lunedì 1 gennaio 2024
martedì 26 dicembre 2023
The Felice Brothers - Asylum on the Hill (Self)
di Chris Airoldi
La fine del 2023 è stata decisamente prodiga di buona musica: ci ha regalato il grande ritorno di alcuni nomi illustri, diverse solide conferme e qualche stuzzicante nome nuovo che sarà il caso di tenere d'occhio nel prossimo futuro. In piena zona Cesarini è saltato fuori a sorpresa questo 'Asylum on the Hill', pubblicato il 15 Dicembre nel solo formato liquido, scaricabile dalla pagina Bandcamp dei Felice Brothers, un disco che arriva a due anni di distanza dall'ottimo 'From Dreams to Dust' (Yep Roc 2021), da molti considerato tra i migliori lavori della band da Catskills, NY.
Registrato come il precedente nella vecchia chiesa di Harlemville che i fratelli hanno trasformato in studio, vede alla consolle e alla co-produzione il fido Nate Wood, sempre più a proprio agio coi suoni minimali e intensi, spesso flebili, della band di Ian e James Felice. Solo dieci giorni di lavoro, per 12 brani decisamente belli, dai quali traspare una stramba atmosfera di rilassatezza, probabilmente frutto della totale mancanza di pressioni discografiche o produttive. Ma attenzione: non si tratta di un disco leggero e spensierato, bensì di un lavoro ispirato e concreto, estremamente maturo, che allinea una prodigiosa serie di racconti in musica, con qualche momento lieve ma in prevalenza temi molto profondi e affascinanti.
Ian Felice lo ha definito: "un disco sul fare musica perché amiamo farla; (un disco) che parla di gerani rossi che diventano mostruosamente grandi e potenti, di varie deformità del cuore e della mente, e del ritorno inaspettato di un musicista di strada, morto da tempo e dimenticato". Un miscuglio dunque interessante e peculiare, tutto da assaporare, che già dopo pochi ascolti riesce a farci ammettere di aver chiuso forse troppo presto la lista dei migliori dischi dell'anno: 'Asylum on the Hill' vi si colloca senza dubbio a pieno titolo, e siamo certi non saremo i soli a rimettere mano alle nostre classifiche per una irrinunciabile variante in corso d'opera.
L'intensa ballad iniziale Candy Gallows è tanto profonda nel testo quanto riuscita nell'arrangiamento; semplice per approccio ma carica in fase strutturale, con le voci (un amico direbbe: "hanno portato i Beach Boys in chiesa") usate alla perfezione per sostenere l'andamento generale e sottolineare un crescendo centrale/finale molto emozionante. Un'apertura di lavoro intrigante, che fa da apripista all'apparente frivolezza musicale di una ritmica Strawberry Blonde, la quale volutamente richiama melodie pop pre-masticate per infilarsi agilmente sottopelle e rilasciare il carico pesante di un testo assolutamente amaro. L'illusoria leggerezza resta solamente nella banale dichiarazione contenuta nel ritornello ("Strawberry Blonde, I love you"), ma tutto il resto delle liriche ci parla di un amore deluso, disperato e bistrattato, mentre un piano beffardo e le voci in qualche modo se la ridacchiano in sottofondo.
Abundance è una gemma oscura che apre come una soul ballad d'altri tempi, con il basso a dettare il ritmo, per poi sputare fuori un ritornello corale, sgangherato ma potente, che dà ancora più forza ad un testo sulla solitudine e il disincanto. Fisarmonica e piano allestiscono una struttura musicale solida, sulla quale prospera una coralità forte e incisiva, quasi broadwayana, per un brano strepitoso. Teeth in the Tabloids è invece una piano ballad che assieme alla successiva Macrame ci porta alla mente i territori cari a The Band o ai migliori Jayhawks, ma in un'ottica dimessa. Le voci a duettare, il piano in contrappunto, la batteria quadrata, per un tuffo in piena atmosfera No Depression, Roots Rock o Americana, chiamatela come diavolo vi pare.
C'é spazio anche per qualche momento più scanzonato, con la movimentata Green Automobile e la sincopata When Susie Was a Skeleton; la prima è introdotta da un piano verticale con un suono da saloon che trova la complicità nella gestione del ritmo in una cowbell, mentre la seconda è una sorta di filastrocca divertita con un testo molto acuto. Entrambe, pur avendo una natura acustica, mostrano uno spirito vicino a quello di certa new wave anglo-americana degli '80-90. I bei cori fanno la differenza e rendono questi brani godibili, qualcosa di più di semplici riempitivi, utili a far sì che il disco diventi decisamente più eterogeneo, pur senza abbassarne la tensione generale.
Spring Gazing è un breve intermezzo con una voce di bimbo a recitare un estratto dal testo della poetessa cinese Xue Tao su una base di armonici di chitarra, invero un po' inquietante, ma perfetto per introdurre l'evocativa Long Dead Street Musician, ennesima ballad del disco, con un peculiare ritmo marziale che esalta un retrogusto di folk britannico che si esplicita soprattutto nel ritornello corale, uno dei momenti migliori di tutto il disco. Si torna in territori più rock con l'upbeat di Birds of the Wild West, brano con ancora la fisarmonica a farla da padrona. Un bel testo, le acustiche a macinare chilometri, la ritmica a far battere il piedino e le solite belle voci; ci sono tutti gli ingredienti per un brano che dal vivo si farà certamente apprezzare.
La title-track ci trasporta inaspettatamente nella fredda atmosfera della Seconda Guerra Mondiale. È un brano splendido, inutile girarci attorno; qualcuno probabilmente dirà fin troppo Dylaniano, ok, ma avercene di brani così. Testo bellissimo, arrangiamento perfetto, è puro oro liquido. E se ancora non bastasse c'é la conclusiva What Will You Do Now, una commovente composizione per piano, voce e poco altro, anch'essa a livelli sublimi; la cantasse Tom Waits, tanto per dire, si urlerebbe al capolavoro. Da sole queste ultime due composizioni valgono il costo dell'album, fidatevi.
Disco dell'anno? Chi l'avrebbe detto? (8,5/10)
The Felice Brothers su Bandcampvenerdì 15 dicembre 2023
Harp - Albion (Bella Union)
di Chris Airoldi
domenica 12 dicembre 2021
David Allred - Driving Through the Aftermath of a Storm on a Clear Day (Dauw)
Un lavoro breve e conciso ma decisamente interessante; Allred non aspira certo al grande successo commerciale, ma un posticino nella nostra discografia se lo merita, andate a scoprire anche i suoi lavori precedenti. (8,5/10)
mercoledì 27 ottobre 2021
Raindance Kid - Chimeras EP (Timezone Records)
Quando qualche anno fa usciva il loro esordio Swayer, i tedeschi Raindance Kid sembrarono subito i più credibili e ispirati cantori delle visioni e dell'immaginario di quel Sud Segreto e di quell'America selvaggia e malata che i Sixteen Horsepower raccontarono così bene in una manciata di album usciti tra la fine degli anni '90 e il principio del nuovo secolo.
Suscita più o meno le stesse impressioni il nuovo EP Chimeras, che espande le percezioni di quel primo lavoro in cui folclorici schiocchi d'ossa della tradizione e urgenti schitarrate rock si intrecciavano per dar vita a un suono potente e scenografico che evocava le atmosfere dei romanzi di Cormac McCarthy e Larry McMurtry o le sequenze di tante pellicole western di seconda categoria.
Più che un seguito, Chimeras EP potrebbe essere considerato come un'appendice di Swayer o piuttosto un'anticipazione di quanto i Raindance Kid faranno in futuro, perché se l'aura apocalittica di un deviato roots rock come Ride On e di uno spiritato bluegrass come Nemesis pare riprendere il discorso dal punto esatto in cui si era interrotto il debutto, l'arioso folk di Lay Me Doon fa venire in mente l'echeggiare di un qualche canto marinaresco dell'antica Scozia, la romantica titletrack fluttua tra pianoforte e violini come una ballata dell'era vittoriana, Down The Line è invece una polca che riesce ad azzerare le distanze tra l'Europa dell'Est e gli Appalachi e infine l'acustica e arida Waltz suona polverosa e profonda quanto una canzone di John Prine.
Sebbene la loro musica rimanga di straordinaria intensità e le loro fantasie da selvaggio west altrettanto potenti e immaginifiche, per certi versi i Raindance Kid di Chimeras EP suonano più pastorali e folk, come se le inquietudini dell'adolescenza fossero sul punto di raggiungere la consapevolezza della maturità. Sarà senza dubbio interessante seguire quanto faranno da questo momento in avanti. (8/10)
domenica 30 dicembre 2018
Recensioni Brevi: Peter Broderick & Friends, Emma Ruth Rundle
Attivissimo polistrumentista e autore statunitense, ormai stabilmente trapiantato in Irlanda, il 31enne Peter Broderick è uno dei talenti più interessanti apparsi negli ultimi tempi sulla scena musicale. Appassionato sperimentatore di suoni e atmosfere, ha percorso le strade della musica in tutte le direzioni, da solo o in compagnia di nomi del calibro di Nils Frahm, M.Ward, David Allred e Laura Gibson. Titolare di una già nutrita discografia, a pochi mesi dall'ottimo 'All Together Again' (Erased Tapes), ritorna sugli scaffali dei negozi con questo tributo ad un musicista al quale è stato spesso accostato: lo sfortunato Arthur Russell, poliedrico cantautore/violoncellista dall'Iowa, scomparso a soli 40 anni nel 1992. Circondato da una bella schiera di amici tra i quali spiccano i nomi di Peter McLaughlin, Brigid Mae Power e il già citato Allred, Broderick mette mano a dieci composizioni di Russell, registrando un tributo decisamente interessante, nel quale spiccano le atmosfere minimali di Words of Love e Losing My Taste for the Nightlife, i ritmi lievi di Come to Life e A Little Lost e l'estasi finale della drammatica You Are My Love. Un disco che conferma la bravura di Broderick, anche in veste di arrangiatore e interprete di brani altrui, ma soprattutto invita alla riscoperta del lavoro di un talento che rischiava ingiustamente di finire nel dimenticatoio. (7,5/10)
domenica 11 novembre 2018
Recensioni brevi: Midnight Oil, Jim Moginie
di Chris Airoldi
Ancora non è dato sapere se il lungo tour mondiale che ha visto i Midnight Oil attraversare tra Aprile e Novembre 2017 i cinque continenti, con 74 date tutte sold out, sia stato il preludio ad un ritorno all'attività anche in studio o solamente il definitivo canto del cigno per la storica band australiana. Quel che è certo è che sul palco abbiamo potuto ammirare cinque musicisti ancora in grado di dare forma e potenza alle istanze di una band il cui impegno sociale fino a qualche anno fa poteva sembrare destinato all'anacronismo, ma mai come oggi sarebbe necessario riportare in auge, vista la decadenza politico/umana alla quale stiamo assistendo. Questo corposo doppio disco dal vivo ci mostra dunque Peter Garrett e soci ripercorrere interamente la propria carriera, dall'urticante punk degli esordi (Stand in Line, Bus to Bondi, Don't Wanna be the One), alla oscura e disincantata contaminazione degli ultimi lavori discografici (Redneck Wonderland, Golden Age), passando per le anthem songs degli anni '80 (Beds Are Burning, The Dead Heart, Read About It). Una testimonianza che speriamo abbia un seguito, c'é ancora bisogno di brani come Dreamworld, Sometimes o Short Memory. (7/10)
I chitarristi australiani sono spesso ignorati dalle classifiche delle riviste di settore: al di là dei soliti Tommy Emmanuel o Angus Young, è molto raro trovare tra i più applauditi solisti delle sei corde un nome proveniente dal continente down under, nonostante per decenni la musica australiana sia stata etichettata come prettamente di stampo chitarristico. Uno dei nomi che meriterebbero più attenzione è quello di Jim Moginie, chitarrista/autore che coi suoi Midnight Oil ha avuto un ruolo da protagonista nell'epopea del rock australiano, dando un apporto fondamentale in termini compositivi ma anche di suono, visto che le sue sei corde, tra fascinazioni vintage, divagazioni surf e sventagliate noise, sono decisamente riconoscibili e hanno caratterizzato la cifra stilistica della band. In questo quarto album a proprio nome, Moginie torna al primo amore, tra jingle-jangle e surf, con qualche accelerazione punk, aiutato da un bel trio di amici: Kent Steedman e Paul Loughhead dai Celibate Rifles e Tim Kevin dei La Huva. 'Bark Overtures' è un disco molto dinamico, dove non c'é traccia di ricerca o sperimentazione ma gran voglia di creare atmosfere desertiche (Samhadi Dog, Journey to the Inner Stick), psichedeliche (Arseholes, Space Moment) o garage (0 to 110, Destination Afghanistan); uno di quei dischi senza troppi fronzoli ma pieni di sostanza che stanno diventando sempre più rari. (7/10)
giovedì 8 novembre 2018
Ryley Walker - The Lillywhite Sessions (Dead Oceans)
mercoledì 31 ottobre 2018
The Burned - Blood of the Land (Self-Released)
mercoledì 7 marzo 2018
Video della settimana: Damien Jurado - Over Rainbows and Rainier
L'album 'The Horizon Just Laughed' esce il prossimo 4 Maggio per Secretly Canadian.
giovedì 22 febbraio 2018
Wharfer - The Road Dissolved the View (Self-released)
venerdì 9 giugno 2017
Anteprime: Steven Wilson, Chris Robinson, Jack Cooper, M.Orchestra
da: 'To The Bone' (Caroline, 18 Agosto)
Chris Robinson Brotherhood - Behold the Seer
da: 'Barefoot in The Head' (Silver Arrow, 21 Luglio)
Jack Cooper - North of Anywhere
da: 'Sandgrown' (Trouble in Mind, 27 Agosto)
Manchester Orchestra - The Gold
da: 'A Black mile To The Surface' (Loma Vista, 28 Luglio)
giovedì 8 giugno 2017
domenica 4 giugno 2017
Recensioni Brevi: Alt-J, Benjamin Booker
Benjamin Booker - Witness (ATO)
lunedì 29 maggio 2017
Dan Auerbach - Waiting On A Song (Easy Eye Sounds)
giovedì 25 maggio 2017
Jesca Hoop - Teatro Bloser, Genova 24/05/2017
C'é spazio anche per alcuni brani più datati, dalla sincopata Whispering light, con le voci a compiere affascinanti evoluzioni, per nulla scontate, alla delicata Born to, la cui parte centrale mette in evidenza il grande affiatamento del duo, e per un paio di episodi nati da recenti fortunate collaborazioni: Murder of birds, cantata in studio con Guy Garvey (Elbow) e Know the wild that wants you, estratta dal bel disco realizzato lo scorso anno in coppia con Sam Beam/Iron & Wine ('Love Letters For Fire', Sub Pop). Due i bis, con la conclusiva Storms make grey the sea regalata all'attento pubblico in versione totalmente unplugged. Jesca Hoop è artista dalle doti non comuni, autrice tra le più interessanti emerse negli ultimi anni e performer in grado di sviluppare un'alchimia col pubblico molto profonda, per questo meriterebbe una platea decisamente più ampia di quella della bella location genovese.

















