Steven Wilson feat. Sophie Hunger- Song of I
da: 'To The Bone' (Caroline, 18 Agosto)
Chris Robinson Brotherhood - Behold the Seer
da: 'Barefoot in The Head' (Silver Arrow, 21 Luglio)
Jack Cooper - North of Anywhere
da: 'Sandgrown' (Trouble in Mind, 27 Agosto)
Manchester Orchestra - The Gold
da: 'A Black mile To The Surface' (Loma Vista, 28 Luglio)
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venerdì 9 giugno 2017
giovedì 8 giugno 2017
martedì 30 maggio 2017
Elbow - Spotify Sessions
La band mancuniana ha pubblicato in streaming le sessions registrate lo scorso Marzo negli studi londinesi di Spotify, ricca anticipazione di quanto sarà proposto nel corso del tour mondiale, in partenza il 15 Giugno prossimo dall'arboreto di Tetbury, che giungerà in Italia il 15 luglio per un unico concerto nella splendida cornice del Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera (BS). Tra i brani proposti durante le sessions: Magnificent e Gentle Storm, tratte dal recente 'Little Fictions', le classiche Grounds for divorce e Scattered black and whites e una bella cover della immortale What a wonderful world, dal repertorio di Louis Armstrong. Contestualmente alle sessions è stata pubblicata una breve intervista esclusiva ai quattro membri della band.
giovedì 25 maggio 2017
Jesca Hoop - Teatro Bloser, Genova 24/05/2017
Location molto particolare quella prescelta per la prima assoluta italiana della cantautrice californiana, da tempo stabilmente domiciliata in quella Manchester scossa proprio in questi giorni dall'attentato terroristico sferrato a margine del concerto di Ariana Grande che la Hoop ha voluto commentare con poche parole molto sentite. Il minuscolo Teatrino sotterraneo di Piazza Marsala, un tempo laboratorio per l'avanguardia, le piccole compagnie di esordienti e i cabarettisti, da un paio di anni recuperato in una forma molto simile a quella originaria e rinominato Teatro Bloser, è la propaggine culturale di uno dei locali più interessanti della città della Lanterna, quel Beautiful Loser che oltre ai piaceri della tavola coltiva da sempre una predilezione per certa musica di nicchia.
Una piccola sala nata negli anni '60 che conta meno di un centinaio di posti a sedere, intima e carica di fascino; un luogo nel quale è ancora possibile respirare l'odore delle tavole del palcoscenico mischiato agli afrori umidi di uno scantinato, immaginandosi immersi nelle atmosfere anni '60 di un piccolo club del Greenwich Village e sentendosi in qualche modo parte di un gruppetto di privilegiati. Ad aprire la serata, l'esibizione di un'artista ormai di casa al Bloser: Carlotta Risso aka Charlie, cantautrice genovese classe 1977, con una passione per certo folk statunitense e una vocalità che a tratti ricorda quella di Dolores O'Riordan. Il suo breve set in compagnia del violinista Antonio Capelli riscalderà adeguatamente la platea.
C'é spazio anche per alcuni brani più datati, dalla sincopata Whispering light, con le voci a compiere affascinanti evoluzioni, per nulla scontate, alla delicata Born to, la cui parte centrale mette in evidenza il grande affiatamento del duo, e per un paio di episodi nati da recenti fortunate collaborazioni: Murder of birds, cantata in studio con Guy Garvey (Elbow) e Know the wild that wants you, estratta dal bel disco realizzato lo scorso anno in coppia con Sam Beam/Iron & Wine ('Love Letters For Fire', Sub Pop). Due i bis, con la conclusiva Storms make grey the sea regalata all'attento pubblico in versione totalmente unplugged. Jesca Hoop è artista dalle doti non comuni, autrice tra le più interessanti emerse negli ultimi anni e performer in grado di sviluppare un'alchimia col pubblico molto profonda, per questo meriterebbe una platea decisamente più ampia di quella della bella location genovese.
martedì 23 maggio 2017
Recensioni Brevi: My Friend The Chocolate Cake, Colter Wall
My Friend The Chocolate Cake - The Revival Meeting (Self p.)
Colter Wall - Colter Wall (Young Mary's Records)
Ad un passo dai festeggiamenti per i trenta anni di carriera, il combo da Melbourne, nato da una costola dei Not Drowning Waving, sforna il nono album in studio; un lavoro nel quale ancora una volta riesce a far convivere stilemi musicali estremamente diversi tra loro, creando un delicato e piacevolissimo equilibrio, tutt'altro che labile. Attitudine cantautorale, folk-rock tra il vecchio e il nuovo continente, elaborate fascinazioni orchestrali, black humour tipicamente australiano e richiami ai grandi spazi del continente down-under si intersecano in maniera raffinata, sia nelle composizioni più adult oriented, come la ballad acustica Sleep the whole night through o l'anthem dal sapore brit-rock Easter parade, sia in quelle più ricercate, come la movimentata giga Satellite boy o la drammatica Cry beloved cry, che strizzano l'occhio alla chamber music di Penguin Cafe Orchestra e Arvo Pärt. Quindici brani, sei dei quali strumentali, con il riconoscibilissimo marchio di fabbrica di una band tra le più caratteristiche tra quelle nate nella terra dei canguri; un disco vario e multiforme che regala piccoli gustosi particolari in più ad ogni ascolto e che merita sicuramente un posticino tra i dischi della già citata PCO e quelli dell'aussie national treasure Nick Cave. (8/10)
Ciò che stupisce maggiormente nel long-playing di esordio firmato da questo 21enne canadese di recente trasferitosi a Nashville, è la capacità di sostenere praticamente tutto il peso delle composizioni con la sola forza delle corde vocali. Dotato di un timbro cavernoso e potente che altri vocalist sono stati in grado di ottenere soltanto dopo anni di eccessi e maltrattamenti della propria ugola, Wall è un cantautore figlio della grande tradizione americana, tra Johnny Cash e Townes Van Zandt, con all'attivo un EP (Imaginary Appalachia, 2015) passato pressoché inosservato. Per questo primo full-lenght ha coinvolto il produttore più gettonato del momento, quel Dave Cobb che pare trasformare in oro qualunque cosa sfiori, più una schiera di ottimi session men nashvilliani, ed è uscito dallo studio con un lavoro che ha fatto da più parti gridare al miracolo: un album di hard-boiled Americana come non ne sentivamo da tempo. Cobb si limita al minimo indispensabile, conscio che la forza del personaggio risieda in una vocalità potente e caratterizzante che abbisogna solamente di pochi azzeccati colori e contrappunti musicali. Thirteen Silver Dollar, Me and Big Dave e Bald Butte sono composizioni che mostrano un autore già ad altissimi livelli, da seguire con molta attenzione. (7,5/10)
martedì 16 maggio 2017
Dan Stuart & Don Antonio - 15/05/2017 All'1 e 35 Circa, Cantù (CO)
Sweet and bitter, dolce e amaro; così l'ex-Green On Red ha definito l'alternarsi dei brani della scaletta canturina, tra rimandi al glorioso passato e gustosi assaggi di un presente forse meno fortunato in termini di visibilità, ma sempre di alto livello, per un autore ancora perfettamente in grado di dosare gli elementi necessari a rinvigorire un genere che sembra ben lontano dal voler esalare l'ultimo respiro. Pubblico equamente diviso tra appassionati e addetti ai lavori, quello assiepato tra i tavoli del bel locale di Cantù, baluardo lombardo della buona musica, scelto come location per l'ultima data di questa mini tournée italiana in compagnia di Antonio Gramentieri e compagni.
Stuart si è presentato in buona forma, a livello vocale ma anche nella veste di intrattenitore, in grado di coinvolgere pubblico e band dosando con sapienza il proverbiale sarcasmo ed evitando intelligentemente la spesso pesante pantomima dell'americano che prova, in maniera tragica, a spiccicare qualche parola di italiano. Sul palco con lui, oltre al barbuto 'Don,' corredato di Telecaster d'ordinanza, il batterista Diego Sapignoli e il polistrumentista Franz Valtieri. Quest'ultimo, oltre a cimentarsi con bass synth, fiati e percussioni, sarà anche uno dei bersagli dell'ironia di Stuart, dimostrandosi un'ottima spalla oltre che un traduttore pronto alla bisogna. Nel finale spazio anche per Andrea Scarso, aka Caterino Riccardi, con le sue percussioni e l'ormai proverbiale washboard.
Il concerto viaggia deciso, con brani della recente produzione del songwriter da Tucson, in particolare dall'ultimo lavoro 'Marlowe's Revenge', intervallati da composizioni pescate qua e là nella discografia della band losangelina. Gli arrangiamenti sono minimali per il numero esiguo di strumenti sul palco, ma "grossi" nel suono, con la multicolore batteria vintage di Sapignoli ad arricchire di colori il tessuto sonoro creato dalla piccola tastiera con funzione di basso manovrata da Valenti, e soprattutto dagli effetti della chitarra di Gramentieri, in grado di alternare bollenti riverberi desertici a ficcanti sventagliate elettriche sulle tracce delle sonorità del Paisley Underground.
Una dietro l'altra scorrono dunque, in una sorta di film a tinte forti sulla frontiera tex mex, la tesa What are you laughing about?, la sincopata Elena e l'oscura Gringo go home, vecchi successi come Zombie for love, Gravity talks e Down to the bone, ma anche due ottime cover: una splendida That's how every empire falls, dal songbook di R.B.Morris, e una sorprendente Suspicious minds, ovviamente cantata da tutto il pubblico. Spazio anche per due brani della band, tratti dal recente disco eponimo, mentre Stuart si prende una pausa per gustare una meritata sambuca che poi provvederà a servire sul palco con tanto di vassoio. Come sempre ottimi i suoni del locale canturino, è un piacere ascoltare la buona musica quando è così ben proposta. Dan Stuart non ha certo deluso le aspettative, il 56enne songwriter tiene il palco alla grande, ha un ricco repertorio di ottimi brani e il connubio con Don Antonio and company si è dimostrato ancora una volta vincente.
lunedì 15 maggio 2017
Recensioni Brevi: Spencer Radcliffe, The Mountain Goats
Spencer Radcliffe & Everyone Else - Enjoy The Great Outdoors (Run For Cover)
Cantautore e polistrumentista dall'Ohio, con una predilezione per l'approccio lo-fi, noto anche con lo pseudonimo Blithe Field, Spencer Radcliffe ha al suo attivo una manciata di dischi, quasi tutti registrati in perfetta solitudine. Per questo nuovo album a proprio nome si presenta a capo di un combo di sette elementi, ironicamente denominato Everyone Else e formato dai musicisti coi quali in genere divide il palco. Nonostante la folta compagnia in studio, le sonorità del lavoro sono decisamente scarne, prettamente chitarristiche, con una predilezione per gli arpeggi crunchy, le batterie quadrate e pochi misurati interventi di piano elettrico. I temi sono introspettivi e malinconici, cantati con un certo distacco da Radcliffe, in un'ottica post-grunge forse un filo datata ma che riesce ad avere ancora una sua ragion d'essere, soprattutto quando si abbina ad una ricerca musicale più raffinata, come nell'ipnotica In the clear o nella crepuscolare Slamming on the brakes. Altri episodi degni di nota sono l'iniziale Land & sea, ballata Younghiana sospesa con un bel finale psichedelico, la REMmiana Trust e la complessa Static electricity, composizione più articolata dell'album che dà modo alla band di osare qualcosina in più. Disco per chi ama il college rock lo-fi d'annata. (7/10)
The Mountain Goats - Goths (Merge Records)
Fresco cinquantenne, John Darnielle pubblica il sedicesimo lavoro firmato con il moniker Mountain Goats; un album caratterizzato dall'assenza totale di chitarre, composto al pianoforte e arrangiato per voci, piano Rhodes, percussioni, basso e fiati. Il disco presenta soluzioni musicali molto interessanti, spesso lontane dalle istanze indie-folk e lo-fi dei lavori precedenti, decisamente più aperte alla sperimentazione, con derive verso ambiti jazzy o alternative, ma con una forte attitudine pop. Percorrendo nelle liriche la sottile linea che separa successo e fallimento, Darnielle ci accompagna in un salto nel tempo pieno di citazioni, manifestando più volte una certa nostalgia per una cultura goth anni '80 che allinea nomi del calibro di Robert Smith, Siouxsie Sioux, Gene Loves Jezebel e Sisters of Mercy, al cui leader Andrew Eldritch è intitolato uno dei brani. Ne risulta un album con molte sfaccettature, che necessita di diversi ascolti per essere metabolizzato e compreso appieno, ma che certamente vanta più di un motivo di interesse, in brani come la terzinata The grey king and the silver flame attunement, la sottile Wear black e l'ironica For the portuguese goth metal bands. (7,5/10)
mercoledì 10 maggio 2017
Anteprime: Grizzly Bear, Two Inch Astronaut, Lucy Rose
Grizzly Bear - Three rings
da: TBA
Two Inch Astronaut - Play To No One
da: Can You please Not Help (Exploding in Sound, 2 Giugno)
Lucy Rose - Is This Called Home
da: Something's Changing (Communion, 14 Luglio)
da: TBA
Two Inch Astronaut - Play To No One
da: Can You please Not Help (Exploding in Sound, 2 Giugno)
Lucy Rose - Is This Called Home
da: Something's Changing (Communion, 14 Luglio)
mercoledì 3 maggio 2017
giovedì 27 aprile 2017
Recensioni brevi: Juliana Hatfield, Wilsen
Juliana Hatfield - Pussycat (American Laudromat)
Spesso si usa dire che per alcuni artisti il tempo parrebbe essersi fermato, affermazione che in genere fa riferimento ad una buona tenuta fisico/estetica del personaggio esaminato. La 50enne cantautrice dal Maine è senza ombra di dubbio invecchiata splendidamente, ma è la sua musica che sembra essersi cristallizzata negli anni '90, rimanendo aggrappata a stilemi vicini all'alternative/grunge venato di pop dei Lemonheads, band che vide per un paio di anni la Hatfield nella propria line-up. Questo Pussycat, album scritto come sorta di reazione alle elezioni presidenziali del Novembre 2016, vede l'autrice collocare una serie di bei testi graffianti all'interno di strutture musicali molto semplici, arrangiate per due chitarre, basso e batteria e registrate in poco più di due settimane ai Q Division Studios di Somerville, Massachussetts. Grazie alla buona vena pop dei brani, apprezzabile in particolare nelle piacevoli Impossible song, Short fingered man e Sunny somewhere, l'album regala qualche motivo di interesse ma il tentativo di creare la sensazione di un viaggio sulla macchina del tempo non sempre dà i frutti sperati. (6/10)
Wilsen - I Go Missing In My Sleep (Secret City)
Trio di stanza a Brooklyn, che ruota attorno alla figura della dotata cantante canadese Tamsin Wilson, dopo un paio di lavori più o meno ricchi di motivi d'interesse, sempre orientati verso un indie-folk di maniera, Wilsen arriva al primo full lenght album, registrato tra l'Inghilterra e gli States, e caratterizzato da un cambio di rotta musicale. Le atmosfere sono decisamente più raffinate ed elettriche, in un'ottica compositiva inserita in ambienti indie-wave sofisticati, nei quali i suoni acustici finiscono per essere utilizzati solamente come colore aggiunto negli arrangiamenti. Alcuni episodi risultano dannatamente riusciti, su tutti l'iniziale Centipede, piccolo capolavoro ambient/pop, la ritmata Emperor e la conclusiva Told you, la cui struttura in continua evoluzione convince appieno. Ciò che resta risulta fin troppo in bilico tra fascinazioni eteree pressoché indolori e momenti nei quali la band pare in balìa di una colpevole indecisione musicale. Il sentore è quello di un combo talentuoso e promettente ma ancora non in grado di esprimersi in totale libertà. (6,5/10)
martedì 25 aprile 2017
Mark Lanegan Band - Gargoyle (Heavenly Recordings)
Disco dopo disco, attorno al 52enne ex-vocalist degli Screaming Trees si è costituita una squadra di fidati collaboratori che ha permesso al nostro di raggiungere un equilibrio compositivo stabile e ben delineato, ormai definitivamente avulso dal cantautorato folk-oriented degli inizi. L'ultimo entrato in ordine di tempo nel team, l'ex-chitarrista dei defunti Exit Calm Rob Marshall, si è integrato senza troppi patemi d'animo, contribuendo ampiamente alla stesura di sei dei dieci brani che formano la tracklist di questo decimo lavoro in studio firmato dal cantautore da Ellensburg.
Gli altri contributi al disco arrivano da nomi ormai familiari ai seguaci di Lanegan: dal musicista e fidato produttore Alain Johannes, agli storici compagni di scorribande discografiche Josh Homme (Queens of the Stone Age) e Greg Dulli (Afghan Whigs), per finire con il pupillo Duke Garwood, cantautore britannico che ha in qualche modo preso il posto di Lanegan nel cuore dei fans della prima ora, quelli più legati ad un suono acustico, notturno e stradaiolo, strettamente imparentato col blues.
E' palese quanto la direzione intrapresa da Lanegan con l'album Blues Funeral (4AD, 2012) sia ormai una strada maestra dalla quale il nostro intende deviare solamente a seguito di sporadiche collaborazioni discografiche. Il rock oscuro, venato di fascinazioni elettriche, inserito in un contesto cupo e post-apocalittico è il substrato dal quale questo Gargoyle prende vita, correggendo ancora una volta il tiro verso stilemi new wave e sonorità che strizzano l'occhio al Kraut-rock. La genesi dell'album, consumatasi tra il Kent dei Mount Sion Studios di Marshall e la California degli 11AD di Johannes, è chiaramente influenzata da una dualità geografica.
Come dichiarato da Lanegan, Blue blue sea è in qualche modo il brano che ha definito le coordinate del lavoro (oltre ad aver fornito il titolo); basato su una sequenza di organo e synth che si ripete ossessivamente, il pezzo ha qualche analogia compositiva con la precedente produzione del nostro ma si proietta chiaramente verso le influenze descritte poco sopra, delineando, in coppia con il successivo Beehive, scelto come singolo, la linea del lavoro. Tra cupe ossessioni e tirate elettriche, Lanegan non si concede divagazioni o alleggerimenti del tema narrativo ma punta ad una sostanza solenne e imponente, testimoniata da brani estatici come Sister o First day of Winter, ma anche dalla inquieta mobilità di episodi come Drunk on destruction o Death's head tattoo.
La solidità del progetto è in definitiva sia il pregio che il difetto di questo lavoro: Lanegan mostra di avere ancora una penna molto ispirata e di poter contare su una formula ormai ampiamente rodata, corroborata dalle prestazioni di alto livello dei compagni di avventura. Purtroppo, in alcuni momenti l'insieme pare tirare un poco la corda, tanto da farci pensare che la scelta di un produttore meno inserito nel consolidato cerchio magico di Lanegan potrebbe portare preziosa nuova linfa, regalandoci il capolavoro che forse ancora manca nella discografia del nostro. (7/10)
venerdì 21 aprile 2017
Recensioni brevi: Thurston Moore, Colin Stetson
Thurston Moore - Rock N Roll Consciousness (Caroline)
La coscienza rock dell'ex-Sonic Youth si esplicita tra i solchi di questo interessante nuovo lavoro, presentato come EP per via del numero esiguo di brani, ma definibile a tutti gli effetti un Long Playing, visto che la durata totale delle sei composizioni supera di poco i quaranta minuti.
Moore si fa aiutare in studio dal trio di musicisti già presente nel precedente 'The Best Day' (2014): Debbie Googe (My Bloody Valentine), James Sewards (Nought) e Steve Shelley (Sonic Youth). Il risultato è un disco solido, nel quale le ossessioni chitarristiche paiono in continua evoluzione, alternando momenti psichedelici e sfuriate distorte, nel solco di quanto prodotto dal nostro nella quasi quarantennale carriera discografica, ma con freschezza e buona ispirazione. I dodici minuti di Exalted, durante i quali la struttura musicale ad ogni passaggio altera la propria forma in un'ottica che potremmo definire progressive-noise, e i dieci di Turn on, brano in crescendo che evolve da minimale ballad chitarristica a distorto garage-rock, sono i punti più rappresentativi del lavoro. C'é spazio anche per episodi più vicini alla tradizionale forma-canzone, come la flebile Smoke of dreams e la tonitruante Cusp, e per una reminiscenza youthiana, nella conclusiva Aphrodite. Un buon lavoro, che conferma la grandezza di Moore, tuttora vero e proprio punto di riferimento per certo chitarrismo noise e post-rock che molto deve alla storica band newyorchese. (7,5/10)
Colin Stetson - All This I Do For Glory (Kartel Music Group)
Personaggio tra i più originali apparsi sulle scene, il sassofonista dal Michigan, ormai stabilmente insediato in Canada e noto ai più per aver mostrato grande talento alla corte di artisti del calibro di David Byrne, Tom Waits, Arcade Fire e Bon Iver, prosegue il proprio percorso musicale con questo nuovo album registrato e prodotto in solitudine, utilizzando lo stupefacente mix di tecnica e tecnologia che da sempre caratterizza le sue esibizioni dal vivo. Stetson è chiaramente un virtuoso degli strumenti a fiato, con una padronanza della tecnica del respiro circolare che ha pochi eguali; in più, l'uso di microfoni e pick-up posizionati strategicamente sullo strumento e sul proprio corpo, gli permette di ottenere ritmiche e suoni che vanno ad arricchire struttura e arrangiamento delle composizioni. Il genere è difficilmente inquadrabile; non vi sono vere e proprie parti cantate ma la voce di Stetson è ripresa da un microfono a contatto collocato all'altezza della gola oltre a quello posto sulla bocca dello strumento. Le ritmiche sono ipnotiche, così come le parti di sax che si ripetono ossessivamente in un alternarsi dinamico molto affascinante; i brani si aprono in genere con una intro che crea il mood e sulla quale si innestano ritmi e colori creati progressivamente dal nostro. Un album certo non di facile ascolto ma che merita uno sforzo di attenzione, per rivelarsi decisamente coinvolgente e stimolante. Brani da ricordare: Like wolves on the fold, Spindrift e la lunga The lure of the mine. (8/10)
Personaggio tra i più originali apparsi sulle scene, il sassofonista dal Michigan, ormai stabilmente insediato in Canada e noto ai più per aver mostrato grande talento alla corte di artisti del calibro di David Byrne, Tom Waits, Arcade Fire e Bon Iver, prosegue il proprio percorso musicale con questo nuovo album registrato e prodotto in solitudine, utilizzando lo stupefacente mix di tecnica e tecnologia che da sempre caratterizza le sue esibizioni dal vivo. Stetson è chiaramente un virtuoso degli strumenti a fiato, con una padronanza della tecnica del respiro circolare che ha pochi eguali; in più, l'uso di microfoni e pick-up posizionati strategicamente sullo strumento e sul proprio corpo, gli permette di ottenere ritmiche e suoni che vanno ad arricchire struttura e arrangiamento delle composizioni. Il genere è difficilmente inquadrabile; non vi sono vere e proprie parti cantate ma la voce di Stetson è ripresa da un microfono a contatto collocato all'altezza della gola oltre a quello posto sulla bocca dello strumento. Le ritmiche sono ipnotiche, così come le parti di sax che si ripetono ossessivamente in un alternarsi dinamico molto affascinante; i brani si aprono in genere con una intro che crea il mood e sulla quale si innestano ritmi e colori creati progressivamente dal nostro. Un album certo non di facile ascolto ma che merita uno sforzo di attenzione, per rivelarsi decisamente coinvolgente e stimolante. Brani da ricordare: Like wolves on the fold, Spindrift e la lunga The lure of the mine. (8/10)
martedì 4 aprile 2017
Recensioni brevi: Timber Timbre, Happyness
Timber Timbre - Sincerely, Future Pollution (City Slang)
Happyness - Write In (Bar None)
Se il precedente album, l'apprezzato Weird Little Birthday (Moshi Moshi, 2015), rappresentava l'esordio discografico per un trio di stampo post-grunge, con una buona tendenza alla scrittura di melodie di impatto ma anche una passione per nulla nascosta per le chitarre distorte, questo secondo sforzo in studio vede la band londinese inoltrarsi attraverso territori più ariosi, rendendo il proprio suono etereo ed essenziale, in direzione di un dream-pop raffinato nel quale a sprazzi si inseriscono sonorità più spinte che riportano vagamente agli esordi. Write In è un album nel quale la potenza è mitigata dai suoni, con le chitarre pulite e la voce di Jon EE Allan, estremamente carica di effetti, a dominare la scena. Il disco allinea dunque brani di stampo new-wave come Falling down, piccole gemme pop come The C is A B A G e Victor Lazzaro's heart, ma anche tirate rock più distorte (Anytime e Bigger glass less full). Un buon disco, nel quale però manca quel guizzo vincente che potrebbe far fare il salto di qualità alla band. (6,5/10)
Il combo canadese, guidato dall'inquieto Taylor Kirk, prosegue la propria evoluzione stilistica, allontanandosi ulteriormente dall'oscuro folk-rock degli esordi, con la pubblicazione di questo sesto lavoro in studio nel quale tastiere e suoni elettronici tratteggiano atmosfere dark-wave e noisy, con un retrogusto cinematografico che dona ai pezzi un fascino metropolitano, molto lontano dalla ruralità degli esordi. Basso e batteria sono inseriti sommessamente in un tessuto greve, appesantito da effetti carichi e riverberati, fatto di accordi mantenuti ossessivamente, sui quali la voce ai limiti del recitato di Kirk si inserisce con movenze ispirate al miglior Nick Cave, sebbene risulti dotata di un timbro meno cavernoso e personale. A differenza dei precedenti album, nei quali le liriche avevano la tendenza ad indagare angoli nascosti dell'animo umano, scomodando demoni e allegorie, in questo caso siamo di fronte ad un lavoro che affonda le unghie nell'attualità, soprattutto politica. Ecco dunque la malinconica disperazione di Velvet gloves and spit e Sewer blues, le reminiscenze Lynchiane di Floathing cathedral e Skin tone, e le fascinazioni wave di Grifting e Western questions, brani migliori di un album che pare figlio di una dimensione parallela, fuori dal tempo. (7,5/10)
Happyness - Write In (Bar None)
Se il precedente album, l'apprezzato Weird Little Birthday (Moshi Moshi, 2015), rappresentava l'esordio discografico per un trio di stampo post-grunge, con una buona tendenza alla scrittura di melodie di impatto ma anche una passione per nulla nascosta per le chitarre distorte, questo secondo sforzo in studio vede la band londinese inoltrarsi attraverso territori più ariosi, rendendo il proprio suono etereo ed essenziale, in direzione di un dream-pop raffinato nel quale a sprazzi si inseriscono sonorità più spinte che riportano vagamente agli esordi. Write In è un album nel quale la potenza è mitigata dai suoni, con le chitarre pulite e la voce di Jon EE Allan, estremamente carica di effetti, a dominare la scena. Il disco allinea dunque brani di stampo new-wave come Falling down, piccole gemme pop come The C is A B A G e Victor Lazzaro's heart, ma anche tirate rock più distorte (Anytime e Bigger glass less full). Un buon disco, nel quale però manca quel guizzo vincente che potrebbe far fare il salto di qualità alla band. (6,5/10)
mercoledì 29 marzo 2017
Anteprime: alt-J, Slowdive, Blondie
alt-J - In cold blood
da: Relaxer (BMG, 2 Giugno)
Slowdive - Sugar for the pill
da: Slowdive (Dead Oceans, 5 Maggio)
Blondie - Long time
da: Pollinator (BMG, 5 Maggio)
lunedì 27 marzo 2017
Anteprime: Surfjan Stevens, Beach Fossils, Girlpool
Surfjan Stevens, Nico Muhly, Bryce Dressner, James McAllister - Saturn
da: Planetarium (4AD, 9 Giugno 2017)
da: Somersault (Bayonet, 2 Giugno 2017)
Girlpool - 123
da: Powerplant (Anti-, 12 Maggio 2017)
domenica 19 marzo 2017
Father John Misty - Generic Pop Songs
EDIT 22/03: Father John ha già eliminato i brani, con un po' di pazienza li potete trovare su Youtube.
Non contento di avere un nuovo album in uscita nelle prossime settimane, il prolifico Josh Tillman aka Father John Misty, ci regala tre nuovi brani, denominati Generic pop song #3, #9 e #16, pubblicati oggi sulla propria pagina Soundcloud. Generic #3 è una sincopata anthem song di impianto pianistico, con un buon appeal radiofonico e un ritornello corale gospel di grande impatto. #9 è involuta nell'abbrivio ma si apre verso sonorità wave elettroniche abbastanza spinte, pur restando la meno incisiva delle tre. Molto interessante in questo brano il sample di una respirazione utilizzato come espediente ritmico. Generic #16 è una soul ballad pianistica, con una bella ritmica elettronica e la voce di Tillman che si destreggia agilmente tra i falsetti. Tre brani di valore che non hanno trovato posto sull'album e che, avendo numerazioni discontinue, ci fanno pensare che Tillman abbia ancora diverse frecce al proprio arco per il prossimo futuro.
Non contento di avere un nuovo album in uscita nelle prossime settimane, il prolifico Josh Tillman aka Father John Misty, ci regala tre nuovi brani, denominati Generic pop song #3, #9 e #16, pubblicati oggi sulla propria pagina Soundcloud. Generic #3 è una sincopata anthem song di impianto pianistico, con un buon appeal radiofonico e un ritornello corale gospel di grande impatto. #9 è involuta nell'abbrivio ma si apre verso sonorità wave elettroniche abbastanza spinte, pur restando la meno incisiva delle tre. Molto interessante in questo brano il sample di una respirazione utilizzato come espediente ritmico. Generic #16 è una soul ballad pianistica, con una bella ritmica elettronica e la voce di Tillman che si destreggia agilmente tra i falsetti. Tre brani di valore che non hanno trovato posto sull'album e che, avendo numerazioni discontinue, ci fanno pensare che Tillman abbia ancora diverse frecce al proprio arco per il prossimo futuro.
Qui la recensione di Pure Comedy, in uscita il 7 Aprile, su etichetta Sub Pop:
giovedì 16 marzo 2017
Recensioni brevi: Spoon, Paul Weller
Spoon - Hot Thoughts (Matador)
Paul Weller - Music From The Film Jawbone (Parlophone)
Nono album per la band da Austin, guidata da Britt Daniel e Jim Eno, ormai ridotta a quartetto dopo la defezione del polistrumentista Eric Harvey. La svolta elettronica, che già si intuiva nel precedente They Want My Soul, ha dato frutti molto interessanti, portando il gruppo a produrre un lavoro dal mood decisamente positivo, quasi danzereccio, nel quale le chitarre rivestono un ruolo di contorno, fondendosi nella tavolozza di colori senza essere determinanti nel sound generale come succedeva in passato. La capacità di creare melodie di grande impatto resta immutata; forse è necessario uno sforzo in più per comprendere l'essenza compositiva dei pezzi che, pensando a ciò che la band aveva prodotto in precedenza, al primo ascolto possono apparire sovra-arrangiati. Ottima la scelta di un produttore dal curriculum importante come Dave Fridmann (Flaming Lips, Mercury Rev, Tame Impala), per imprimere al lavoro la necessaria coesione. Brani da segnalare: Do I have to talk you into it, Can I sit next to you, Tear it down e Shotgun. (7,5/10)
Paul Weller - Music From The Film Jawbone (Parlophone)
Prima esperienza in ambito cinematografico per il cantautore da Woking, alle prese con il commento sonoro di Jawbone, film che segna l'esordio alla regia di Thomas Napper, con protagonista Johnny Harris (Parnassus, This Is England), anche autore del soggetto. Cronaca della redenzione di un ex-campione giovanile di boxe dal passato tumultuoso, il quale, grazie al ritorno allo sport, troverà di nuovo un posto nella società, il film presenta un Weller inedito, autore di uno score sperimentale, con cinque brani strumentali tra elettronica, chitarre distorte ed effetti sonori, le cui atmosfere in qualche momento richiamano l'ultimo lavoro del nostro (Saturn Patterns, 2015), e due ballate acustiche, la breve Bottle e la splendida The ballad of Jimmy McCabe, composizione che riporta alla mente il miglior Tim Hardin. Solo per appassionati del godfather of Mod. (6/10)
martedì 14 marzo 2017
Recensioni brevi: Teitur, Anohni
Teitur - Y Arpeggios for Piano EP (Ferryhouse)
Anohni - Paradise EP (Secretly Canadian)
Progetto molto ambizioso quello che ha portato alla realizzazione di questo EP da parte dell'artista originario delle Far Oer: una raccolta di brani per piano solo, composti da accordi a specchio in forma di Y, basati sulla teoria dei colori di Isaac Newton. Registrato in patria, nei Bloch Studios, il disco vede la partecipazione straordinaria di Andy Jackson (Pink Floyd) al mastering e dell'artista visuale islandese Margrethe Odgaard, autrice di cinque stampe su legno, una per ogni brano dell'EP. Una combinazione di musica e immagini molto interessante, tenue e minimalista, forse un po' involuta in alcuni frangenti, ma sicuramente affascinante. (7/10)
Anohni - Paradise EP (Secretly Canadian)
A meno di un anno dall'uscita di Hopeless, album che presentava la nuova incarnazione electro-pop dell'artista una volta nota come Antony, arriva questo EP che vede Anohni nuovamente spalleggiata da Hudson Mohawke e Oneohtrix Point Never in un percorso lungo sei brani, tra beats acidi e suoni trasfigurati, sui quali si insinua la vocalità lirica ed espressiva della cantante. Testi carichi di intensità emozionale, sia quando affondano il colpo in brani dall'andamento anthemico, nei quali si affacciano tematiche ambientali o sociali, come nella title-track e in Ricochet, sia negli episodi più languidi, come la malinconica You are my enemy o la conclusiva She doesn't mourn her loss. E' in questi ultimi però che Anohni si esprime in maniera più convincente, tornando al chamber-pop che l'aveva portata al successo assieme ai suoi Johnsons. Un EP che non aggiunge molto a quanto già prodotto ma conferma il nuovo corso intrapreso dall'artista anglo-americana. (6,5/10)
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