilegiano quello emotivo. Dalla splendida apertura con la strumentale The Pleasant Grey, che con un gioco di pitch va a trasfigurare nel brillante singolo I Am the Seed, brano sicuramente tra i migliori dell'anno, si arriva fino alla ritmata ballata onirica A Fountain, per un trittico iniziale di straordinaria bellezza.

Daughters of Albion è una cadenzata soft ballad forse un tantino più risaputa di ciò che la precede, ma è un buon viatico per la successiva Chrystals, tanto lieve quanto breve episodio, che ha nel DNA l'essenza di ciò che erano i Midlake di Tim Smith: purezza e inquietudine. Country Cathedral Love si regge su un arpeggio semplice ed efficace e su un morbido tappeto di voci, ha un andamento quasi da mantra e assieme alla successiva Shining Spires costituisce il cuore di questo lavoro, in un connubio di luci ed ombre molto suggestivo.

Silver Wings ci riporta nei territori cari ai Midlake; è un brano che non avrebbe affatto sfigurato nella tracklist dello splendido 'The Trials of Van Occupanther' (2006), così come il seguente Seven Long Suns, nel quale la voce e il flauto si rincorrono su territori brumosi per poi affacciarsi su un ritornello con le voci dominanti, gran pezzo. Moon è un altro strumentale che mantiene alto il pathos del lavoro accompagnandoci verso i due brani finali. 

Throne of Amber, ritmato e ossessivo, con quel peculiare suono di chitarra che per una scelta di arrangiamento forse un po' avventata mette in ombra la vocalità di Smith, ha bisogno di più ascolti per essere apprezzato. Herstmonceux si apre invece con un coro registrato in una cattedrale scozzese e chiude il cerchio riprendendo il testo di I Am the Seed con lo splendido verso finale "quietly the sorrow flees from me, bright as day the soul no longer grieves" che ribadisce il senso di questo lavoro, l'intenzione dell'autore di scavare nel profondo dell'ascoltatore, per trarne una morbida sensazione positiva che riscaldi questi tempi freddi e bui. (8,5/10)

Harp su Bandcamp
Harp su Instagram

domenica 12 dicembre 2021

David Allred - Driving Through the Aftermath of a Storm on a Clear Day (Dauw)

di Chris Airoldi

Prolifico compositore dall'Oregon, in bilico tra fascinazioni folk e deviazioni sperimentali nell'ambito di quella che il recensore a corto di definizioni cataloga in genere come contemporary classical, David Allred è polistrumentista dotato e autore raffinato; nelle sue composizioni, anche le più complesse, si percepisce una semplicità formale che le rende fruibili a qualunque pubblico, spesso con un inaspettato sentore pop.

In poco più di cinque anni Allred ha dato alle stampe una quindicina di album, tra lavori solisti e collaborazioni (Allred & Broderick, Good Enough for Grandpa), mantenendosi sempre a una certa distanza dal mainstream, ma costruendosi una solida reputazione come musicista e ampliando le proprie influenze in molteplici direzioni. 'Driving Through the Aftermath of a Storm on a Clear Day' prosegue in questo interessante percorso ed è, a parere di chi scrive, uno degli album più riusciti del musicista da Portland.

Il disco è breve, circa trenta minuti per undici brani, molti dei quali della durata di poco più di due minuti, ma la sostanza è decisamente tanta ed il disco entra subito sotto pelle insinuandosi ascolto dopo ascolto nell'animo dell'ascoltatore. I temi sono minimali, sospesi, a volte inquieti, con strutture rette da piano e archi, passaggi ripetuti che creano una sorta di base ritmica sulla quale Allred, fautore di tutti i suoni presenti nel disco, inserisce melodie ora solenni, ora eteree. 

Oltre al linguaggio musicale, c'é in questo lavoro un uso peculiare delle imperfezioni, dei rumori; la ricerca di una sorta di disturbo che si trasforma in musica, penetrando nel tessuto sonoro dei brani per amplificarne la personalità. Esemplare in questo senso la composizione che apre il lavoro, la quieta Wave, che vive del contrasto tra il suono di un timido piano, sporcato dai rumori stessi dello strumento, escamotage che sarà ripreso anche in alcuni dei brani successivi, e una sovrastruttura di archi e voci sospesa in un crescendo molto affascinante. 

Ma c'é grande sostanza anche in brani come New Gravity, per chi scrive il pezzo migliore dell'album, costruito su un inquieto arpeggio dispari che introduce un mood nel quale il sussurro si fa potente e cinematografico, con i bassi ad insinuarsi drammatici tra i riverberi di piano ed archi, in Portland Nursery, brano folk-oriented impreziosito da suono di ottoni e ritmica solenne, nelle atmosfere pastorali di Potato e nelle splendide cadenze della conclusiva Daylight, alla quale una tromba sordinata regala un retrogusto jazzy.

Un lavoro breve e conciso ma decisamente interessante; Allred non aspira certo al grande successo commerciale, ma un posticino nella nostra discografia se lo merita, andate a scoprire anche i suoi lavori precedenti. (8,5/10)




mercoledì 27 ottobre 2021

Raindance Kid - Chimeras EP (Timezone Records)


di Luca Salmini

Quando qualche anno fa usciva il loro esordio Swayer, i tedeschi Raindance Kid sembrarono subito i più credibili e ispirati cantori delle visioni e dell'immaginario di quel Sud Segreto e di quell'America selvaggia e malata che i Sixteen Horsepower raccontarono così bene in una manciata di album usciti tra la fine degli anni '90 e il principio del nuovo secolo.

Suscita più o meno le stesse impressioni il nuovo EP Chimeras, che espande le percezioni di quel primo lavoro in cui folclorici schiocchi d'ossa della tradizione e urgenti schitarrate rock si intrecciavano per dar vita a un suono potente e scenografico che evocava le atmosfere dei romanzi di Cormac McCarthy e Larry McMurtry o le sequenze di tante pellicole western di seconda categoria.

Più che un seguito, Chimeras EP potrebbe essere considerato come un'appendice di Swayer o piuttosto un'anticipazione di quanto i Raindance Kid faranno in futuro, perché se l'aura apocalittica di un deviato roots rock come Ride On e di uno spiritato bluegrass come Nemesis pare riprendere il discorso dal punto esatto in cui si era interrotto il debutto, l'arioso folk di Lay Me Doon fa venire in mente l'echeggiare di un qualche canto marinaresco dell'antica Scozia, la romantica titletrack fluttua tra pianoforte e violini come una ballata dell'era vittoriana, Down The Line è invece una polca che riesce ad azzerare le distanze tra l'Europa dell'Est e gli Appalachi e infine l'acustica e arida Waltz suona polverosa e profonda quanto una canzone di John Prine.

Sebbene la loro musica rimanga di straordinaria intensità e le loro fantasie da selvaggio west altrettanto potenti e immaginifiche, per certi versi i Raindance Kid di Chimeras EP suonano più pastorali e folk, come se le inquietudini dell'adolescenza fossero sul punto di raggiungere la consapevolezza della maturità. Sarà senza dubbio interessante seguire quanto faranno da questo momento in avanti. (8/10)


domenica 30 dicembre 2018

Recensioni Brevi: Peter Broderick & Friends, Emma Ruth Rundle

Peter Broderick & Friends - Play Arthur Russell (Pretty Purgatory)










 


di Chris Airoldi 

Attivissimo polistrumentista e autore statunitense, ormai stabilmente trapiantato in Irlanda, il 31enne Peter Broderick è uno dei talenti più interessanti apparsi negli ultimi tempi sulla scena musicale. Appassionato sperimentatore di suoni e atmosfere, ha percorso le strade della musica in tutte le direzioni, da solo o in compagnia di nomi del calibro di Nils Frahm, M.Ward, David Allred e Laura Gibson. Titolare di una già nutrita discografia, a pochi mesi dall'ottimo 'All Together Again' (Erased Tapes), ritorna sugli scaffali dei negozi con questo tributo ad un musicista al quale è stato spesso accostato: lo sfortunato Arthur Russell, poliedrico cantautore/violoncellista dall'Iowa, scomparso a soli 40 anni nel 1992. Circondato da una bella schiera di amici tra i quali spiccano i nomi di Peter McLaughlin, Brigid Mae Power e il già citato Allred, Broderick mette mano a dieci composizioni di Russell, registrando un tributo decisamente interessante, nel quale spiccano le atmosfere minimali di Words of Love e Losing My Taste for the Nightlife, i ritmi lievi di Come to Life e A Little Lost e l'estasi finale della drammatica You Are My Love. Un disco che conferma la bravura di Broderick, anche in veste di arrangiatore e interprete di brani altrui, ma soprattutto invita alla riscoperta del lavoro di un talento che rischiava ingiustamente di finire nel dimenticatoio. (7,5/10)



Emma Ruth Rundle - On Dark Horses (Sargent House Records)
di Luca Salmini

Lo sprofondo in quelle che lo scrittore John Steinbeck chiamerebbe le “...buie e desolate grotte della mente...”: è questa l'impressione che suscita l'ascolto di 'On Dark Horses', quarto album di Emma Ruth Rundle, giovane cantautrice di Louisville, Kentucky, che si muove tra la poesia gotica di Marissa Nadler e il doom folk di Chelsea Wolfe, a grandi linee punti di riferimento del suono oscuro e grave di On Dark Horses; un lavoro sospeso tra le plumbee frustate elettriche delle chitarre e l'impatto lirico di un canto che trasuda tormento e inquietudine come se canzoni struggenti e dall'aria maledetta come la febbricitante Fever Dreams, la sciamanica Darkhorse o l'apocalittica Dead Set Eyes fossero la penitenza con cui espiare una colpa o la fiamma con cui cauterizzare una ferita. Ombre profonde e poche, fioche luci perfino in un brano intitolato Light Song che si snoda lento e magmatico tra le deflagrazioni e le derive post delle chitarre, e nemmeno nel respiro onirico di ballate che evocano l'ipnotismo dei Mazzy Star come Races e la meravigliosa You Don't Have to Cry oppure nei vaghi brividi western di un'intensa Apathy On The Indian Border. Affascinante e cupo come fosse stato concepito in una notte priva di stelle, On Dark Horses pare custodire il lato più tenebroso del cantautorato al femminile statunitense: una dark side che Emma Ruth Rundle incarna alla perfezione. (7,5/10)

domenica 11 novembre 2018

Recensioni brevi: Midnight Oil, Jim Moginie

Midnight Oil - Armistice Day - Live at the Domain Sydney (Sony)













di Chris Airoldi

Ancora non è dato sapere se il lungo tour mondiale che ha visto i Midnight Oil attraversare tra Aprile e Novembre 2017 i cinque continenti, con 74 date tutte sold out, sia stato il preludio ad un ritorno all'attività anche in studio o solamente il definitivo canto del cigno per la storica band australiana. Quel che è certo è che sul palco abbiamo potuto ammirare cinque musicisti ancora in grado di dare forma e potenza alle istanze di una band il cui impegno sociale fino a qualche anno fa poteva sembrare destinato all'anacronismo, ma mai come oggi sarebbe necessario riportare in auge, vista la decadenza politico/umana alla quale stiamo assistendo. Questo corposo doppio disco dal vivo ci mostra dunque Peter Garrett e soci ripercorrere interamente la propria carriera, dall'urticante punk degli esordi (Stand in Line, Bus to Bondi, Don't Wanna be the One), alla oscura e disincantata contaminazione degli ultimi lavori discografici (Redneck Wonderland, Golden Age), passando per le anthem songs degli anni '80 (Beds Are Burning, The Dead Heart, Read About It). Una testimonianza che speriamo abbia un seguito, c'é ancora bisogno di brani come Dreamworld, Sometimes o Short Memory. (7/10)



Jim Moginie - Bark Overtures (Hudson Records)













di Chris Airoldi

I chitarristi australiani sono spesso ignorati dalle classifiche delle riviste di settore: al di là dei soliti Tommy Emmanuel o Angus Young, è molto raro trovare tra i più applauditi solisti delle sei corde un nome proveniente dal continente down under, nonostante per decenni la musica australiana sia stata etichettata come prettamente di stampo chitarristico. Uno dei nomi che meriterebbero più attenzione è quello di Jim Moginie, chitarrista/autore che coi suoi Midnight Oil ha avuto un ruolo da protagonista nell'epopea del rock australiano, dando un apporto fondamentale in termini compositivi ma anche di suono, visto che le sue sei corde, tra fascinazioni vintage, divagazioni surf e sventagliate noise, sono decisamente riconoscibili e hanno caratterizzato la cifra stilistica della band. In questo quarto album a proprio nome, Moginie torna al primo amore, tra jingle-jangle e surf, con qualche accelerazione punk, aiutato da un bel trio di amici: Kent Steedman e Paul Loughhead dai Celibate Rifles e Tim Kevin dei La Huva. 'Bark Overtures' è un disco molto dinamico, dove non c'é traccia di ricerca o sperimentazione ma gran voglia di creare atmosfere desertiche (Samhadi Dog, Journey to the Inner Stick), psichedeliche (Arseholes, Space Moment) o garage (0 to 110, Destination Afghanistan); uno di quei dischi senza troppi fronzoli ma pieni di sostanza che stanno diventando sempre più rari. (7/10)

giovedì 8 novembre 2018

Ryley Walker - The Lillywhite Sessions (Dead Oceans)


di Chris Airoldi

A sei mesi dall'ottimo 'Deafman Glance' il talentuoso cantautore dall'Illinois riprende posto sugli scaffali dei negozi con quella che, al momento dell'annuncio, in tanti avevano considerato poco più che una boutade da social network: una rivisitazione in toto di quelle fantomatiche 'Lillywhite Sessions' che la Dave Matthews Band mise in calendario tra il 1999 e il 2000 allo scopo di dare un seguito al riuscito 'Before These Crowded Streets' (1998), ma finirono per portare Matthews e soci ad un passo dallo scioglimento, e che ancora oggi qualcuno considera il meglio della produzione in studio della band. Grazie all'intraprendenza di alcuni fans le session diventarono in breve pubbliche, tanto da costringere la band a chiudere entrambi gli occhi, accettandone la diffusione virale ormai divenuta inarrestabile.

I brani, considerati all'epoca dalla label e da alcuni dei componenti del gruppo troppo cupi e intrisi del pessimismo alterato dai fumi dell'alcool del leader, vennero poi ripresi ed inseriti in opere successive, quando la band si trovò a dover recuperare il passo falso pop di 'Everyday', album prodotto in soli sette giorni con Glen Ballard, risposta scialba ed affrettata alle difficili session con Steve Lillywhite. Ryan Walker, da sempre die hard fan della band, ci ha tenuto subito a specificare che questa ripresa è un omaggio sentito e non un "fuck you record"; da lungo tempo progettava infatti di rivisitare completamente uno dei lavori della band dalla Virginia e quando la Dead Oceans, confortata dal buon risultato di 'Deafman Glance', gli ha fatto capire che ci sarebbe stato il budget per realizzare l'impresa, non se l'è lasciato ripetere due volte.

Entrato in studio con il fidato bassista Andrew Scott Young e l'eccezionale batterista Ryan Jewell, in pochissimo tempo ha ri-arrangiato 12 brani facenti parte delle session, talvolta avvicinandosi alle versioni originali, in altri casi stravolgendole completamente. Ne è uscito un lavoro molto interessante che, seppur non scevro dai limiti propri dei cover album, ci mostra chiaramente la bontà delle composizioni, esaltandone la cupa malinconia esistenziale ma anche le notevoli dinamiche musicali, tra spunti di grande qualità stilistica, virtuosismi mai spinti all'eccesso e interpretazioni convincenti. In qualche momento la sperimentazione pare inoltrarsi in territori fin troppo tortuosi, pensiamo a brani come Monkey Man o Sweet Up And Down, ma il mood generale dell'album non è mai pesante o involuto.

L'interpretazione di Walker in alcuni episodi è chiaramente figlia della particolare vocalità di Matthews (Big Eyed Fish, Grace is Gone, JTR), mentre risulta più libera di esprimersi, soprattutto nei brani il cui arrangiamento si discosta maggiormente dall'originale, come Captain, Bartender, Raven o Busted Stuff. Come detto Walker e soci hanno colto al volo l'occasione offerta dalla Dead Oceans, e la scelta di riprendere queste session oscure e dalla storia travagliata si è rivelata vincente (in partenza Walker aveva ipotizzato di rivisitare il fortunato 'Crash'), regalandoci un lavoro certo non semplice al primo ascolto, ma nel quale la grande perizia tecnica e l'eccezionale capacità interpretativa del trio forniscono nuova linfa alle composizioni. Un disco che pensiamo piacerà sia ai fans di Walker sia a quelli della DMB ma potrà soddisfare anche coloro che non hanno dimestichezza con le discografie di entrambi. (7,5/10)

mercoledì 31 ottobre 2018

The Burned - Blood of the Land (Self-Released)


di Luca Salmini

Per farsi un'idea di quali e quante suggestioni riempiano la musica di The Burned, bastano forse le parole del bassista Kevin Colomby: “...le sue canzoni evocano ardori selvaggi e braci morenti e quei pensieri che vengono in mente quando si sta svegli tutta la notte, sotto un grande cielo di stelle...”, ma è molto difficile capire come, dopo un mezzo capolavoro come “Blood Of The Land”, la celebrità della band sia ancora tanto effimera, se non proprio pari a zero. Forse saranno gli otto anni trascorsi tra l'esordio omonimo del 2010 e i due EP pubblicati solo oggi, 'Dark Red Sun' e appunto l'ultimo 'Blood Of The Land', o magari il tenore di canzoni troppo country per il pubblico rock e viceversa, sta di fatto che Kurt Baumann e i suoi The Burned rimangono uno dei segreti meglio custoditi d'America, per usare una trita locuzione spesso in uso presso la stampa d'oltreoceano. 

E dire che i presupposti per suscitare un minimo di interesse non mancano affatto, visto che Baumann vanta una biografia che pare la trama di un romanzo e che le sue fonti d'ispirazione (Willie Nelson, Kriss Kristofferson, Johnny Cash) rappresentano da sole una bella fetta della storia della musica statunitense, anche se a dire il vero è solo in 'Blood Of The Land' che la loro influenza ha una forte incidenza sulla forma più asciutta dei suoni e sul maggior risalto conferito al songwriting. Per usare un'espressione di Baumann “...per me la musica assomiglia all'incrocio tra Johnny Cash e i Pink Floyd...”, ma 'Blood Of The Land' sembra piuttosto sospeso tra il lato fuorilegge del country (quello battuto dai nomi sopracitati e da spiriti ribelli come Townes Van Zandt) e le narcolettiche malinconie di Bill Callahan, segnando un netto distacco dalle sonorità art-rock e dark-wave che caratterizzavano i lavori precedenti con una manciata di ballate lente, profonde e d'ambientazione western, che profumano di deserti e praterie quanto un romanzo di Cormac McCarthy. 

Baumann imposta il baritono come un solitario cowboy in una serenata alla luna e la band lavora per sottrazione, mescolando acustico ed elettrico e alzando suoni come manciate di polvere nella meravigliosa marcia funebre di A Man Who Knows, nello spettrale rallenty honky tonk di una quasi caveiana Old Bones, nel lirismo coheniano di una grandiosa Hangman, nel romantico dondolio country&western di un'incantevole Trigger e nelle minuzie acustiche di una ispiratissima A Whisper To The Wind. Solo cinque canzoni, ma che a questo punto valgono un'intera carriera o addirittura una vita come quella intensissima di Kurt Baumann, che, come per magia, sembra essere tutta qui racchiusa nelle pieghe più profonde e poetiche del canto e nel contemplativo movimento degli strumenti di 'Blood Of The Land'. (8/10) 

mercoledì 7 marzo 2018

Video della settimana: Damien Jurado - Over Rainbows and Rainier

Bel video per questa ballata agrodolce, nuovo singolo del cantautore da Seattle.
L'album 'The Horizon Just Laughed' esce il prossimo 4 Maggio per Secretly Canadian.



giovedì 22 febbraio 2018

Wharfer - The Road Dissolved the View (Self-released)



di Luca Salmini

Quando si parla di artisti non esattamente sulla cresta dell'onda, di solito gli americani usano l'espressione ad effetto “The Best Kept Secret of …” e, nonostante possa suonare trita e banale, è proprio quello che viene in mente a proposito del cantautore Kyle Wall in arte Wharfer, almeno a giudicare dal grado di notorietà praticamente nullo e perfino dalle scarse informazioni reperibili in rete. In ogni caso, se Kyle Wall non è il segreto meglio custodito di Brooklyn, poco ci manca, perchè tutto quello che è possibile sapere di lui è racchiuso nelle succinte note della sua pagina Bandcamp, dove la notizia più rilevante è che, nonostante la scarsa fama, ha finora realizzato la bellezza di sei album di studio, una discreta discografia che non ha evidentemente creato proseliti: una situazione che ha dell'incredibile considerando i tempi che corrono e soprattutto quanto si ascolta nel nuovo 'The Road Dissolved The View', un lavoro che non sembra certo il frutto dell'ultimo arrivato e che dice dell'autore molto più di quanto si riesca ad intuire dalla sua biografia. 

Qualche decennio fa, Wharfer sarebbe rientrato nella categoria dei cantautori lo-fi, oggi ha tutta l'aria di un artista che prova a sbarcare il lunario tirando fuori il massimo dalla filosofia del less is more o almeno è questa l'impressione che suscitano le ballate profonde ed intessissime che riempiono The Road Dissolved The View, un disco che l'artista ha scritto, suonato e prodotto in completa autonomia. Sospeso tra folk, blues, canzone d'autore e sonorità d'ambiente, 'The Road Dissolved The View' è pieno di ballate scure, struggenti ed atmosferiche come non se ne ascoltavano dai tempi degli Smog di Bill Callahan: un'immaginario a cui rimanda anche il profondo e sofferto baritono con cui Wharfer rumina versi ed emozioni di serenate notturne come la bellissima ed eterea Drunk Behind The Wheel, come l'apocalittica To Alabama o come l'elegante e pianistica Old Soul. 

Magari basico ma affatto scarno, 'The Road Dissolved The View' è un disco in chiaroscuro, fatto di pieni elettrici e passaggi minimali, di cupi bronci e spettrali melodie al rallentatore come quella di una grandiosa e dissonante Lumière, capace di evocare l'oppiato soul dei Timber Timbre, quella del folk à la Lambchop di una incantevole I'll Ride The Smoke e di una polverosa titletrack, quella di una coheniana e scenografica Deep Blue o quella del nebuloso country New Hide Park. Disco da notte fonda, The Road Dissolved The View è il lavoro accurato e pregiatissimo di un'esteta della canzone, di un ispiratissimo poeta da ore piccole, che finora ha sicuramente raccolto meno di quanto meriti. (8,5/10)

venerdì 9 giugno 2017

Anteprime: Steven Wilson, Chris Robinson, Jack Cooper, M.Orchestra

Steven Wilson feat. Sophie Hunger- Song of I
da: 'To The Bone' (Caroline, 18 Agosto)

Chris Robinson Brotherhood - Behold the Seer
da: 'Barefoot in The Head' (Silver Arrow, 21 Luglio)

Jack Cooper - North of Anywhere
da: 'Sandgrown' (Trouble in Mind, 27 Agosto)

Manchester Orchestra - The Gold
da: 'A Black mile To The Surface' (Loma Vista, 28 Luglio)

domenica 4 giugno 2017

Recensioni Brevi: Alt-J, Benjamin Booker

Alt-J - Relaxer (Atlantic)













C'é una sorta di spirito bambinesco nella musica del pluripremiato trio inglese che, se da una parte può essere considerato conseguenza di una libertà creativa che porta a percorrere strade originali spesso molto interessanti, dall'altra rende il gruppo un bersaglio perfetto per coloro i quali amano utilizzare stereotipi in rappresentanza delle istanze di genere, in questo caso l'indie-rock dei nostri giorni. La band nata tra i dormitori dell'Università di Leeds riesce a racchiudere nel proprio suono gran parte degli stilemi prediletti dalla generazione post-millennials e questo terzo lavoro in studio prosegue nella definizione di uno stile molto personale, in cui si cerca di dare spazio ad ogni impulso, senza mettere alcun paletto alla creatività. Registrato a Londra, con l'aiuto del fidato produttore Charlie Andrew, 'Relaxer' condensa in poco meno di quaranta minuti una moltitudine di sonorità e linguaggi senza risultare sconclusionato o discontinuo; certamente necessita di uno sforzo di ascolto plurimo ma in breve tempo riesce a convincere per la coerente varietà dei temi. La band non si fa mancare nulla: dall'ambient fascinoso di 3WW alla potenza espressiva dell'inquietante In cold blood, passando per l'involuto garage-rock di Hit me like that snare e l'ansiogeno incedere di Deadcrush. Spazio anche per momenti più meditati, come l'insidiosa cover della abusata House of the rising sun, epica nell'ondeggiare oceanico di una marea di chitarre, o come l'eterea Last year, composizione che rende giustizia alla maturità artistica della band. (7,5/10) 


Benjamin Booker - Witness (ATO)













Reduce da una permanenza in Messico che lo ha portato a riflettere su quanto ancora gli Stati Uniti siano lontani dal debellare un endemico razzismo che, soprattutto di questi tempi, pare serpeggiare pericolosamente tra società, politica e cultura, il 27enne songwriter dalla Virginia pubblica questo secondo sforzo discografico, un album interessante, ricco di contenuti. Booker, oltre ad essere un cantante dalla vocalità aspra molto riconoscibile, è un autore decisamente dotato, in grado di spaziare tra le influenze con naturalezza e credibilità. Da solide fondamenta blues si erge un tessuto sonoro vintage, profumato di gospel e soul, imbastardito da frequenti incursioni rock. Su tutto l'espressività della voce, a dare sostanza a testi decisamente impegnati, fortunatamente privi di disillusione o violenza retroattiva ma in qualche modo propositivi e carichi di speranza. E' un soul che spesso parte per la tangente, in bilico tra passato e presente, legato alla grande tradizione della black music ma meticcio nel lessico, figlio dell'esperienza musicale della strepitosa Mavis Staples (ospite del disco) e di un personaggio oggi fondamentale come Jack White, oltre che delle istanze letterarie di autori come Richard Wright o James Baldwin. Witness, Motivation, Believe e Thruth is heavy sono grandi brani, il resto è ampiamente sopra la media. (7,5/10)

lunedì 29 maggio 2017

Dan Auerbach - Waiting On A Song (Easy Eye Sounds)


Avesse pubblicato questo disco dieci anni fa, Dan Auerbach si sarebbe ritrovato senza ombra di dubbio a spiazzare in toto critica e pubblico; 'Waiting On A Song' è il risultato di un lungo lavoro di affinamento del proprio linguaggio musicale: dallo scabro e sbilenco rock sporco di blues dei Black Keys, giunto nel lasso di un decennio ad un boom di popolarità per molti inaspettato ma non così imprevedibile, vista la costante deriva verso un midstream furbetto, si è arrivati ad un pop-rock di stampo vintage che non sorprende più di tanto, in quanto coerente con il ruolo di appassionato musicofilo e amante delle atmosfere retrò che il nostro negli anni ha saputo interpretare con credibilità e lungimiranza, in veste di musicista ma anche di produttore.

Il cantautore da Akron ha presentato questo album come "a whole history of everything I love about music" e da più parti si è temuto che il miscuglio di generi potesse dare vita ad un'accozzaglia di composizioni slegate tra loro. Per fortuna così non è stato, sebbene il disco mostri i pregi e i difetti di un'opera che volutamente richiama le atmosfere del passato senza la pretesa di attualizzarle. Auerbach sa fare il proprio mestiere con arguzia, ha sufficiente esperienza in studio per poter dare ai brani una forma coerente con il progetto ed il risultato è interessante e destinato ad avere un buon impatto anche sul pubblico, visto che la componente pop dei brani è decisamente catchy.

Per ottenere sonorità adatte al mood voluto il nostro si è affidato al fonico Fergie Ferguson (Johnny Cash) ed ha invitato in studio musicisti dotati di curriculum di tutto rispetto: il bassista Dave Roe (Johnny Cash, John Mellencamp), il batterista Gene Chrisman (Elvis Presley, Aretha Franklin) e il pianista Bobby Wood (Elvis Presley, Willie Nelson), oltre a guest star del calibro di Duane Eddy e Mark Knopfler. Con quasi 60 pezzi su cui lavorare, Auerbach ha potuto modellare l'album con una certa libertà d'azione, spesso dando sfogo ad un'attitudine da fan della musica che si esprime chiaramente in alcuni riusciti episodi.

Dimenticatevi dunque l'esordio solista 'Keep It Hid' (2009), siamo decisamente in un'altra dimensione, nella quale è facile sentire una vocina esclamare "questa mi ricorda qualcosa...", ma fa tutto parte del gioco, è un disco che va interpretato come una sorta di tributo al background dell'autore.  Gli episodi migliori sono certamente la title-track, composizione estiva dall'anima sixties, con i Beach Boys nel cuore e un bel basso pulsante a tirare la carretta, Malibu man, quadrata nella ritmica, con organo e sezione d'archi tamarri al punto giusto, e King of a one horse town, ballata soave dalle sonorità cinematografiche. L'ostinato Undertow, l'acustico Never in my wildest dreams e lo psychobilly Livin' in sin sono brani di tutto rispetto e mantengono vibrante quel fascino positivo che percorre un po' tutto il lavoro.

Alcuni episodi paiono invece citazioni un po' bislacche: Cherrybomb potrebbe essere un brano del Beck più sconvolto, mentre Stand by my girl è uno zibaldone sconclusionato, tra George Harrison e Fatboy Slim. Ma nonostante questo florilegio di citazioni, l'album, anche grazie ai poco più di 33 minuti di musica che contiene, si fa ascoltare tutto d'un fiato, risultando leggero e divertente. Giudicare un disco di questo tipo non è facile; si può punire una certa mancanza di originalità oppure valutarne l'efficacia nel riproporre sonorità del passato con gusto e una certa raffinatezza. Questa volta vince la godibilità dei brani, ma attendiamo Auerbach al varco. (7,5/10)

giovedì 25 maggio 2017

Jesca Hoop - Teatro Bloser, Genova 24/05/2017


Location molto particolare quella prescelta per la prima assoluta italiana della cantautrice californiana, da tempo stabilmente domiciliata in quella Manchester scossa proprio in questi giorni dall'attentato terroristico sferrato a margine del concerto di Ariana Grande che la Hoop ha voluto commentare con poche parole molto sentite. Il minuscolo Teatrino sotterraneo di Piazza Marsala, un tempo laboratorio per l'avanguardia, le piccole compagnie di esordienti e i cabarettisti, da un paio di anni recuperato in una forma molto simile a quella originaria e rinominato Teatro Bloser, è la propaggine culturale di uno dei locali più interessanti della città della Lanterna, quel Beautiful Loser che oltre ai piaceri della tavola coltiva da sempre una predilezione per certa musica di nicchia. 

Una piccola sala nata negli anni '60 che conta meno di un centinaio di posti a sedere, intima e carica di fascino; un luogo nel quale è ancora possibile respirare l'odore delle tavole del palcoscenico mischiato agli afrori umidi di uno scantinato, immaginandosi immersi nelle atmosfere anni '60 di un piccolo club del Greenwich Village e sentendosi in qualche modo parte di un gruppetto di privilegiati. Ad aprire la serata, l'esibizione di un'artista ormai di casa al Bloser: Carlotta Risso aka Charlie, cantautrice genovese classe 1977, con una passione per certo folk statunitense e una vocalità che a tratti ricorda quella di Dolores O'Riordan. Il suo breve set in compagnia del violinista Antonio Capelli riscalderà adeguatamente la platea.

Jesca Hoop si presenta sul palco a piedi nudi, con un vaporoso vestito scuro e la consueta capigliatura arzigogolata, in compagnia della brava polistrumentista Kirana Peyton, indispensabile spalla sia in veste di musicista sia in quella di seconda voce. Il duo è ampiamente rodato e gli arrangiamenti, anche grazie ad un impianto audio molto ben gestito, non fanno rimpiangere le atmosfere dei lavori in studio, in particolare il recente 'Memories Are Now' (Sub Pop 2017), dal quale provengono gran parte dei brani in scaletta. Ecco dunque l'elegiaca Songs of old,  splendida apertura di concerto con la sua struttura scarna ed essenziale, la disillusa The lost sky, la dolce Pegasi e la title-track, blues dalle cadenze sghembe che in questa versione minimale non perde  una briciola della potenza espressiva che ha su disco.

C'é spazio anche per alcuni brani più datati, dalla sincopata Whispering light, con le voci a compiere affascinanti evoluzioni, per nulla scontate, alla delicata Born to, la cui parte centrale mette in evidenza il grande affiatamento del duo, e per un paio di episodi nati da recenti fortunate collaborazioni: Murder of birds, cantata in studio con Guy Garvey (Elbow) e Know the wild that wants you, estratta dal bel disco realizzato lo scorso anno in coppia con Sam Beam/Iron & Wine ('Love Letters For Fire', Sub Pop).  Due i bis, con la conclusiva Storms make grey the sea regalata all'attento pubblico in versione totalmente unplugged. Jesca Hoop è artista dalle doti non comuni, autrice tra le più interessanti emerse negli ultimi anni e performer in grado di sviluppare un'alchimia col pubblico molto profonda, per questo meriterebbe una platea decisamente più ampia di quella della bella location genovese.

venerdì 19 maggio 2017

Weyes Blood - Front Row Seat To Earth (Mexican Summer)

A Giugno Weyes Blood sarà in Italia per quattro date, con l'occasione pubblichiamo la recensione dell'ultimo lavoro Front Row Seat To Earth firmata da Luca Salmini, da oggi collaboratore del blog.


di Luca Salmini

Comparando i suoi trascorsi in collettivi sperimentali e rumoristici come Jackie-O-Motherfucker con le celestiali melodie del suo nuovo album Front Row Seat To Earth, sembra che la musica della cantautrice Natalie Mering sia passata attraverso la classica metamorfosi del bruco diventato farfalla. In verità, tra gli esordi, che risalgono all'incirca al 2006, e il presente ci sono anche la collaborazione con Ariel Pink's Haunted Graffiti, i pellegrinaggi attraverso gli Stati Uniti, la scelta del nome d'arte Weyes Blood, un certo numero di cassette autoprodotte, un paio di album solisti e un contratto con la Mexican Summer Records a partire dal suo secondo lavoro The Innocents del '14, in cui già lasciava da parte qualsiasi estremismo sonico per una compiuta forma canzone dai tenui contorni folk. 

Alla luce dei fatti, non si può certo dire che Natalie Mering non si sia data da fare per provare ad emergere, anche se il suo nome circola ancora solo a livello sotterraneo: una situazione a cui potrebbe strapparla Front Row Seat To Earth, un lavoro sospeso tra il respiro folk vagamente british di un canto lirico ed intenso, la sottile fragranza armonica di suoni elettroacustici e vaporosi arrangiamenti d'impianto moderno. Bucolico e affascinante, Front Row Seat To Earth è un'ariosa e rarefatta sinfonia di chitarre acustiche ed elettriche, rintocchi di pianoforte, tappeti di tastiere, ovattate cadenze di basso e tamburi, squilli di trombe e spaziose intersezioni d'elettronica.

Un lavoro che prova a coniugare al presente l'incantato idillio di un disco del lontano passato come Just Another Diamond Day di Vashti Bunyan, quando partono effimere ballate e sognanti madrigali come la seducente Diary, che pare quasi echeggiare dalle profondità del Laurel Canyon, la pastorale nenia folk Be Free, i profumi d'incenso di una marcetta vagamente beatlesiana come Do You Need My Love, il lirico vibrato di Generation Why, l'elegiaca corale di Away Above, i riverberi elettronici di Can't Go Home o le fiabesche atmosfere di Seven Words. 

Forse hanno ragione le note della cartella stampa quando precisano “...Il nuovo album di Weyes Blood Front Row Seat To Earth è la musica folk del prossimo futuro...”, di certo si tratta di un lavoro curioso e decisamente seducente, capace almeno di rendere più lievi ed euforici all'incirca quarantacinque minuti dell'immediato presente. 

Weyes Blood sarà in tour in Italia il prossimo Giugno, queste le date:
05 giugno – MILANO (Serraglio)
06 giugno – ROMA (Chiesa evangelica Metodista – Unplugged in Monti)
07 Giugno - MARINA DI RAVENNA (Hana-Bi)
08 giugno – TORINO (Spazio 211)


A Quick One: Paste Quarterly Magazine



martedì 16 maggio 2017

Fleet Foxes - Crack-Up Tour Rehearsals

Ad un mese esatto dall'uscita dell'attesissimo nuovo album 'Crack-up', prevista per il 16 Giugno prossimo, la band di Robin Pecknold pubblica sul proprio canale YouTube un bel video girato in occasione delle prove per il lungo tour partito ieri da Missoula, MT, che farà tappa in Italia il 3 Luglio, a Ferrara.


A Quick One: Penguin Cafe - The Imperfect Sea