Ecco la Playlist di Gennaio. Link diretto
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lunedì 1 gennaio 2024
mercoledì 23 gennaio 2019
The Mañana People - Princess Diana (Unique Records)
di Chris Airoldi
'Princess Diana' si apre con Remember I Was Movies, brano sorretto da ritmica statica sulla quale i due edificano trame acustiche che si arricchiscono di battuta in battuta e belle armonie vocali che profumano di anni '60. Il pezzo ha una semplicità di fondo che lo fa arrivare chiaro e diretto da subito, ma con più ascolti si può apprezzare il bel lavoro di arrangiamento, per un brano che piacerebbe molto a Wes Anderson. We're Seagulls prosegue sulla strada dell'immaginario cinematografico, con una chitarra up-tempo da folk anni '50 ben coadiuvata da un banjo e immersa in un universo sonoro che ci catapulta direttamente tra le vecchie soundtrack dei B-Movie americani, con tanto di theremin, organetto, chitarra elettrica oscura e inquietante, e ritmica swampy; un po' come se al famoso crocicchio si incontrassero per far musica Jack Arnold, Roger Corman, Johnny Cash e Lennon/McCartney.
Matchstick Man è un brano dall'andatura svelta, con una ritmica strampalata e un basso ossessivo sui quali il duo inserisce le traiettorie oblique di chitarre e organetto, molto coinvolgenti, fino ad arrivare ad un bell'intermezzo che scomoda i Beach Boys, altro gran brano. C'é una freschezza pop che rende il lavoro meno derivativo di quanto possa sembrare; le influenze sono chiare ma la scelta di lavorare sui brani con molta libertà espressiva rende il tutto godibile e fa filare via il disco in maniera fluida e piacevole. Con A Silly Horror Song siamo dalle parti degli Appalachi, con una chitarra e un bel lavoro corale, fino all'ingresso della ritmica sintetica che arricchisce il brano senza apparire fuori posto: il folk si ibrida con le sonorità lo-fi dei sequencer e il risultato è davvero notevole.
Antropophagus è il brano nel quale appare il già citato Bonnie "Prince" Billy; è in effetti il più americana per atmosfere e sonorità, sebbene sia caratterizzato da uno sviluppo armonico che riporta al folk-rock britannico dei primi anni '70, con le ennesime belle armonie vocali e un ottimo lavoro di arrangiamento. Ci spostiamo invece sulla frontiera per la seguente The Night You Stole My Gun, composizione dal ritmo latineggiante con slide d'ordinanza, languido organo, chitarra elettrica twangy, voce riverberata e la voglia di creare una musicalità visionaria. L'intermezzo sorretto dalla classica ritmica alla Hal Blaine di Be My Baby sigilla questo piacevole pastiche. Teddy parte spedita, con batteria saltellante e voci ad inseguirsi, per poi avventurarsi in percorsi psichedelici che, tra testo e musica, farebbero felice il compianto Syd Barrett.
Rimaniamo su territori stranianti con la seguente People Who Don't Know They're Dead (How They Attach Themselves to Unsuspecting Bystanders and What to Do About It), composizione per organo, synth e voci di stampo sci-fi, bellissima per chi scrive, strana e particolare, molto affascinante. La seguente It's Harder To Try è una ballad acustica di stampo classico con belle sonorità e uno sviluppo melodico non canonico, quasi una versione folk dei Radiohead. Chiude il disco il manifesto programmatico The Mañana People Fight the Undead, altra ballata con la chitarra in picking su un crescendo drammatico fatto di stop e ripartenze, voci sugli scudi e un sapore vintage irresistibile. Una gran bella sorpresa in questo inizio d'anno già ricco, The Mañana People sono un gruppo da tenere d'occhio e questo disco ce li mostra in tutte le loro multiformi e cinematiche sfaccettature. (8/10)
mercoledì 10 ottobre 2018
Spain - Mandala Brush (Glitterhouse)
di Chris Airoldi
I lettori più vecchi ricorderanno come in passato, sulle coste degli album in vinile, le case discografiche usassero inserire la dicitura "file under..." seguita dal genere, per facilitarne l'inserimento a scaffale nei negozi. Al di là dell'utilità o meno, questa usanza serviva per definire in qualche modo il suono di un lavoro, senza perdersi in troppe iperboli stilistiche. Questo nuovo album degli Spain arriva nelle nostre mani accompagnato da una cartella stampa che recita:"indie pop slow-core Americana free jazz", una definizione che per quanto dica tutto e niente (potrebbe essere di ispirazione per un testo di Franco Battiato), ci fa capire quanto complicato sia incasellare in un solo ambito la musica di Josh Haden e famiglia.
Contaminazione, libertà espressiva, ricerca stilistica, chiamatela come volete: nei solchi di questo lavoro c'é un mondo di sonorità che affascina, magari non al primo ascolto, ma lentamente ci avvolge e ci trasporta, quasi fossimo attratti magneticamente dallo stilizzato mandala in copertina che, seguendo la stessa linea della musica, racchiude il simbolo di Venere, del rame e del sesso femminile, nonché le trame dei dreamcatcher dei nativi. Un chiaro messaggio di universalità che va di pari passo con il misticismo dei testi e l'onestà delle intenzioni.
Come detto è un lavoro dalle trame oscure, che potremmo inserire nel filone del gotico americano più di sostanza, sebbene infarcito di influenze globalizzanti, pensiamo all'iniziale ossessivo mantra con sapori latini di Maya in The Summer, alla splendida elegia minimale di Holly, o ai quindici minuti catartici di God is Love, composizione da viaggio psichedelico nella quale l'intro è affidata al suono di uno strumento ad ancia battente (le nostre launeddas, per intenderci), brani che di anglosassone hanno solo linee e testi. C'è il profumo del jazz, che ovviamente è nei geni degli Haden, soprattutto nell'uso libero dei fiati, i quali si muovono con grande agilità anche nei contesti più folk-oriented, come Folkstone, Kent, Tangerine o The Coming of The Lord.
Ma il lavoro regala altre gemme: il coinvolgente up-tempo di Sugarkane, brano dove ogni cosa è al posto giusto, soprattutto le splendide chitarre; la languida visceralità di Rooster Cogburn, con organo, basso e batteria sugli scudi, e la sostanza della desertica Laurel, Clementine, brano dai toni vicini al pop. Su tutto la voce di Haden, con quella fragilità intrinseca che la fa percepire così umana e credibile, sia quando racconta storie della suburra americana, sia quando liricamente si spinge verso la spiritualità. La musica degli Spain è tutto questo, una sorta di amorfo gospel, in perfetto equilibrio tra l'intimo e l'universale che in questo disco si esprime ai massimi livelli. Non fermatevi al primo ascolto. (8/10)
Josh Haden e soci approderanno in Italia nei prossimi giorni, per esibirsi il 12 Ottobre all'1e35 Circa di Cantù e la sera successiva al FreakOut Club di Bologna. Non perdeteli!
lunedì 29 maggio 2017
Dan Auerbach - Waiting On A Song (Easy Eye Sounds)
Avesse pubblicato questo disco dieci anni fa, Dan Auerbach si sarebbe ritrovato senza ombra di dubbio a spiazzare in toto critica e pubblico; 'Waiting On A Song' è il risultato di un lungo lavoro di affinamento del proprio linguaggio musicale: dallo scabro e sbilenco rock sporco di blues dei Black Keys, giunto nel lasso di un decennio ad un boom di popolarità per molti inaspettato ma non così imprevedibile, vista la costante deriva verso un midstream furbetto, si è arrivati ad un pop-rock di stampo vintage che non sorprende più di tanto, in quanto coerente con il ruolo di appassionato musicofilo e amante delle atmosfere retrò che il nostro negli anni ha saputo interpretare con credibilità e lungimiranza, in veste di musicista ma anche di produttore.
Il cantautore da Akron ha presentato questo album come "a whole history of everything I love about music" e da più parti si è temuto che il miscuglio di generi potesse dare vita ad un'accozzaglia di composizioni slegate tra loro. Per fortuna così non è stato, sebbene il disco mostri i pregi e i difetti di un'opera che volutamente richiama le atmosfere del passato senza la pretesa di attualizzarle. Auerbach sa fare il proprio mestiere con arguzia, ha sufficiente esperienza in studio per poter dare ai brani una forma coerente con il progetto ed il risultato è interessante e destinato ad avere un buon impatto anche sul pubblico, visto che la componente pop dei brani è decisamente catchy.
Per ottenere sonorità adatte al mood voluto il nostro si è affidato al fonico Fergie Ferguson (Johnny Cash) ed ha invitato in studio musicisti dotati di curriculum di tutto rispetto: il bassista Dave Roe (Johnny Cash, John Mellencamp), il batterista Gene Chrisman (Elvis Presley, Aretha Franklin) e il pianista Bobby Wood (Elvis Presley, Willie Nelson), oltre a guest star del calibro di Duane Eddy e Mark Knopfler. Con quasi 60 pezzi su cui lavorare, Auerbach ha potuto modellare l'album con una certa libertà d'azione, spesso dando sfogo ad un'attitudine da fan della musica che si esprime chiaramente in alcuni riusciti episodi.
Dimenticatevi dunque l'esordio solista 'Keep It Hid' (2009), siamo decisamente in un'altra dimensione, nella quale è facile sentire una vocina esclamare "questa mi ricorda qualcosa...", ma fa tutto parte del gioco, è un disco che va interpretato come una sorta di tributo al background dell'autore. Gli episodi migliori sono certamente la title-track, composizione estiva dall'anima sixties, con i Beach Boys nel cuore e un bel basso pulsante a tirare la carretta, Malibu man, quadrata nella ritmica, con organo e sezione d'archi tamarri al punto giusto, e King of a one horse town, ballata soave dalle sonorità cinematografiche. L'ostinato Undertow, l'acustico Never in my wildest dreams e lo psychobilly Livin' in sin sono brani di tutto rispetto e mantengono vibrante quel fascino positivo che percorre un po' tutto il lavoro.
Alcuni episodi paiono invece citazioni un po' bislacche: Cherrybomb potrebbe essere un brano del Beck più sconvolto, mentre Stand by my girl è uno zibaldone sconclusionato, tra George Harrison e Fatboy Slim. Ma nonostante questo florilegio di citazioni, l'album, anche grazie ai poco più di 33 minuti di musica che contiene, si fa ascoltare tutto d'un fiato, risultando leggero e divertente. Giudicare un disco di questo tipo non è facile; si può punire una certa mancanza di originalità oppure valutarne l'efficacia nel riproporre sonorità del passato con gusto e una certa raffinatezza. Questa volta vince la godibilità dei brani, ma attendiamo Auerbach al varco. (7,5/10)
giovedì 16 marzo 2017
Recensioni brevi: Spoon, Paul Weller
Spoon - Hot Thoughts (Matador)
Paul Weller - Music From The Film Jawbone (Parlophone)
Nono album per la band da Austin, guidata da Britt Daniel e Jim Eno, ormai ridotta a quartetto dopo la defezione del polistrumentista Eric Harvey. La svolta elettronica, che già si intuiva nel precedente They Want My Soul, ha dato frutti molto interessanti, portando il gruppo a produrre un lavoro dal mood decisamente positivo, quasi danzereccio, nel quale le chitarre rivestono un ruolo di contorno, fondendosi nella tavolozza di colori senza essere determinanti nel sound generale come succedeva in passato. La capacità di creare melodie di grande impatto resta immutata; forse è necessario uno sforzo in più per comprendere l'essenza compositiva dei pezzi che, pensando a ciò che la band aveva prodotto in precedenza, al primo ascolto possono apparire sovra-arrangiati. Ottima la scelta di un produttore dal curriculum importante come Dave Fridmann (Flaming Lips, Mercury Rev, Tame Impala), per imprimere al lavoro la necessaria coesione. Brani da segnalare: Do I have to talk you into it, Can I sit next to you, Tear it down e Shotgun. (7,5/10)
Paul Weller - Music From The Film Jawbone (Parlophone)
Prima esperienza in ambito cinematografico per il cantautore da Woking, alle prese con il commento sonoro di Jawbone, film che segna l'esordio alla regia di Thomas Napper, con protagonista Johnny Harris (Parnassus, This Is England), anche autore del soggetto. Cronaca della redenzione di un ex-campione giovanile di boxe dal passato tumultuoso, il quale, grazie al ritorno allo sport, troverà di nuovo un posto nella società, il film presenta un Weller inedito, autore di uno score sperimentale, con cinque brani strumentali tra elettronica, chitarre distorte ed effetti sonori, le cui atmosfere in qualche momento richiamano l'ultimo lavoro del nostro (Saturn Patterns, 2015), e due ballate acustiche, la breve Bottle e la splendida The ballad of Jimmy McCabe, composizione che riporta alla mente il miglior Tim Hardin. Solo per appassionati del godfather of Mod. (6/10)
mercoledì 8 marzo 2017
Recensioni Brevi: Valerie June, Colin Hay
Valerie June - The Order Of Time (Concord)
A quattro anni dal fortunato esordio Pushin' Against a Stone, la trentacinquenne cantautrice nativa del Tennessee ma ormai stabilmente di stanza a Brooklyn, ritorna nei negozi con questa sorta di concept album incentrato sul trascorrere del tempo, l'inevitabilità del cambiamento e la forza del misticismo. Un disco nel quale ritmi e sonorità africani si legano ad atmosfere psichedeliche, con blues e soul a guidare la scrittura, molto lucida e personale, della June. Ospiti dell'album, prodotto da Matt Marinelli (Bad Brains, Beck), il padre Emerson e i fratelli Patrick e Jason Hockett alle voci, più la special guest Norah Jones, presente in tre brani. La particolare vocalità della June ottiene ottimi risultati nei brani più onirici, come Long lonely road, The front door e With you; nelle composizioni più cariche di dinamiche si fa meno gradevole, a volte quasi bambinesca, dando l'impressione di essere un po' forzata. Questo aspetto non scalfisce comunque la forza espressiva dell'album e di una artista sicuramente da tenere d'occhio con attenzione. (7/10)
Colin Hay - Fierce Mercy (Compass)
A quattro anni dal fortunato esordio Pushin' Against a Stone, la trentacinquenne cantautrice nativa del Tennessee ma ormai stabilmente di stanza a Brooklyn, ritorna nei negozi con questa sorta di concept album incentrato sul trascorrere del tempo, l'inevitabilità del cambiamento e la forza del misticismo. Un disco nel quale ritmi e sonorità africani si legano ad atmosfere psichedeliche, con blues e soul a guidare la scrittura, molto lucida e personale, della June. Ospiti dell'album, prodotto da Matt Marinelli (Bad Brains, Beck), il padre Emerson e i fratelli Patrick e Jason Hockett alle voci, più la special guest Norah Jones, presente in tre brani. La particolare vocalità della June ottiene ottimi risultati nei brani più onirici, come Long lonely road, The front door e With you; nelle composizioni più cariche di dinamiche si fa meno gradevole, a volte quasi bambinesca, dando l'impressione di essere un po' forzata. Questo aspetto non scalfisce comunque la forza espressiva dell'album e di una artista sicuramente da tenere d'occhio con attenzione. (7/10)
Colin Hay - Fierce Mercy (Compass)
Giunto al tredicesimo album in studio a proprio nome, il cantautore australiano è ormai ben lontano dal grande successo di pubblico ottenuto con i suoi Men At Work negli anni '80, ma può mettere sul piatto una lunga e onorata carriera, sempre a buoni livelli, vissuta stabilmente on the road. Per produrre questo Fierce Mercy, Hay si è recato a Los Angeles e Nashville, dove ha condiviso il mixer con Vance Powell (Chris Stapleton, Jack White) e Gordon Hammond (Willie Nelson, Don Henley), coinvolgendo una lunga serie di musicisti tra i quali vale la pena ricordare Audley Freed (Sheryl Crow) e Doug Lancio (John Hiatt). I brani sono stati scritti con Michael Georgiades, collaboratore di vecchia data del nostro, e si pongono sulle coordinate di un soft-rock cantautorale, con la bella voce di Hay sugli scudi, sempre sorretta da una struttura di arrangiamenti piuttosto ricca. E' un disco molto americano nel mood, dal quale traspare una tranquillità esistenziale che rende leggero l'ascolto, con qualche momento in cui la sottile ironia torna a punzecchiare come ai vecchi tempi. Brani da ricordare: Frozen field of snow, I'm going to get you stoned, She was the love of mine. (6/10)
lunedì 6 marzo 2017
Recensioni brevi - Matt Winson, Hollow Coves
Matt Winson - Woodfalls (V2)
Band di origine olandese, guidata dal dotato cantautore Matthijs Steur, la cui musica si presenta come una gustosa miscela di pop, folk e sperimentazione, nella quale rivestono particolare importanza gli intrecci vocali e l'uso della tromba, ad opera di Magnuss Baugis, polistrumentista lettone che assieme ai fratelli Pieter e Thomas Van Winsen completa il quartetto. L'album è stato registrato nei prestigiosi Wisseloord Studios di Hilversum, con la supervisione di Frederic Gervais e del vincitore di un Grammy Balasz Robert. Il sound deriva da stilemi folk moderni, con prevalenza di strumenti acustici, belle aperture corali e qualche inaspettata incursione jazzistica. Una manciata di buoni brani tra i quali spiccano la lirica The river, la cadenzata Sleepless night, la delicata Your irrationality is my best defense e la pastorale title-track. Una band interessante da tenere d'occhio per il prossimo futuro. (7/10)
Hollow Coves - Wanderlust EP (Waterfront Records)
Titolo molto azzeccato per questo Ep firmato dal duo formato da Ryan Anderson e Matt Carins, prodotto tra Inghilterra, Canada e la natia Australia. Sei acquerelli folk-pop intrisi di malinconia e leggerezza, a rappresentare il diario di viaggio, non solo interiore, degli autori. Con sentori di Jose Gonzalez, Ben Howard e Mumford & Sons, l'EP scivola via con grazia, allineando gli arrangiamenti semplici e diretti dell'iniziale Coastline, l'indie-pop di facile presa di We will run e la anthemica coralità di Home, ma anche composizioni più elaborate, come la marziale The woods. Li attendiamo sulla lunga distanza. (6,5/10)
giovedì 2 marzo 2017
In vendita la console di Dark Side Of The Moon
Avete tempo fino alle 13.00 del 27 Marzo prossimo, per aggiudicarvi il banco col quale, tra il 1972 e il 1973, i Pink Floyd diedero vita allo storico Dark Side of the Moon negli studi EMI di Abbey Road. La console, una EMI TG12345 MK IV, è stata infatti messa all'incanto dalla casa d'aste Bonham, la quale non ha comunicato un prezzo di vendita indicativo, ma si aspetta il raggiungimento di una cifra molto importante, presumibilmente a sei cifre, visto il curriculum dell'oggetto.
Utilizzato dal 1971 al 1983 nella sala 2 di Abbey Road, il modello fu prodotto in soli due esemplari completamente customizzati, ed è stato definito "il miglior banco mai costruito" da Brian Gibson, guru delle attrezzature da studio. Sui comandi hanno agito le mani di ingegneri del suono del calibro di Alan Parsons o Arne Akselberg, ma anche quelle di musicisti come Paul McCartney, George Harrison, Kate Bush, The Cure e molti altri.
La console è perfettamente funzionante e arriverà all'acquirente accompagnata da una lettera di presentazione firmata dall'ex-manager degli studi, Ken Townsend, una copia di Dark Side of the Moon e una foto promozionale d'epoca dei Pink Floyd. Sul sito di Bonhams trovate le caratteristiche del banco e i dettagli:
http://www.bonhams.com/auctions/23878/lot/35/
giovedì 23 febbraio 2017
giovedì 9 febbraio 2017
Elbow - Little Fictions (Polydor)
L'annuncio
della defezione da parte del batterista Richard Jupp, giunto appena
prima dell'inizio delle sessions per questo nuovo album, ha sorpreso
non poco i fans della band di Manchester che, in oltre venticinque
anni di storia, non aveva mai visto avvicendamenti nella propria
formazione. Ridotti a quartetto, i nostri hanno dunque messo mano al
materiale per Little Fictions, ingaggiando il validissimo Alex
Reeves, session man con un curriculum di tutto rispetto, già dietro
ai tamburi per l'album solista di Guy Garvey (Courting The Squall,
2015).
Ed è proprio nell'approccio ritmico che si trovano le novità più interessanti di questo lavoro, il settimo in studio per gli Elbow; Reeves non solo si dimostra batterista dotato di un groove solido e personale, ma arricchisce il sound con suoni e colori molto variegati, inserendosi perfettamente nel contesto della band, senza snaturarne le sonorità, anche per merito della produzione ben calibrata di Craig Potter. Gli arrangiamenti sono al solito ricchi e raffinati, in studio la band si è avvalsa della collaborazione della Hallé Orchestra e del coro della London Contemporary Voices. Il risultato è un album in perfetto Elbow-style, con una manciata di ottimi brani, la splendida voce di Guy Garvey all'apice delle proprie potenzialità espressive e una interessante varietà stilistica nel reparto percussivo.
I brani hanno il consueto impatto antemico, con i ritmi ipnotici di Reeves ben coadiuvati dal basso irrequieto di Pete Turner e i fratelli Mark e Craig Potter (chitarre, tastiere) a creare paesaggi evocativi sui quali si innestano le evoluzioni di coro e archi; su tutto la riconoscibilissima vocalità di Garvey, lirica e potente. L'iniziale Magnificent (she says) è una perfetta dichiarazione di intenti, sintomatica di quanto l'album abbia goduto di un approccio positivo nella lavorazione: il tema dell'amore visto con speranza e passione, cantato con convinzione su una base dalla struttura complessa, nella quale dominano gli ostinati di basso e orchestra.
Di fondo c'é una certa malinconia, da sempre nella cifra stilistica della band, ma in questo caso smussata, appena percettibile. Trust the sun è un altro episodio degno di nota, con l'intro costituita da un tappeto ritmico insistente che ad un tratto si defila, per liberare la voce di Garvey sostenuta da un piano misurato che infonde drammaticità al cantato quasi recitato. All disco parte con chitarre alla Velvet Underground, su una ritmica vintage in perfetto stile West Coast e snocciola l'ennesimo grande testo. Head for supplies è una piccola gemma, con una splendida chitarra, un bel crescendo corale e atmosfere intime.
La ritmica fa da apripista anche in Firebrand and angel, il brano più sperimentale dell'album che, non avendo un inciso riconoscibile e definito, può vagare in territori lontani dalle consuete sonorità british della band. K2 e il successivo Montparnasse sono invece brani 100% Elbow e, a fronte di una certa ripetitività riscontrabile ad un primo ascolto, crescono alla distanza. Il brano che dà il titolo all'album è sicuramente il pezzo più ambizioso, con struttura e arrangiamenti complessi. Si sviluppa in un crescendo ritmico-armonico molto ricco, spezzato da cambi di tempo e dinamiche per oltre otto minuti, non facilissimi ma stimolanti.
Segue Kindling, a riportare tutto ad una dimensione più semplice, con un bell'impianto di chitarre e percussioni, e la voce che si può lasciare trasportare dall'atmosfera soffusa creata dagli archi. Garvey e soci portano a casa un lavoro nel quale la ricercatezza sonora e la buona vena compositiva si fondono perfettamente, a creare un quadro d'insieme raffinato e convincente. Il pop-rock britannico sa di poter sempre contare sugli Elbow e Little Fictions è l'ennesimo ottimo album nella non vasta ma importante discografia della band mancuniana. Una certezza.
Ed è proprio nell'approccio ritmico che si trovano le novità più interessanti di questo lavoro, il settimo in studio per gli Elbow; Reeves non solo si dimostra batterista dotato di un groove solido e personale, ma arricchisce il sound con suoni e colori molto variegati, inserendosi perfettamente nel contesto della band, senza snaturarne le sonorità, anche per merito della produzione ben calibrata di Craig Potter. Gli arrangiamenti sono al solito ricchi e raffinati, in studio la band si è avvalsa della collaborazione della Hallé Orchestra e del coro della London Contemporary Voices. Il risultato è un album in perfetto Elbow-style, con una manciata di ottimi brani, la splendida voce di Guy Garvey all'apice delle proprie potenzialità espressive e una interessante varietà stilistica nel reparto percussivo.
I brani hanno il consueto impatto antemico, con i ritmi ipnotici di Reeves ben coadiuvati dal basso irrequieto di Pete Turner e i fratelli Mark e Craig Potter (chitarre, tastiere) a creare paesaggi evocativi sui quali si innestano le evoluzioni di coro e archi; su tutto la riconoscibilissima vocalità di Garvey, lirica e potente. L'iniziale Magnificent (she says) è una perfetta dichiarazione di intenti, sintomatica di quanto l'album abbia goduto di un approccio positivo nella lavorazione: il tema dell'amore visto con speranza e passione, cantato con convinzione su una base dalla struttura complessa, nella quale dominano gli ostinati di basso e orchestra.
Di fondo c'é una certa malinconia, da sempre nella cifra stilistica della band, ma in questo caso smussata, appena percettibile. Trust the sun è un altro episodio degno di nota, con l'intro costituita da un tappeto ritmico insistente che ad un tratto si defila, per liberare la voce di Garvey sostenuta da un piano misurato che infonde drammaticità al cantato quasi recitato. All disco parte con chitarre alla Velvet Underground, su una ritmica vintage in perfetto stile West Coast e snocciola l'ennesimo grande testo. Head for supplies è una piccola gemma, con una splendida chitarra, un bel crescendo corale e atmosfere intime.
La ritmica fa da apripista anche in Firebrand and angel, il brano più sperimentale dell'album che, non avendo un inciso riconoscibile e definito, può vagare in territori lontani dalle consuete sonorità british della band. K2 e il successivo Montparnasse sono invece brani 100% Elbow e, a fronte di una certa ripetitività riscontrabile ad un primo ascolto, crescono alla distanza. Il brano che dà il titolo all'album è sicuramente il pezzo più ambizioso, con struttura e arrangiamenti complessi. Si sviluppa in un crescendo ritmico-armonico molto ricco, spezzato da cambi di tempo e dinamiche per oltre otto minuti, non facilissimi ma stimolanti.
Segue Kindling, a riportare tutto ad una dimensione più semplice, con un bell'impianto di chitarre e percussioni, e la voce che si può lasciare trasportare dall'atmosfera soffusa creata dagli archi. Garvey e soci portano a casa un lavoro nel quale la ricercatezza sonora e la buona vena compositiva si fondono perfettamente, a creare un quadro d'insieme raffinato e convincente. Il pop-rock britannico sa di poter sempre contare sugli Elbow e Little Fictions è l'ennesimo ottimo album nella non vasta ma importante discografia della band mancuniana. Una certezza.
mercoledì 4 gennaio 2017
sabato 8 ottobre 2011
Peter Gabriel - Scratch My Back (Virgin)
“No
drums, no guitars”: poche, semplici parole con le quali Peter
Gabriel ha sintetizzato la genesi molto particolare di questo album
di cover che giunge nei negozi a nove anni dall'ultima fatica
discografica, l'ottimo Up (2002), facendo un po' storcere il naso ai
fans più accaniti del sessantenne musicista inglese, i quali da
tempo aspettano la pubblicazione di un nuovo album di inediti.
Gabriel
è un artista le cui mosse sfuggono qualsiasi regola commerciale o
promozionale. Tempi lunghissimi, frequenti ripensamenti, lavori già
a buon punto accantonati in favore di altri progetti, innumerevoli
collaborazioni e contributi ad opere altrui. Difficile star dietro
all'iperattività del personaggio, tanto è vero che spesso nemmeno
l'ottimo sito ufficiale (http://www.petergabriel.com)
riesce ad essere aggiornato in tempo reale su tutti i progetti ai
quali il Nostro sta lavorando.
Un
album composto interamente da cover, come detto, senza chitarre o
batteria, caratterizzato da sonorità inedite per Gabriel, il quale
ci ha da sempre abituato ad un sapiente utilizzo di strumenti moderni
e tecnologie all'avanguardia miscelati con frequenti digressioni
nella world music. In questa occasione l'ex-Genesis sceglie una via
impervia, facendosi accompagnare, negli spettacolari Air Studios di
George Martin e nella magione amica dei Real World Studios, da
un'intera orchestra sinfonica formata da 54 elementi, sotto la
direzione del neozelandese John Metcalfe (Durutti Column, Simple
Minds, Morrissey, Blur).
Una
scelta che in molti temevano potesse rivelarsi un'arma a doppio
taglio; sono innumerevoli gli esempi di orchestrazioni mal riuscite,
spesso appesantite da una pomposità ingenua che ha finito per
rovinare diverse pagine interessanti della musica popolare.
Fortunatamente
Gabriel riesce a scansare il pericolo, facendosi aiutare nella
produzione da una vecchia volpe dello studio di registrazione, quel
Bob Ezrin già al suo fianco nel primo omonimo album (quello che i
fans identificano come Car, 1977).
Tinte
forti e malinconiche, arrangiamenti stravolti nei quali a volte si fa
fatica a riconoscere il brano originale se non per la linea della
parte cantata, grande drammaticità di fondo. Siamo di fronte ad un
album dalla struttura molto complessa, in prima battuta di difficile
approccio ma dopo ripetuti ascolti annoverabile nella folta schiera
di capolavori pubblicati dall'ex-Genesis.
La
scelta dei brani è quantomeno eterogenea, si va da classici senza
tempo a successi molto recenti, da grandi nomi della musica mondiale
ad artisti di culto, dodici brani attentamente riarrangiati ed
interpretati con rispetto e voglia di mostrarne un lato più lirico e
drammatico.
Preambolo
al lavoro la splendida versione di The
Book Of Love
dei Magnetic Fields di Stephin Merritt, già utilizzata nella colonna
sonora del film di Peter Chelsom “Shall We Dance”.
La
voce di Gabriel si innalza al solito maestosa, in alcuni casi
riprendendo volutamente le caratteristiche timbriche dell'interprete
originario, per trasformarla poi in un'interpretazione assolutamente
personale. Esemplare in questo caso la cover di Heroes,
storico brano del Duca Bianco David Bowie, rallentata e sorretta da
un ansiogeno lavoro di archi, perfetto nell'esaltarne la potenza.
Grandissima interpretazione, veramente da brividi.
My
Body Is a Cage
(Arcade Fire), The
Boy in the Bubble (Paul
Simon), The
Power of the Heart (Lou
Reed), Philadelphia
(Neil
Young), Listening
Wind (Talking
Heads), Street
Spirit (Radiohead)
sono brani rivisitati in maniera splendida, di difficile approccio,
come si è detto, ma dopo ripetuti ascolti molto convincenti.
Dei
dodici pezzi contenuti nella raccolta solo un paio (Flume,
dal
songbook di Bon Iver e Après
Moi di
Regina Spektor) paiono poco riusciti, il resto è tutto di
grandissimo livello.
Un
disco dunque che farà discutere i fans del vocalist dal Surrey,
secondo le intenzioni del Nostro parte di un progetto che avrà
compimento con la pubblicazione a breve termine di un ulteriore
lavoro (il cui titolo pare dovrà essere “I'll Scratch Yours”)
nel quale gli artisti coverizzati
in questa occasione ricambieranno il favore, reinterpretando un brano
di Gabriel.
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